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Paolo Foresti, Ambasciatore d’Italia: “La diplomazia deve essere considerata prima di tutto uno strumento di pace e conciliazione”

Redazione by Redazione
4 Ottobre 2026
in Interviste
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Paolo Foresti, Ambasciatore d’Italia: “La diplomazia deve essere considerata prima di tutto uno strumento di pace e conciliazione”
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Nato a Roma nel 1942, laureato in Scienze Economiche e Commerciali, Paolo Foresti appartiene a quella generazione di diplomatici che ha attraversato alcune delle stagioni più complesse della politica internazionale italiana. Entrato nella carriera diplomatica nel 1967, ha ricoperto incarichi di rilievo a Belgrado, Bruxelles, Washington e presso il Ministero degli Affari Esteri, fino a diventare Ambasciatore d’Italia a Tirana nel 1993 e successivamente Capo della Rappresentanza permanente italiana presso l’U.E.O. a Bruxelles. Una lunga esperienza culminata con il grado di Ambasciatore e accompagnata da una costante riflessione sul significato più profondo della diplomazia: non soltanto negoziati e relazioni tra Stati, ma anche ascolto, dialogo e conoscenza reciproca.

Nel ripercorrere alcuni dei momenti più significativi della sua vita professionale, Foresti oggi ci offre una testimonianza ricca di umanità e di esperienza. “La diplomazia è stata per me uno strumento utile alla realizzazione di un ideale”, racconta, ricordando come il rispetto delle opinioni altrui, appreso in famiglia fin dall’infanzia, abbia rappresentato una bussola costante del suo percorso. E guardando alle nuove generazioni, sintetizza la sua visione in un principio semplice ma attuale: “La diplomazia deve essere considerata prima di tutto uno strumento di pace e conciliazione”.

Ambasciatore, che cosa ha rappresentato per lei la diplomazia sul piano personale: una professione, una missione o uno stile di vita? “La diplomazia, sul piano professionale, è stata per me uno strumento utile alla realizzazione di un ideale. Nella mia famiglia ero cresciuto con la piena libertà di esprimere le mie opinioni imparando però a rispettare quelle altrui, a partire dai miei fratelli e parenti vari”.

26.10.1981 – la Famiglia Foresti – Fendi riunita

Quando ripensa agli anni trascorsi al Ministero degli Affari Esteri, quale immagine della Farnesina porta ancora con sé? “Si è trattato per me di un periodo intenso e pieno di traguardi da raggiungere: si trattava per lo più di percorsi con tappe infinite senza mai una conclusione. Però i fini erano entusiasmanti e pieni di sogni da perseguire anche se ti dovevi confrontare continuamente con la realtà. La Farnesina per me costituiva uno strumento inesauribile di obiettivi e di strumenti da utilizzare per realizzare un mondo migliore”.

Quali sono stati gli incontri e le esperienze che hanno maggiormente plasmato la sua visione della diplomazia? “Gli incontri e le esperienze che ho avuto il privilegio e la difficoltà d’incontrare, forse cercare, sono state una fonte inesauribile di ricchezza umana piena di contrasti. La tolleranza, il rispetto e la comprensione anche nel disaccordo dovevano aiutarci a compiere il miracolo di evitare gli scontri ma troppo spesso la pace e la collaborazione apparivano come una chimera. La diplomazia dovrebbe avere il compito di ridurre gli antagonismi ma non sempre vi riesce e, ricordo il detto, “dove fallisce la diplomazia subentrano le armi””.

L’Ambasciatore Foresti con il Presidente Scalfaro

C’è stato un momento preciso della sua carriera in cui ha compreso fino in fondo il significato e la responsabilità del ruolo diplomatico? “Il significato e la responsabilità del diplomatico sono stati una parte costante della mia vita assumendo peraltro ruoli diversi nelle diverse circostanze in cui mi sono trovato. Mi sarebbe molto difficile distinguere vari episodi che ho frequentemente dovuto affrontare. Forse dovrei però citare la mia straordinaria esperienza albanese dove le necessità di un popolo martoriato richiedevano certamente costanti relazioni diplomatiche con quelle istituzioni, ma soprattutto azioni a 360 gradi che certo poco avevano a che fare con i rapporti tra gli Stati”.

