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Laura Andina, Console Onorario della Confederazione Svizzera a Bologna: “Neutralità, affidabilità e dialogo hanno oggi un valore speciale. Essere un punto di ascolto e orientamento è la dimensione del mio lavoro che sento più profondamente”

Redazione by Redazione
14 Ottobre 2026
in Interviste
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Laura Andina, Console Onorario della Confederazione Svizzera a Bologna: “Neutralità, affidabilità e dialogo hanno oggi un valore speciale. Essere un punto di ascolto e orientamento è la dimensione del mio lavoro che sento più profondamente”
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Tra cinema e diplomazia, tra la memoria dell’emigrazione svizzera e le sfide dell’innovazione europea, il percorso di Laura Andina si sviluppa lungo una traiettoria poco comune. Laureata con il massimo dei voti all’Università di Bologna e professionista del settore audiovisivo con una lunga esperienza nelle coproduzioni internazionali, ha saputo coniugare competenze manageriali, sensibilità culturale e attenzione alle relazioni umane. Oggi, attraverso il ruolo di Console onoraria di Svizzera e Liechtenstein in Emilia-Romagna, è diventata un punto di riferimento per una comunità che affonda le proprie radici nella storia del territorio.

Il filo conduttore del suo impegno è il dialogo tra mondi diversi, una vocazione che emerge anche dalle sue parole quando afferma che «dietro i numeri restano persone e legami che arricchiscono il territorio». Una visione che va oltre la rappresentanza istituzionale e si traduce nella costruzione quotidiana di rapporti tra cittadini, imprese, università e comunità locali.

Nelle sue riflessioni ricorrono temi come l’indipendenza di giudizio, il confronto e il valore dell’ascolto. «Non ho mai creduto nella retorica, nell’adesione acritica a un gruppo o nel conformismo», osserva, sottolineando come il dialogo con sensibilità differenti rappresenti una ricchezza e un’opportunità di crescita.

Tra ricordi familiari, storie di emigrati elvetici, progetti legati all’innovazione tecnologica e nuove prospettive di collaborazione tra Svizzera ed Emilia-Romagna, emerge il ritratto di una figura che interpreta il proprio ruolo con pragmatismo e spirito di servizio. Una convinzione sintetizzata da un’altra sua affermazione: «Sono al servizio delle istituzioni e delle persone», principio che racchiude il senso più autentico della diplomazia onoraria e del legame tra due realtà unite da una lunga storia di scambi, valori condivisi e reciproca fiducia.

Console, come descriverebbe oggi il rapporto tra l’Emilia-Romagna e la Confederazione Svizzera, sia sul piano economico che culturale? “Il rapporto è solido e offre prospettive economiche, scientifiche e culturali. Nel 2024 l’interscambio ha superato i 2 miliardi di euro. Le competenze della Motor Valley e della Data Valley potrebbero integrarsi con quelle svizzere nella meccanica di precisione, nell’automazione e nei materiali avanzati. Vedo opportunità anche nell’aerospazio, nel nucleare e nella logistica ferroviaria. Il Tecnopolo DAMA di Bologna potrebbe offrire opportunità per future collaborazioni con ETH Zürich ed EPFL su supercalcolo, intelligenza artificiale e clima. Sul piano formativo, potranno essere preziosi eventuali scambi di esperienze sull’integrazione degli emigrati. Un’altra priorità è la sicurezza idrica: prevenzione delle piene, gestione dei bacini e riduzione delle perdite. L’obiettivo è trasformare queste complementarità in progetti condivisi tra università, imprese e istituzioni”.

Quali settori produttivi emiliano romagnoli ritiene più strategici per la cooperazione con la Svizzera? “Vedo opportunità nell’aerospazio, nella meccanica di precisione, nel nucleare, nell’intelligenza artificiale e nella ricerca medico-sanitaria. Anche la gestione delle acque potrebbe offrire occasioni di confronto tra le esperienze maturate in Appennino, in pianura e sulle Alpi svizzere. Il turismo ha un peso significativo: secondo i dati riferiti al 2025, la Svizzera è il secondo mercato estero per spesa turistica in Emilia-Romagna, con il 10,5%, dopo la Germania. Penso inoltre al cinema e all’audiovisivo, settori di grande rilievo culturale ed economico. La prospettiva è sviluppare queste filiere valorizzando le competenze complementari dei due territori”.

