Dalla quiete luminosa del suo ufficio a Canberra, dove la luce australiana disegna contorni nitidi ed essenziali, l’Ambasciatore Nicola Lener parla con la calma di chi ha attraversato, per oltre trent’anni, i crocevia più delicati della diplomazia internazionale. La sua voce è misurata, il pensiero limpido, lo sguardo abituato a leggere le sfumature del mondo. Sardo di nascita, giurista di formazione, entrato in carriera nel 1993, Lener ha operato tra Medio Oriente, Nord Africa, Nord America e Golfo, guidando missioni complesse e ricoprendo incarichi di primo piano, fino alla nomina ad Ambasciatore negli Emirati Arabi Uniti e a Capo della Delegazione di Palazzo Chigi per la Presidenza italiana del G7 nel 2024.
Dal gennaio 2026 rappresenta l’Italia in Australia, un Paese che definisce “geograficamente lontano, ma politicamente, economicamente e culturalmente molto vicino”. Nel suo racconto emerge una visione della diplomazia come servizio, un filo rosso che attraversa tutta la sua carriera: “dietro ogni dossier – ricorda – ci sono persone”.
Oggi il suo obiettivo è chiaro: aggiornare l’immagine dell’Italia nel mainstream australiano, mostrando un Paese tecnologico, innovativo, industriale, capace di coniugare creatività e ricerca scientifica. Un’Italia diversa da quella che arrivò in Australia nel secondo dopoguerra, ma ancora profondamente legata alla grande comunità locale che continua a rappresentare un ponte vivo tra i due Paesi.
Ambasciatore, come descriverebbe oggi lo stato delle relazioni bilaterali tra Italia e Australia, sia sul piano politico che economico? “Le relazioni sono ottime, da tutti i punti di vista. Italia e Australia sono Paesi ispirati agli stessi princìpi, democrazie consolidate fondate sullo Stato di diritto, sulla tutela dei diritti umani, sulla prevedibilità delle relazioni diplomatiche e sulla difesa del multilateralismo. Condividiamo la stessa visione sulla libertà dei commerci, sulla sicurezza marittima e sulla necessità di garantire stabilità tanto nel Mediterraneo allargato quanto nell’Indo Pacifico. Riteniamo infatti che la sicurezza sia un concetto indivisibile: non si può separare quella dell’Indo Pacifico da quella del grande Mediterraneo. Per questo ci consultiamo regolarmente su entrambi i quadranti, soprattutto in un momento in cui la crisi del Golfo mostra effetti globali che si propagano sia verso est, sia verso ovest. Siamo Paesi che commerciano e che intrattengono relazioni economiche, commerciali e industriali molto solide. L’interscambio tra Italia e Australia è di circa sei miliardi di euro, di cui cinque rappresentati da esportazioni italiane. Un Paese geograficamente lontano, dunque, ma politicamente, economicamente e culturalmente molto vicino, anche grazie alla presenza storica e radicata della comunità italiana e italo australiana, estremamente ampia, diversificata e integrata”.
Quali settori economici offrono, a suo avviso, le prospettive più promettenti per le imprese italiane in Australia? “Nel 2025 oltre un terzo dell’interscambio è riconducibile ai macchinari, una delle voci più rilevanti del nostro export globale, insieme al settore farmaceutico. È un dato molto interessante e, direi, controintuitivo rispetto alla narrativa più diffusa, che associa ancora l’export italiano alle “tre F”: food, fashion e furniture. In realtà l’Italia esporta molta tecnologia, anche in Australia. Un settore particolarmente promettente è quello delle tecnologie per l’industria estrattiva e mineraria, ambito in cui l’Australia è molto forte e nel quale sta investendo per aumentare il valore aggiunto della propria filiera industriale. La tecnologia italiana può offrire un contributo significativo, e in parte lo sta già facendo. I macchinari industriali restano dunque un settore di grande interesse. Un altro ambito strategico è quello dell’energia, soprattutto delle rinnovabili, dove sono già presenti importanti player italiani. Esistono inoltre opportunità anche nel settore dei combustibili fossili, in cui l’Australia presenta alcune vulnerabilità, in particolare nella raffinazione. Questo potrebbe aprire spazi per la tecnologia italiana nel gas, nel petrolifero e nei biocarburanti. Anche qui, insomma, c’è spazio per la nostra ingegneria e i nostri macchinari industriali”.