La diplomazia è spesso associata a negoziati e relazioni tra Stati. Quanto conta invece la dimensione umana, l’ascolto e la capacità di comprendere le persone dietro gli incarichi istituzionali? “La diplomazia ha ovviamente un compito fondamentale nei rapporti tra gli Stati: comprensione e ascolto sono un presupposto delle relazioni tra i Paesi, le organizzazioni internazionali ed eventuali negoziati tra le parti”.

L’Ambasciatore Foresti incontra il Presidente della Corea del Sud

Nel suo libro “I pranzi dell’Ambasciatore” la tavola diventa un luogo di incontro e dialogo. Che cosa rappresentano per lei questi momenti di convivialità? Sono stati talvolta più efficaci di molte riunioni ufficiali? “Il pretesto di riunioni conviviali offre eccellenti occasioni di dialogo molto diverse dai suntuosi eventi di capi di case regnanti che, nei secoli scorsi, s’incontravano creando possibilmente le basi di atmosfere amichevoli ma non certo l’intimità di realtà assai diverse da quelle immaginate dai non addetti ai lavori”.

Tra i tanti pranzi, ricevimenti e incontri raccontati nel libro, ce n’è uno che conserva un particolare valore simbolico o affettivo e che ancora oggi ricorda con emozione? “Nella mia residenza a Tirana usavo spesso dei pretesti per raccogliere alcuni personaggi politici che usualmente s’incontravano in varie occasioni senza neanche salutarsi. Qui, intorno a una mensa modesta ma accogliente, diventavamo individui diversi. Riuscivamo a sederci a tavola in piccolissimo comitato affrontando anche argomenti assai controversi. Tra i tanti ricordi emozionanti del periodo albanese scelgo un incontro organizzato nell’Ambasciata d’Italia con i rappresentanti dei partiti politici presenti e non nel Parlamento al termine del quale ottenni, nel corso di una fase di pericoloso avvio di una guerra civile, la formazione di un governo di unità nazionale che consentì un progressivo ritorno a una realtà meno conflittuale”.

L’Ambasciatore Foresti a Tavola con il Presidente Cossiga, il Primo Ministro albanese Meksi e altri.

La prefazione del suo volume è firmata da Franco Di Mare. Quale ricordo personale conserva di lui e quale contributo ha dato, a suo avviso, al racconto dell’Italia e del mondo “Con Franco Di Mare ci eravamo incontrati in Albania e, come con i tanti altri corrispondenti esteri, avevo costituito una consuetudine di collaborazione molto ampia. Con Franco Di Mare era però poi nata un’amicizia che si era andata rafforzando al termine della mia missione. Ricordo con particolare affetto la sua grande professionalità e una sua dichiarazione ai colleghi giornalisti al momento della mia partenza: “Il compito di osservare quello che accadeva era affidato a Paolo Foresti. Un compito immane per un solo uomo, eppure quando noi giornalisti ci affacciavamo alla sua residenza insieme alle sue preziose analisi godevamo anche della ineguagliabile cucina dell’Ambasciatore”.

Se dovesse scegliere tre volti che hanno segnato il suo percorso diplomatico, chi siederebbe idealmente accanto a lei in questo racconto di vita e perché? “Impossibile rispondere a questa sua domanda, troppe sono state le persone che mi sono state veramente vicine accompagnandomi con il loro affetto, la lealtà e l’amore per la nostra complessa umanità”.