Come descriverebbe la presenza svizzera in Emilia-Romagna? “Secondo i dati a nostra disposizione, gli svizzeri in Emilia-Romagna sono 2.728, di cui 337 a Bologna. È una presenza dalle radici profonde, che ha contribuito alla vita economica, culturale e civile della regione: da Luigi Loup nel Risorgimento alle famiglie attive nel commercio, nell’industria, nell’ingegneria e nell’ospitalità. Penso ai commercianti grigionesi di Reggio Emilia, al Caffè degli Svizzeri della famiglia Tognoni e, a Bologna, ai fratelli Poletti e agli ingegneri Kitt e Klauser. Anche la mia famiglia, di fornaciai emigrati dalla fine dell’Ottocento, ha offerto lavoro, abitazioni e competenze, soprattutto a Bologna e Zola Predosa. Dietro i numeri restano persone e legami che arricchiscono il territorio”.

Che cosa significa per lei rappresentare un Paese noto per neutralità, affidabilità e dialogo? “Rappresentare la Svizzera è un grande onore, soprattutto oggi, quando neutralità, affidabilità e dialogo assumono un valore speciale. Sono principi nei quali mi riconosco: non ho mai creduto nella retorica, nell’adesione acritica a un gruppo o nel conformismo. Frequentare persone diverse mi ha insegnato che il confronto amplia lo sguardo e aiuta a conoscere anche noi stessi. È un messaggio che vorrei trasmettere ai giovani, perché individualità e diversità sono una ricchezza. Nel mio ruolo cerco di testimoniarlo ascoltando e mettendo in relazione persone e punti di vista. L’indipendenza di giudizio significa assumersi la responsabilità di prendere posizione dopo aver ascoltato e messo in discussione anche le proprie convinzioni”.

Quali valori svizzeri ritiene più importanti da trasmettere in un contesto internazionale come quello emiliano-romagnolo? “Parlerei di valori senza stereotipi, partendo da concretezza e senso pratico, presenti anche nella cultura emiliano-romagnola. Della Svizzera apprezzo soprattutto il rispetto per le istituzioni, la politica basata sul consenso, il federalismo e la democrazia diretta, l’amore per l’ambiente, gli spazi comuni e il patrimonio architettonico: un’attenzione al bene comune che si coltiva attraverso l’educazione e la famiglia. Mi colpisce inoltre il modo in cui i giovani vengono incoraggiati a sviluppare autonomia, responsabilità e ambizione personale e professionale. Mi sembra vi sia una minore tendenza all’iperprotezione, tema che riguarda più in generale la società italiana. Il confronto è prezioso perché nasce da valori largamente condivisi, ma talvolta interpretati e valorizzati diversamente”.

Qual è il suo ricordo più bello da Console onoraria? “Dipende se ci riferiamo al piano istituzionale o a quello personale. Sul piano istituzionale, certamente ricordo con particolare piacere la visita dell’Ambasciatore Roberto Balzaretti in Emilia-Romagna, un momento importante e significativo nel percorso delle relazioni tra la Svizzera e questa regione. Sul piano personale, invece, il ricordo più bello è legato al momento in cui ho comunicato a mio zio, l’ingegner Paolo Andina, la notizia di aver ricevuto questa nomina. Mi aveva preceduto avendo ricoperto a sua volta questo incarico, lasciando un segno positivo per la sua competenza e soprattutto per la sua umanità. Era in ospedale quando l’ho informato. In un momento delicato della sua vita, quella bella notizia riuscì a portare una bella luce particolare e rimane per me un ricordo che conserverò sempre nel cuore”.

E il ricordo più doloroso? “Il ricordo più brutto è stato senza dubbio il disastro di Crans-Montana”.

