Entrato in diplomazia nel 1990, Paolo Trichilo appartiene a quella generazione di funzionari che hanno attraversato crisi internazionali, transizioni politiche e frontiere culturali con uno sguardo sempre saldo sul servizio al Paese. Dalla CSCE/OSCE agli anni complessi dell’Unità di Crisi, dalle missioni in India e Nepal — dove nel 2006 assistette a una svolta storica “mentre un’enorme folla pacificamente invadeva Kathmandu” — fino all’esperienza a Lubiana e quella di Direttore centrale delle Risorse umane della Farnesina, il suo percorso è un mosaico di diplomazia operativa, analisi politica e attenzione per le persone.
Oggi, da Ambasciatore d’Italia in Croazia, racconta un rapporto bilaterale che definisce “in una fase molto positiva”, sostenuto da un dialogo politico intenso e da un interscambio economico che “conferma l’Italia come secondo partner commerciale del Paese”. Una relazione nutrita anche da valori condivisi: “pace, diritti umani, libertà fondamentali”, che guidano la convergenza su tutti i principali dossier regionali e internazionali.
Accanto alla dimensione istituzionale, Trichilo non nasconde l’orgoglio per la Comunità Nazionale Italiana, “un vero ponte di amicizia tra le due sponde dell’Adriatico”, né la convinzione che la diplomazia resti, prima di tutto, un mestiere umano: “Una buona accoglienza e una parola di conforto fanno sempre la differenza rispetto a un approccio meramente burocratico”.
Tra cantieri che ridisegnano Zagabria dopo il terremoto e iniziative culturali che avvicinano i due Paesi, il suo mandato si muove con la stessa curiosità che lo accompagna da sempre: quella del ricercatore, del lettore appassionato, del diplomatico che “non smette mai d’imparare” e che continua a vedere nella sua professione “una bellissima esperienza non solo professionale, ma anche di vita”.
Ambasciatore, come descriverebbe oggi lo stato delle relazioni bilaterali tra Italia e Croazia, sia sul piano politico che economico? “Le relazioni bilaterali stanno attraversando una fase molto positiva, caratterizzata da un’intensificazione degli scambi di visite al più alto livello, come testimonia la missione a Zagabria del Presidente Mattarella lo scorso luglio, lo scambio di visite del Presidente del Consiglio Meloni (a Zagabria nel novembre 2023) e del Primo Ministro Plenković (a Roma lo scorso novembre). Ricordo, inoltre, che solamente negli ultimi dodici mesi il Vice Presidente del Consiglio e Ministro degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale, On. Tajani, si è recato in Croazia ben quattro volte. Eccellenti sono anche le relazioni economiche. Il 2025 si è chiuso con un interscambio di quasi 8,5 mld euro (3,2% in più rispetto al 2024), confermando l’Italia come secondo partner commerciale della Croazia e tra i principali investitori”.

Quali sono, a suo avviso, i dossier più strategici che uniscono i due Paesi nel breve e medio periodo? “Italia e Croazia sono legate da una solida amicizia. Essa ha consentito di sviluppare una collaborazione bilaterale a 360 gradi: dall’economia, al turismo, alla sicurezza delle frontiere e lotta ai traffici illeciti, alla collaborazione in ambito accademico e scientifico, allo sviluppo di energie rinnovabili, anche grazie all’attività del Comitato di Coordinamento dei Ministri. Inoltre, la comune appartenenza all’UE e alla NATO e la condivisione dei valori di pace, rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali ha favorito una forte convergenza su tutti i principali dossier internazionali e regionali, quali le crisi in Ucraina e Medio Oriente, nonché la questione dell’ingresso dei Paesi dei Balcani occidentali nell’UE”.
Quali sono i comparti economici croati più promettenti per le aziende italiane che intendono investire o espandersi? “La presenza italiana è molto rilevante, come dimostrato dalla preminenza nel settore finanziario, dove le principali banche (PBZ e ZABA) appartengono ai gruppi italiani Intesa Sanpaolo e Unicredit, cui si aggiunge Generali in ambito assicurativo. Altri settori in cui l’attività delle aziende italiane è consolidata e molto apprezzata sono quelli dell’energia, del tessile, del legno-arredo, della metallurgia, del turismo, dei servizi marittimi”.