L’Ambasciatore Foresti saluta l’arrivo di Papa Giovanni Paolo II a Tirana

Ricorda un episodio particolarmente difficile o doloroso che ancora oggi considera uno dei momenti più complessi della sua vita professionale da diplomatico? E cosa le ha insegnato? “Il periodo albanese è stato certamente il più difficile in assoluto ma anche quello unico della mia vita. I problemi ci sono stati e numerosi. I peggiori però sono stati quelli di politici diffamatori che sono finiti più di una volta in tribunale con decisioni sempre interamente a mio favore anche con pubbliche scuse e rimborso danni da parte degli accusatori. Gli attacchi mi sono stati rivolti più di una volta da noti personaggi e giornali appartenenti ad alcune correnti della sinistra più estremista. Mi sono difeso come avrei dovuto ma senza alcun astio e godendo di un sostegno inaspettato. In Parlamento più volte mi hanno autonomamente tutelato noti e numerosi esponenti della sinistra, del centro e della destra da Fassino a Fini, ma ne potrei citare numerosi altri per non parlare di autorevoli membri di diversi Governi. Ci sono stati anche momenti in cui non solo la mia persona fosse messa in seria discussione ma specialmente la figura del professionista diplomatico. Certo di dolorose difficoltà ne ho provate non poche ma l’impegno, l’onestà e l’ascolto degli altri mi hanno insegnato a combattere per il bene comune come rivelano molte pagine degli atti parlamentari”.

Febbraio 1988 – liberazione di tre italiani rapiti dai curdi in Iraq dopo un laborioso negoziato.

In un mondo caratterizzato da conflitti, tensioni geopolitiche e comunicazione immediata, c’è ancora spazio per la pazienza, la discrezione e il dialogo che tradizionalmente caratterizzano la diplomazia? “Sempre, ma nei difficili periodi sarebbe ancora più necessario avere molta pazienza, discrezione, rispetto e dialogo”.

Nel corso della sua attività diplomatica avrà vissuto episodi curiosi o inattesi. C’è un aneddoto che racconta bene il lato meno conosciuto della diplomazia? “Ho vissuto un momento molto particolare in Centro Africa, mi astengo dal citare il Paese, dove in quanto ospite d’onore moltissimi anni or sono in una grande e partecipata festa dovetti assaggiare, in realtà feci finta con grande attenzione a non farmi vedere, il cervello di una povera scimmia a cui avevano appena tagliato in due la testa”.

L’Ambasciatore Foresti incontra Madre Teresa di Calcutta

La diplomazia contemporanea si confronta con crisi sempre più rapide e complesse. Quali qualità ritiene indispensabili per un diplomatico oggi rispetto a quando ha iniziato la sua carriera? “Avere sempre in mente il principio di ogni medico: prevenire prima di curare. Avere sempre a disposizione gli strumenti indispensabili per affrontare crisi che richiedono interventi immediati: conoscenza degli altri, comprensione, dialogo, rispetto e soprattutto tolleranza, certo non oltre il limite consentito”.

Guardando alle nuove generazioni che desiderano intraprendere la carriera diplomatica, quale insegnamento o consiglio sente di lasciare loro? “La diplomazia, ancora di più che nei nostri tempi, deve essere considerata in primo luogo uno strumento di pace e conciliazione. Dare consigli è sempre molto difficile ed io mi limiterei a suggerire a coloro che intendono affrontare la carriera diplomatica di studiare bene il passato cercando di collocare quelle vicende in cui viviamo e cercando di immaginare ciò che sarà dopo di noi”.

Foto ricordo con i Colleghi

Se dovesse organizzare oggi un pranzo ideale dell’Ambasciatore, chi inviterebbe al suo tavolo e quale messaggio affiderebbe alla conversazione? “La diplomazia, ancora di più che nei nostri tempi, deve essere considerata in primo luogo uno strumento di pace e conciliazione. Se oggi dovessi immaginare un tavolo ideale, vi farei sedere persone capaci di ascoltarsi reciprocamente, affidando alla conversazione un messaggio semplice ma essenziale: comprendere gli altri prima di giudicarli e cercare sempre il dialogo prima dello scontro”.

Intervista di Marco Finelli

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