Qual è stato il momento in cui ha capito che il legame con la Svizzera sarebbe diventato parte centrale della sua vita professionale e personale? “Non c’è stato un momento preciso: la Svizzera ha sempre fatto parte della mia vita. Mio padre ha mantenuto un rapporto forte con la madrepatria ed è stato per decenni il motore del Circolo Svizzero di Bologna, Modena e Reggio Emilia. Mio nonno Giulio, mio padre Tomaso e mio zio Paolo hanno conservato documenti e fotografie che raccontavano la vita degli emigrati elvetici. Ricordo il piacere di sfogliarli e i parenti che ci mandavano la cioccolata dalla Svizzera. Mia sorella, studiando architettura a Mendrisio, ha creato ulteriori legami. È un’appartenenza ereditata, vissuta e approfondita, con la volontà di trasmetterla nel tempo alla famiglia e alla comunità”.

Può raccontarmi un episodio – anche piccolo – che rivela qualcosa dello spirito svizzero o del rapporto con la comunità emiliano romagnola? “Mi ha colpito il Congresso del Collegamento Svizzero, tornato a Bologna lo scorso maggio dopo le edizioni del 1958 e del 1989. Alcune persone molto anziane sono venute appositamente dalla Svizzera, dove erano rientrate dopo aver vissuto in Emilia-Romagna. Nonostante le difficoltà del viaggio, hanno voluto esserci per testimoniare un affetto e un’appartenenza mai interrotti. È stato commovente e mi ha dato grande motivazione. Anche alcune signore che vivono in case di riposo continuano a chiedere programmi e inviti del Circolo, pur non potendo partecipare. In questi gesti vedo il desiderio di restare parte della comunità e mantenere vivo il legame con le proprie radici”.

C’è un momento in cui ha percepito in modo tangibile il valore della diplomazia onoraria? “Lo percepisco quando qualcuno mi chiede orientamento su decisioni importanti: studiare in Svizzera, trasferirsi o affrontare questioni testamentarie. Dietro ogni richiesta c’è una persona che ripone fiducia in me, e questo comporta una grande responsabilità. La mia educazione etica e morale guida l’ascolto e le risposte. Altrettanto essenziale è confrontarmi con il Consolato generale a Milano diretto da Stefano Lazzarotto, rispettandone esperienza e ruolo, perché il mio compito non è sostituirmi alle istituzioni. Sono al servizio delle istituzioni e delle persone: essere un punto di ascolto, orientamento e collegamento è la dimensione della diplomazia onoraria che sento più profondamente”.

Quali sono oggi i bisogni principali della comunità svizzera residente? “I bisogni principali riguardano assistenza e orientamento: documenti smarriti o rubati, rinnovo di passaporti e carte d’identità, pratiche amministrative e questioni legali, soprattutto successioni. Ci sono poi situazioni delicate, come il sostegno alle persone fragili e ai familiari per il rientro di una salma nei luoghi d’origine. Studenti e famiglie chiedono informazioni sugli scambi e sui percorsi di studio tra Svizzera e Italia. Il mio ruolo è aiutare a individuare gli interlocutori competenti e facilitare i contatti. Al di là delle pratiche, il bisogno è spesso sentirsi accompagnati e conservare un legame con il proprio Paese”.

Qual è la missione del Circolo Svizzero oggi e come è cambiata negli anni? “Il Circolo mantiene unita la comunità svizzera, coltivando il legame con il Paese d’origine e con il territorio. Durante la guerra e nel dopoguerra fu essenziale la solidarietà: quando una bomba colpì la nostra casa a Zola Predosa, il Vice Console Paolo Baenzinger accolse mio padre e i suoi fratelli. Con sua figlia Linely nacque un affetto durato tutta la vita. Questo spirito animò la riapertura del Circolo nel 1946 e il Congresso del 1958, organizzato da mio nonno Giulio. Oggi la sfida è trasmettere tale eredità ai giovani, coinvolgendoli nella vita associativa e negli incontri di persona, perché amicizia e aiuto reciproco continuino nel tempo”.