In quali settori ritiene ci sia invece un potenziale ancora non pienamente espresso nella cooperazione italo-croata? “Il tessuto imprenditoriale italiano ha le caratteristiche necessarie per affermarsi in settori strategici, innovativi e ad elevato valore aggiunto, quali quello del digitale, dell’ICT, delle energie rinnovabili, delle infrastrutture. Tali comparti sono in espansione in Croazia, anche grazie ai finanziamenti di cui il Paese beneficia nell’ambito del Fondo UE di ripresa e resilienza. Le opportunità di investimento in Croazia, riferite anche a tali settori, sono state oggetto del Business Forum Croazia-Italia tenutosi lo scorso maggio a Zagabria, cui hanno preso parte oltre 150 aziende italiane e croate. I lavori sono stati aperti dal Vice Presidente del Consiglio e Ministro Tajani e dal Ministro degli Esteri croato Grlić Radman. In tale occasione, l’Ambasciata ha lanciato una guida destinata alle aziende italiane sulle opportunità di investimento in Croazia (consultabile sul nostro sito)”.

In generale, com’è percepita l’Italia in Croazia? “Anche in Croazia, l’Italia e il “Made in Italy” sono sinonimo di elevata qualità. Molto apprezzate sono anche la lingua e la cultura del nostro Paese, come ho avuto modo di constatare in occasione delle mie numerose missioni in tutto il paese. L’Ambasciata, in collaborazione con gli altri attori del “Sistema Italia” (Consolato Generale a Fiume, ICE, Istituto italiano di Cultura, Camera di Commercio italo-croata) offre un continuo e ricco programma di iniziative volto a promuovere le nostre eccellenze nei più svariati ambiti dalla cucina, al design, alla ricerca, allo spazio, allo sport, alla moda. Crescente è la partecipazione del pubblico croato, a dimostrazione dell’interesse e dell’apprezzamento nei confronti dell’Italia”.
Qual è oggi il ruolo della Comunità Italiana nella vita culturale e istituzionale del Paese? “La minoranza italiana autoctona è formalmente riconosciuta dalla Costituzione croata. Essa, beneficiaria di fondi pubblici italiani e croati, elegge un proprio deputato al Parlamento croato, che attualmente ne è anche il Vice Presidente. I diritti della nostra minoranza sono oggetto di un trattato di cui quest’anno ricorre il trentesimo anniversario. Come ricordato dai Vertici istituzionali italiani che negli ultimi mesi hanno visitato la Croazia, la minoranza italiana costituisce un vero ponte di amicizia tra le due sponde dell’Adriatico. Sono molto orgoglioso della nostra Comunità Nazionale Italiana e dell’Unione Italiana che conta 52 Comunità Italiane (45 in Croazia e 7 in Slovenia). Inoltre, La Voce del Popolo è l’unico quotidiano in Croazia, pubblicato dall’EDIT di Fiume, non in lingua croata. Vorrei anche sottolineare il ruolo insostituibile svolto dall’Università Popolare di Trieste e quello, in grande crescita e molto positivo, svolto dalla FederEsuli”.

Ci sono progetti culturali o educativi particolarmente significativi che desidera evidenziare? “La programmazione culturale a cura dell’Ambasciata e dell’Istituto italiano di Cultura (IIC) è molto ampia e cerca di coprire tutto il territorio nazionale. Essa spazia dalla letteratura, alla musica, al teatro, al cinema, alla danza fino alle iniziative di “diplomazia museale”. Ad esempio, ho recentemente inaugurato al Museo archeologico di Osijek la mostra organizzata dall’IIC Gli Etruschi del fiume scomparso – Volti e Miti dai Musei di Chiusi e di Chianciano“.
Quali sono le sue priorità per i prossimi anni di mandato? “Continuare il lavoro svolto e raccogliere i frutti della sempre più estesa e profonda collaborazione avviata con ministeri, enti pubblici, istituzioni culturali, società civile, Comunità Nazionale Italiana, Esuli. Considero ad esempio un grande risultato di questo approccio aver contribuito alla rinascita della Comunità Italiana a Zara, intitolata a Girolamo Luxardo, storico produttore di maraschino, in presenza del nuovo Sindaco della città, Šime Erlić. Ciò pone anche le premesse per ulteriori iniziative in quella città a breve in campo economico e culturale”.

