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“Stop all’UE. Una introspettiva del voto referendario in Islanda”, l’Editoriale di Bruno Scapini

Redazione by Redazione
1 Settembre 2026
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“Stop all’UE. Una introspettiva del voto referendario in Islanda”, l’Editoriale di Bruno Scapini
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di Bruno Scapini

Con la bocciatura del progetto di integrazione europea, quale esito del referendum appena svoltosi il 29 agosto scorso, l’Islanda ha lanciato un significativo monito ai burocrati di Palazzo Berlaymont. Ogni grande impero raggiunge l’acme della potenza ma, prima o poi, se si allontana dagli interessi reali dei popoli, è destinato ad invertire il suo processo storico.

Non che il caso dell’Islanda implichi la fine del corso di costruzione dell’architettura europea, ma certamente il suo NO all’Europa – almeno nel comune sentire dei cittadini europei – segna decisamente un limite di contenimento al processo di allargamento, se non il punto di sua massima possibile crescenza.

La Croazia è stato l’ultimo Paese ad aderire all’UE nel luglio del 2013. Ma da allora, nonostante il grande attivismo di Bruxelles nel promuovere altre candidature o, per lo meno, l’avvio di negoziati di adesione, il processo di inglobamento di terzi Stati ha conosciuto una indubbia battuta d’arresto. Vediamo le dinamiche di tale fenomeno.

L’offerta di Bruxelles, al di là dell’importanza strategica di includere nel proprio eco-sistema politico i Paesi dell’Est per chiare ragioni riconducibili all’interesse di sottrarli all’influenza della Russia, creandole, anzi, un cordone di accerchiamento lungo i suoi confini, può risultare fortemente allettante per quei Paesi che, appartenendo ad aree del vecchio spazio sovietico, subiscono ancora il fascino seducente di un Occidente ricco ed opulente, e in grado di garantire aiuti e mezzi finanziari per una rapida crescita economica. Trattasi, evidentemente, dell’attrazione capziosa che può svolgere il libero accesso al mercato europeo col rischio, però – di cui solo ora qualche Capitale inizia a rendersene conto – che una volta “agganciati” da Bruxelles nel gioco perverso dei prestiti, dei finanziamenti e dei fondi di coesione, il neo-membro ne diventa vittima di pressioni, intimidazioni, se non addirittura di ricatti ed estorsioni. Basti vedere del resto come la Commissione si comporta con l’Italia minacciata di procedimento di infrazione comunitaria ogni qualvolta Roma cerchi di propria iniziativa uno spazio autonomo d’azione.

Un Paese particolarmente attratto dal mercato libero europeo sarebbe, ad esempio, oggi proprio l’Armenia, il cui Primo Ministro porrebbe soverchie speranze in una prossima adesione all’UE nell’intento di allontanarsi definitivamente – anche se contro gli stessi storici interessi nazionali – dalla Russia. Ma in questo caso, come in altri simili (vedi la Georgia o la Moldavia), le fila del gioco vengono sempre tenute da Bruxelles che, manovrando su tempi, condizioni e procedure, gestisce le adesioni secondo gli interessi prevalenti del momento.

Orbene, il NO islandese all’Europa va, dunque, interpretato alla luce dell’attuale contesto geo-politico internazionale. Ed esso sembra significare non tanto una lezione – come alcuni osservatori filo-europeisti insistono nel giudicarlo – onde evitare errori ed omissioni per le prossime fasi del processo di costruzione europea, quanto la crescente consapevolezza dei popoli europei del subdolo inganno loro teso da Bruxelles. E parlare di inganno non è assolutamente fuori luogo se guardiamo a come la natura della architettura europea si sia evoluta nel tempo. Lo comprova chiaramente l’inversione intrapresa dal corso di formazione di quello che passa per essere l’”acquis” comunitario, ovvero quel complesso di regole, procedure, normative e obiettivi politici che necessariamente devono costituire la base condivisa dell’architettura europea. Se prima questa era il risultato della convergenza di autonome politiche dei singoli Stati membri verso obiettivi compartecipati della comunità, e raggiunti con strumenti armonizzati, concertati e coordinati, oggi, e più esattamente a partire dall’entrata in vigore del Trattato di Maastricht, l’”acquis” viene determinato dal centro decisionale di Bruxelles e conseguentemente imposto agli Stati membri. Un processo silenzioso, questo, che implica nella sostanza una erosione non solo del metodo democratico, ma anche della stessa indipendenza dei Paesi membri indotti a cedere porzioni successive di sovranità nel falso presupposto che la realizzazione degli obiettivi a livello comunitario sia necessariamente più efficace che a livello di singolo Stato membro. Un fenomeno, quest’ultimo, che trova peraltro tangibile concretezza nel trasferimento agli organi decisionali dell’UE di basi giuridiche (indicatori normativi) per ambiti di competenze sempre più numerosi.

Ultimo trasferimento si è realizzato con il Trattato di Lisbona con 40 nuove basi giuridiche che aggiungendosi alle 48 precedenti vanno a totalizzare ben 88 ambiti di competenza della Commissione dalla cui scelta dipende l’adozione della più “conveniente” procedura legislativa!

Ma oltre tale aspetto, persiste ancora un gravissimo deficit democratico nell’UE che è rappresentato dalla competenza esclusiva detenuta dalla Commissione – organo politico e non elettivo – ad avviare qualunque procedura legislativa. Una competenza che dovrebbe, invece, spettare al Parlamento quale unico e indefettibile organo depositario della funzione legislativa, qualora però si volesse veramente un’Europa democraticamente fondata. Non solo, ma tale informe ed ibrido contesto istituzionale – che segna innegabilmente il fallimento del processo europeo – ha nel tempo determinato una deriva autocratica delle istituzioni comunitarie con crescente allontanamento dagli interessi dei popoli europei e contestuale prevalente accoglimento degli interessi dei gruppi di potere elitari. L’effetto più evidente di tale patologico corso lo rileviamo oggi proprio nella tendenza in atto ad accentrare a livello sovranazionale la gestione della politica estera e di difesa. Una circostanza, questa, pericolosissima che ci viene a privare della capacità di adottare le nostre libere scelte nel rispetto degli interessi nazionali.

Ecco allora che il senso del referendum islandese, se lo colleghiamo alla progressiva crescita di un sempre più diffuso scetticismo negli Stati membri verso il “baronato” di Berlaymont, appare nella sua più chiara e genuina espressione. Lo STOP all’Europa vuol dire volontà di porre fine al suo metodo autocratico e anti-democratico. E’ il segno di un risveglio decisivo dei popoli europei verso l’abbandono degli ingannevoli tecnicismi di Bruxelles nella prospettiva di restituire ai cittadini la libertà di decidere dei propri destini e del futuro dei propri figli.

Bruno Scapini – Ambasciatore d’Italia

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