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L’Europa, la tecnologia e la misura dell’umano

Redazione by Redazione
16 Settembre 2026
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L’Europa, la tecnologia e la misura dell’umano
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di Gianni Lattanzio*

Nel discorso sullo stato dell’Unione pronunciato a Strasburgo il 16 settembre 2026, Ursula von der Leyen ha scelto una formula letteraria di grande efficacia per raccontare la condizione europea: «era il migliore di tutti i tempi, era il peggiore di tutti i tempi». L’eco di Charles Dickens non è un semplice ornamento d’apertura. È, piuttosto, la chiave di lettura di un’Europa che vive insieme una fase di accresciuta forza e una stagione di inquietante vulnerabilità; più autonoma, più consapevole delle proprie risorse, ma anche più esposta a guerre, dipendenze, crisi climatiche, disinformazione e fratture sociali.

La tecnologia è oggi il luogo più visibile di questa contraddizione. Essa promette diagnosi più precise, fabbriche più intelligenti, agricolture meno dissipative, reti energetiche più efficienti, servizi pubblici più rapidi. Eppure porta con sé il rischio di una nuova dipendenza: dai dati che non possediamo, dalle piattaforme che non controlliamo, dagli algoritmi che orientano l’attenzione, dalle infrastrutture digitali costruite altrove. Nell’età dell’intelligenza artificiale, la sovranità non riguarda più soltanto confini, moneta e territorio. Riguarda la facoltà di decidere chi progetta gli strumenti che modellano il lavoro, la conoscenza, la cura e perfino l’immaginario delle società.

È qui che l’Europa è chiamata a scegliere. Non potrà imporsi nel mondo soltanto replicando il modello della concentrazione americana o quello del controllo statuale cinese. La sua ambizione non può essere una tardiva imitazione. Deve consistere nella costruzione di una via europea alla potenza tecnologica: una potenza capace di innovare senza sacrificare la persona, di competere senza abbandonare la giustizia, di difendersi senza smarrire la propria vocazione di pace.

La forza dell’Unione risiede anzitutto nella sua capacità di fare della regola uno strumento di libertà. Troppo spesso “regolazione” viene evocata come sinonimo di freno, di prudenza burocratica, di ostacolo alla crescita. Ma regolare, nel senso più alto, significa rendere abitabile il potere. Significa impedire che chi dispone di risorse tecniche e finanziarie smisurate possa dettare unilateralmente le condizioni della vita comune. Significa riaffermare che l’innovazione non esonera dalla responsabilità.

L’AI Act si colloca in questa tradizione. Il suo significato più profondo non sta soltanto nell’essere il primo grande quadro giuridico organico dedicato all’intelligenza artificiale. Sta nell’affermare che la tecnica non è un destino al quale adattarsi, ma una costruzione umana da sottoporre al giudizio democratico. L’intelligenza artificiale deve essere affidabile, verificabile e orientata alla tutela di diritti, sicurezza e dignità. In questa prospettiva, l’Europa non chiede alla tecnologia di essere meno ambiziosa; le chiede di essere più civile.

La stessa ispirazione attraversa il discorso di von der Leyen quando pone l’essere umano “al timone” dell’IA. L’esempio della medicina è illuminante: sistemi capaci di migliorare la lettura delle mammografie possono aiutare a individuare un tumore con maggiore tempestività, ma non devono sostituire il medico, la relazione di cura, la responsabilità della decisione. La tecnologia può estendere le possibilità dell’uomo; non può assorbirne il giudizio morale né occupare lo spazio della sua vulnerabilità.

Questo è il punto in cui può prendere forma un nuovo umanesimo europeo. Non un umanesimo decorativo, ridotto a citazione di repertorio, e neppure la nostalgica difesa di un mondo precedente al digitale. Il nuovo umanesimo consiste nel collocare la persona al centro della rivoluzione tecnica: non come consumatore da profilare, non come dato da estrarre, non come lavoratore da sostituire, ma come cittadino titolare di diritti, responsabilità e relazioni.

Nella visione europea, la protezione dei minori online assume perciò un valore emblematico. Quando le piattaforme sono chiamate a dimostrare di essere sicure, il rapporto tra potere economico e individuo viene rovesciato. Non devono essere le famiglie a difendersi da sole da ambienti digitali progettati per catturare l’attenzione e trasformarla in valore economico. Devono essere le imprese a rispondere degli effetti delle proprie architetture tecnologiche. L’Europa, in questo senso, non intende negare la rete: intende restituire alla rete una misura umana.

Ma sarebbe ingenuo pensare che i diritti possano essere difesi soltanto con le norme. La libertà digitale richiede capacità materiali: investimenti, ricerca, capitale paziente, infrastrutture di calcolo, semiconduttori, reti sicure, energia affidabile e competenze. Un’Europa che regolasse le piattaforme senza costruire un proprio ecosistema tecnologico finirebbe per disciplinare innovazioni pensate altrove. La forza regolatoria ha bisogno di essere accompagnata dalla forza industriale.

È questo il nesso decisivo tra umanesimo e geopolitica. Senza autonomia tecnologica, la dignità resta una promessa vulnerabile. Senza regole, l’autonomia può trasformarsi in puro potere. L’Europa deve tenere insieme entrambe: l’industria e il diritto, l’innovazione e il limite, la competitività e la coesione sociale.

Il discorso di Strasburgo richiama, non a caso, il tema delle materie prime critiche, delle capacità di calcolo e delle imprese deep-tech. Per molte materie indispensabili alle tecnologie contemporanee, la dipendenza europea dalla Cina supera l’80% e, per alcune terre rare, tocca il 90%. Dietro queste cifre non ci sono soltanto statistiche commerciali: ci sono batterie, microprocessori, auto elettriche, satelliti, tecnologie pulite e strumenti di difesa.

L’Europa nacque quando gli Stati decisero di sottrarre il carbone e l’acciaio alla logica della rivalità. Oggi è chiamata a un gesto analogo: mettere in comune le nuove risorse strategiche — energia, conoscenza, dati, infrastrutture e materie prime — per evitare che la dipendenza economica diventi subordinazione politica. La lezione delle origini non consiste nel ripetere le formule del passato, ma nel comprenderne lo spirito: ciò che è decisivo per il destino comune non può essere lasciato alla dispersione degli egoismi.

In questo passaggio l’unità europea torna a essere la vera infrastruttura del futuro. Nessuno Stato membro, isolatamente, può disporre della scala finanziaria, tecnologica e regolatoria necessaria per governare la rivoluzione dell’intelligenza artificiale. Nessuno può difendere da solo i propri cittadini dalle grandi piattaforme, controllare tutte le filiere o negoziare alla pari con le potenze continentali. L’Europa unita non è la negazione delle nazioni: è la condizione che consente alle nazioni di non diventare periferie dipendenti.

Il compito dell’Unione non è dunque scegliere tra la forza e l’umanesimo. È mostrare che l’umanesimo, nell’età della tecnologia, può essere una forma superiore di forza. La forza di chi non confonde l’efficienza con la giustizia, la velocità con il progresso, il dominio dei dati con la conoscenza, la sicurezza con la rinuncia alle libertà.

Se sarà capace di costruire questa sintesi, l’Europa potrà offrire al mondo non l’immagine di una potenza esitante, ma quella di una civiltà politica adulta: abbastanza innovativa da non dipendere, abbastanza regolatrice da non subire, abbastanza unita da proteggere, abbastanza umana da non tradire il proprio futuro.

*Segretario generale Istituto Cooperazione Paesi Esteri (ICPE)

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