Parliamo un po’ di lei. Come ha vissuto il suo arrivo a Zagabria nel marzo del 2024, e quale aspetto della città l’ha colpita più profondamente? “Mi sono trovato subito a mio agio anche per la cordialità degli abitanti, anche se la capitale ha purtroppo subito ingenti danni architettonici a causa delle due scosse di terremoto che l’hanno colpita nel 2020. Ho trovato quindi numerosi cantieri. Inoltre, nel giro di 13 mesi dal mio arrivo, partendo da zero, sono riuscito a operare il trasferimento dell’Ambasciata in una nuova sede temporanea nell’interesse della sicurezza del personale. Zagabria sta rinascendo dopo le ferite subite e nel giro di qualche anno tornerà a splendere con un patrimonio culturale restaurato e rinnovato, insieme alle sue grandi aree verdi e parchi”.
C’è un luogo che considera ormai “suo”, un angolo della città che sente vicino alla sua sensibilità? “Per quanto riguarda la mia sensibilità culturale, mi piace citare, proprio nel centro storico, la farmacia “All’aquila nera”, la più antica di Zagabria fondata da un pronipote del sommo Dante, Nicolò Alighieri, nel 1399. Quanto alla mia sensibilità sportiva, l’area di Jarun, intorno al cui lago ho lanciato la “Corsa dell’amicizia” per la Giornata dello sport italiano nel mondo, che a settembre giungerà alla sua terza edizione”.
Se le chiedessi di selezionare un episodio della sua esperienza in Croazia che considera particolarmente rappresentativo del rapporto tra i due Paesi? “Gliene cito due: il concerto dedicato a Battiato per la Festa nazionale lo scorso 2 giugno organizzato dall’Ambasciata e diretto dal Maestro Scogna nella sala grande dell’Auditorium Lisinski di fronte a un pubblico di 1.500 persone, che hanno scoperto con entusiasmo un autore qui non abbastanza noto. E, per il valore emotivo legato all’Esodo, il Primo memorial Cucelli-Sirola organizzato a Fiume in ricordo dei due grandi tennisti fiumani che hanno raccolto per l’Italia numerosi allori”.

In definitiva, qual è il ricordo più interessante legato alla sua carriera diplomatica? “Sono ormai entrato nel 37mo anno di carriera, mi è davvero difficile selezionare un ricordo, perché in ogni paese o ufficio dove ho servito ho avuto tante esperienze belle e interessanti. Potrei tuttavia menzionare il 2 giugno 2006 quando, come Vice capo missione a New Delhi e con “delega” per il Nepal, fui inviato dall’Ambasciatore a Kathmandu a celebrare la nostra Festa nazionale. Proprio quel giorno un’enorme folla di maoisti e simpatizzanti “invasero” – pacificamente – la città, ponendo fine alla guerra civile che aveva insanguinato il paese per anni e aprendo una nuova fase storica, con la fine della monarchia e l’instaurazione della Repubblica. La nostra celebrazione fu solo relativamente perturbata e si poté svolgere senza particolari problemi”.
E il più difficile? “L’attacco a Baghdad del 26 ottobre 2003 da parte dei cosiddetti “insorgenti” contro l’Hotel Rasheed, dove allora mi trovavo come membro (in quel momento facente funzione di responsabile) della Delegazione diplomatica speciale italiana. L’obiettivo era Paul Wolfowitz, alloggiato nello stesso albergo, il quale all’epoca era uno dei centri di comando dell’Autorità Provvisoria della Coalizione (CPA). Ne sono uscito illeso, come gli altri italiani, e la mia passata esperienza di Sottotenente di Complemento dell’Arma dei Carabinieri si è rivelata certamente utile nel frangente iracheno”.
Nell’ambito della sua carriera diplomatica, c’è una figura — un maestro, un familiare, un collega — che ha avuto un ruolo decisivo nella sua formazione? “Posto che a livello della mia famiglia nessuno aveva il minimo collegamento con la diplomazia, tutti i miei superiori mi hanno insegnato qualcosa; il processo continua anche oggi, perché non si smette mai d’imparare e emergono sempre nuove sfide. Desidero però citare in particolare l’Ambasciatore Antonio Armellini, che fu il mio primo capo ufficio (CSCE) nel 1990 e mio capo missione in seguito (New Delhi e OCSE), per la sua capacità di coniugare analisi politica, operatività, attenzione per ogni settore, gestione dei beni demaniali, senza lasciare nulla indietro”.
Fra le tantissime personalità conosciute ne ricorda qualcuna in particolare? “Vorrei citare: Nicolas Schmit, dal 2019 al 2024 Commissario europeo per il lavoro e i diritti sociali, con cui, quando egli era Ministro del lavoro del Lussemburgo e io Consigliere diplomatico del Ministro del lavoro (prima Giovannini e poi Poletti), abbiamo strettamente e proficuamente cooperato nel contesto dell’ultima presidenza italiana dell’UE nel 2014; Borut Pahor, Presidente della Repubblica di Slovenia dal 2012 al 2022, molto aperto al dialogo con i diplomatici, che con il Presidente della Repubblica Mattarella aveva stabilito un rapporto assai fruttuoso e amichevole; il Dalai Lama, incontrato nel 2005 quando accompagnai l’Ambasciatore Armellini e consorte in un’udienza privata, avendo inoltre avuto l’opportunità di visitare a Dharamsala, sede del governo tibetano in esilio, l’impressionante sistema educativo organizzato a sostegno della lingua e cultura tibetana”.