Qual è il luogo dell’Emilia-Romagna che consiglierebbe a un cittadino svizzero per capire davvero questa regione? “Proporrei un itinerario tra paesaggi, cultura, musica, enogastronomia e cinema. Comincerei dal Parmense, con i castelli e i luoghi di Giuseppe Verdi, per proseguire nel Modenese tra sapori e motori, nel cuore della Motor Valley. A Bologna suggerirei di fermarsi qualche giorno: è una città da vivere e scoprire con calma. Poi Ferrara, con la sua atmosfera rinascimentale, e i conventi e monasteri del Montefeltro, immersi in paesaggi suggestivi. Non mancherebbe il Delta del Po, con la sua memoria storica e cinematografica: penso a «Paisà» di Roberto Rossellini. Concluderei in allegria sulla Riviera romagnola”.

E il luogo della Svizzera che consiglierebbe a un emiliano-romagnolo per scoprire l’anima del suo Paese? “Credo che l’anima di un Paese risieda prima di tutto nelle persone: consiglierei di incontrarle e conoscerne il modo di vivere. Più che un unico luogo, suggerirei il treno, una scelta ecologica che rispecchia la cultura svizzera. I percorsi panoramici, come quelli del Trenino Rosso, permettono di apprezzare la varietà del paesaggio. Secondo i propri interessi, si possono scegliere montagne, laghi, borghi o città come Losanna e Lucerna, visitare la biblioteca abbaziale di San Gallo oppure una storica fabbrica di cioccolato. Inviterei a viaggiare con curiosità, lasciando spazio all’incontro con chi abita questi luoghi”.

Un libro, un film o una figura culturale svizzera che sente particolarmente vicina? “Da bambina amavo «Heidi»; crescendo, «Siddhartha» di Hermann Hesse ha avuto un ruolo importante nella mia formazione. Mi sono poi avvicinata a Rousseau e Le Corbusier, per le loro visioni della società e le riflessioni sul rapporto tra cultura e potere. Sento vicini alla mia sensibilità Böcklin per la pittura, Giacometti per la scultura e Dürrenmatt per la drammaturgia. Di recente mi hanno colpito due storie femminili: il film «Lo sguardo di Emma» («À bras-le-corps») di Marie-Elsa Sgualdo e la vicenda di Henriette d’Angeville, riscoperta attraverso il libro di Marc Forestier. Vi ritrovo autonomia, determinazione e libertà nel confrontarsi con i limiti del proprio tempo”.

Prossime iniziative in programma del Consolato? “Proseguiremo nell’individuare opportunità di collaborazione e di investimento tra la Svizzera e l’Emilia-Romagna, seguendo le direttive del Consolato Generale”.

Quali attività o iniziative considera più rappresentative del vostro lavoro? “Le attività più rappresentative sono l’assistenza ai connazionali nelle situazioni già menzionate e la cura dei rapporti con le istituzioni del territorio. Questo dialogo costante permette di essere aggiornati sulle iniziative locali e regionali per individuare opportunità di collaborazione tra realtà svizzere ed emiliano-romagnole, ad esempio nei servizi di consulenza, nell’innovazione tecnologica, nell’educazione e in ambito sanitario e medico”.

Ci sono progetti o collaborazioni recenti che considera particolarmente significativi per il rafforzamento dei rapporti bilaterali? “Considero significativi gli scambi educativi già esistenti e le possibili future collaborazioni nella tutela del territorio. Sensoristica e intelligenza artificiale potrebbero aiutare a riconoscere i rischi e orientare la manutenzione, valorizzando le competenze svizzere. Sarebbe importante affiancare la formazione degli operatori, anche attraverso realtà come ATG Suisse, alla tutela dei dati e a possibili scambi sulla sicurezza sul lavoro. Agli scambi già esistenti tra istituti di Bologna e Losanna vorrei affiancare opportunità per il tedesco e laboratori di ricerca congiunti con il Ticino, sostenuti da borse di studio. Mi auguro inoltre una piena e duratura partecipazione svizzera ai programmi di ricerca e innovazione come Horizon Europe”.

Nel suo ruolo ha incontrato molte personalità: ce n’è una che l’ha colpita per visione, umanità o stile diplomatico? “Ce ne sono varie. Ma è un apprezzamento personale ed intimo che preferirei tenere per me”.

Intervista di Marco Finelli

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