La comunità italiana in Australia è storicamente molto radicata: qual è oggi il suo ruolo nella vita culturale e istituzionale del Paese? “La comunità italiana è talmente ampia e integrata che risulta quasi difficile definirla “comunità italiana”. Oltre ai circa duecentomila italiani iscritti all’AIRE, infatti, vi sono circa un milione e centomila cittadini australiani che nell’ultimo censimento hanno dichiarato di avere origini italiane. Si tratta di una presenza importante e influente, che ha contribuito nel tempo allo sviluppo del Paese e anche alla definizione della sua identità. L’Italia è un riferimento costante nella società australiana: siamo associati al buon vivere, alla cultura, alla musica, alla convivialità, ma sempre più anche all’innovazione e alla ricerca. Vi è infatti una comunità molto ampia di ricercatori italiani attivi nei principali centri universitari australiani, spesso in collaborazione con Università italiane, in ambiti scientifici tra i più diversi. Il loro contributo è ampiamente riconosciuto”.
Quali sono le strategie dell’Ambasciata per promuovere la cultura italiana presso le nuove generazioni di italo australiani? “Le strategie sono quelle del Governo e della Farnesina e puntano soprattutto sulla cultura e sull’insegnamento della lingua italiana. Le nuove generazioni – in particolare le terze – sono ormai pienamente australiane dal punto di vista culturale, ma mantengono un forte legame identitario con l’Italia, il Paese dei nonni. In un contesto multiculturale come quello australiano, questo richiamo è molto sentito e passa soprattutto attraverso la lingua. La domanda di italiano è significativa e viene soddisfatta tramite corsi organizzati dagli enti gestori finanziati dalla Farnesina, dalle scuole e dalle università. In Ambasciata operiamo con una dirigente scolastica che coordina l’insegnamento dell’italiano in tutto il Paese. L’insegnamento della lingua diventa così uno strumento per accedere alla cultura italiana. Registriamo inoltre un crescente interesse anche da parte di australiani senza alcuna origine italiana, che scelgono di far studiare l’italiano ai propri figli perché lo associano a una storia e a una cultura millenarie, alla capacità di creare ed apprezzare la bellezza, alla ricchezza delle nostre relazioni umane. Assecondiamo naturalmente anche questa domanda”.
In generale, quali aspetti della cultura italiana percepisce come maggiormente apprezzati dagli australiani? “Oltre a quanto appena detto, direi l’approccio al lavoro: la passione che mettiamo nel fare le cose, nel produrre beni, nel concepire servizi. Molti italiani qui hanno costruito prosperità e successo grazie all’attaccamento al lavoro, alla competenza e alla cura per la qualità. In una società come quella australiana, molto attenta alla vita privata e allo sport, questo approccio è particolarmente apprezzato. Un altro elemento riconosciuto è la creatività, che deriva sia dalla nostra formazione personale sia da un sistema educativo capace di fornire una visione ampia del mondo. Questa creatività aiuta a risolvere problemi complessi con soluzioni originali, per esempio in ambito tecnico e ingegneristico, nel quale il contributo dei nostri professionisti è molto apprezzato”.

Guardando al suo percorso professionale, c’è un episodio che considera particolarmente significativo per comprendere la sua visione della diplomazia? “Ci sono molti momenti importanti, ma l’esperienza consolare è stata particolarmente formativa. È un ambito che esprime in modo diretto il senso di servizio verso i cittadini e verso gli stranieri per quanto riguarda i visti. Anche la diplomazia economica, a supporto delle imprese, è un settore che mi ha arricchito molto. La diplomazia deve essere un’attività di servizio: dobbiamo ricordarlo sempre. Anche quando scriviamo rapporti nel chiuso dei nostri uffici, dobbiamo pensare che dietro ogni dossier ci sono persone. Le esperienze consolari e commerciali mi hanno dato grandi soddisfazioni”.
Qual è il suo ricordo più bello legato alla carriera diplomatica? “È difficile sceglierne uno. Mi vengono in mente alcune esperienze in luoghi remoti, come una lontana missione nell’Amazzonia peruviana (e l’incontro con alcuni italiani che si consideravano discendenti di Garibaldi) o un pomeriggio con alcuni amici nell’Emirato di Ras Al Khaimah che addestravano i falchi alla caccia… con l’aiuto dei droni. O la riapertura del Palazzo delle Istituzioni Italiane a Tangeri con la creazione di una Fondazione dedicata agli studi sulla grande scrittrice di origini italiane Elisa Chimenti. Ma sono solo alcuni tra tanti bei ricordi”.
E il più brutto? “Ci sono stati anche episodi tristi, certo. L’esperienza dell’amico e collega Luca Attanasio, che ha perso la vita in Congo, è stata tragica e ha lasciato un enorme vuoto. Purtroppo i pericoli fanno parte del nostro lavoro e alcune situazioni possono avere esiti imprevedibili. La perdita di un amico e collega lascia sempre un segno profondo”.