In un mondo attraversato da tensioni e trasformazioni rapide, come si ridefinisce, a suo avviso, il ruolo della diplomazia? “L’essenza della diplomazia non cambia, resta quella di favorire il dialogo, il rispetto e la comprensione reciproci tra individui e popoli e in quanto tale assolve una nobile missione. A ciò si accompagna, come definito anche legislativamente (Art. 1 del DPR 18/1967), “la tutela dei diritti e degli interessi pubblici e privati in campo internazionale”, vale a dire il perseguimento dell’interesse nazionale in tutte le sue forme, dalla tutela dei cittadini italiani all’estero, alla promozione politica, economica, culturale. Cambiano gli strumenti, ma non gli obiettivi, ad esempio attraverso l’uso dei social media (e sono molto contento di quanto stiamo facendo a Zagabria) o attraverso la cosiddetta “promozione integrata”, una formula di grande successo adottata dal Ministero degli Esteri, che nel tempo si sta ampliando e diventando sempre più incisiva, con un notevole effetto moltiplicatore delle risorse disponibili”.
Se dovesse raccontare un aneddoto che rivela il lato umano della diplomazia, quale sceglierebbe? “Il lato umano della diplomazia si rivela in varie circostanze, ma forse in quella consolare più di tutte. Ricordo con piacere quei casi in cui dei connazionali in difficoltà hanno ringraziato me o l’ufficio competente per il sostegno ricevuto in casi difficili. L’aspetto psicologico è sempre fondamentale, perché una buona accoglienza e una parola di conforto fanno sempre la differenza rispetto a un approccio meramente burocratico”.
Coltiva qualche hobby in particolare? “Più di uno. In ordine non di priorità: sport – ho giocato a calcio nella seconda categoria romana fino alla partenza per la mia prima sede estera – oggi jogging, nuoto, bici, tennis (dolori di schiena permettendo); lettura, in primis letteratura (più scrittori del passato che contemporanei), poi storia e filosofia; archeologia e storia dell’arte, sono un visitatore seriale di siti, musei, chiese, monumenti”.

Nei suoi libri lei affronta temi che intrecciano diplomazia, storia e riflessione personale. In che modo la scrittura ha influenzato il suo modo di essere diplomatico? “Forse è più la mia lettura a avere influenzato il mio modo di essere diplomatico, anche perché la mia scrittura riflette il mio animus di ricercatore che ricerca, scava e scandaglia prima di giungere a un risultato. Non ho certamente le qualità del romanziere, pur considerando il romanzo dell’800 – Dostoevskij, Dickens, Balzac – tra le massime vette non solo della letteratura, ma della creatività umana”.
In chiusura, quali consigli si sentirebbe di dare a un giovane intento a intraprendere la carriera diplomatica? “Il primo è quello di essere convinto di voler affrontare una professione che è anche una scelta di vita, anche perché essa coinvolge in maniera significativa la famiglia. Il secondo è di non partire con un’idea prefissata di quello che si intende raggiungere, perché le variabili sono troppe per poter essere controllate; inoltre, la carriera offre tante opportunità che si sviluppano nel tempo e non sarebbe possibile predefinire. Infine, ricordare che si tratta di servizio pubblico a beneficio del paese e dei suoi cittadini, dove la professionalità e l’approccio istituzionale sono valori fondanti. Certamente, per quanto mi riguarda, considero la carriera diplomatica una bellissima esperienza non solo professionale, ma anche di vita”.
Intervista di Marco Finelli