Fra le tante personalità conosciute, ne ricorda qualcuna in particolare? “Tra le tante, ricordo un’altissima carica di uno dei primi Paesi nei quali ho prestato servizio che dovevo incontrare per un passo ufficiale: appena entrai nel suo ufficio mise una canzone di Laura Pausini. Capii che il passo avrebbe avuto esito favorevole…”.
Cosa l’ha colpita di più dell’Australia e della sua società al suo arrivo? “Il multiculturalismo, che richiede una gestione attenta, anche attraverso la politica migratoria che l’Australia continua a perseguire per convinzione e necessità, essendo un Paese in forte crescita che attrae e ha bisogno di flussi migratori significativi. Alla luce dell’attentato di Bondi Beach a Sydney lo scorso dicembre, tuttavia, oggi ci si interroga sulle prospettive e sulle eventuali correzioni di rotta. È fondamentale che tutte le componenti della società aderiscano autenticamente al modello australiano di convivenza, che il Paese propone e richiede”.

Se le chiedessi di selezionare un episodio della sua esperienza in Australia che considera particolarmente rappresentativo del rapporto con l’Italia? “Dopo quattro mesi di esperienza, un episodio che mi ha colpito riguarda il riconoscimento, in ogni occasione pubblica, dei custodi tradizionali delle terre. È un gesto ritenuto doveroso verso una cultura ancestrale che questa terra custodisce. Ieri ho conosciuto una personalità aborigena con discendenza italiana: un nonno italiano che, lavorando in un progetto infrastrutturale nell’Australia interna, sposò una donna aborigena. Anche in contesti meno evidenti ci si imbatte nella presenza italiana. Questo mi ha colpito positivamente e conferma quanto la nostra presenza sia rilevante in tutti i settori”.
C’è un luogo al quale si sente particolarmente legato? “C’è evidentemente uno stretto rapporto con ognuno dei Paesi nei quali abbiamo vissuto, ma forse Canada ed Emirati Arabi Uniti sono quelli ai quali mi sento più legato per la qualità delle esperienze vissute con tutta la famiglia. E mi considero particolarmente fortunato di servire l’Italia in questo magnifico Paese che è l’Australia, che sto iniziando solo ora a conoscere: sorvolare Sydney per la prima volta, vedere dall’alto la baia, l’Opera House, l’Harbour Bridge e il grande fiordo che si apre sull’Oceano Pacifico, è stata un’esperienza molto emozionante”.
Coltiva qualche hobby in particolare? “Nel poco tempo libero faccio un po’ di sport: bicicletta, corsa, tennis, in dosi direi “omeopatiche” e molto meno dell’australiano medio (che pratica gli sport più vari). Naturalmente alla mia età non gioco a rugby o al football australiano nelle sue varie declinazioni!”.
Se dovesse indicare un obiettivo personale per il suo mandato, quale sarebbe? “Far emergere un’immagine dell’Italia più aggiornata. In Australia l’immagine dell’Italia è ancora filtrata dalle esperienze delle comunità arrivate nel secondo dopoguerra: un Paese povero, con grandi difficoltà economiche e sociali. Molti elementi essenziali restano, come la famiglia, la convivialità, il cibo. Ma l’Italia è profondamente cambiata: è una delle principali economie del mondo, la seconda manifattura d’Europa, un Paese di tecnologia, ricerca, innovazione e industria. Non è scontato far passare questa immagine nel mainstream australiano, nonostante gli ingenti flussi turistici verso l’Italia, che attualmente è l’unico Paese UE collegato direttamente all’Australia con un volo Perth Roma. Il mio obiettivo principale è quindi quello di rafforzare le relazioni con l’Australia promuovendo l’Italia come Paese industriale, tecnologico, scientifico e innovativo”.
Chiuderei questa intervista chiedendole un consiglio su un buon libro da leggere… “Un ottimo libro sull’Australia è La Riva Fatale di Robert Hughes. Racconta la storia dei primi anni dell’Australia come destinazione dei detenuti deportati dalla Gran Bretagna alla fine del Settecento. È un libro a tratti duro, ma molto interessante per comprendere l’Australia delle origini e la sua evoluzione nei primi decenni. Aiuta a capire come un Paese nato come piccola colonia penale sia diventato una grande nazione sviluppata, membro del G20 e tra i principali esportatori mondiali di materie prime critiche e di servizi. Per chi vuole avvicinarsi all’Australia, La Riva Fatale è senz’altro una lettura di grande interesse”.
Intervista di Marco Finelli

