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L’Ambasciatore Boris Biancheri: il diplomatico e lo scrittore. Un ritratto in mosaico

Redazione by Redazione
16 Giugno 2026
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L’Ambasciatore Boris Biancheri: il diplomatico e lo scrittore. Un ritratto in mosaico
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di Pietro Antonini

Perché dedicare oggi un libro a Boris Biancheri, un ambasciatore scomparso quindici anni fa? La risposta è suggerita nel sottotitolo del volume curato da Stefano Baldi per l’Editoriale Scientifica, dodicesimo titolo della collana “Memorie e studi diplomatici”: Il diplomatico e lo scrittore.

È proprio questa doppia personalità dell’Ambasciatore Boris Biancheri il cuore del libro. Ma il volume non vuole essere, e non è, un ricordo sterile o un’agiografia; al contrario: è un esempio molto significativo per chi voglia capire che cosa significhi davvero fare il diplomatico.

Il volume nasce da una giornata di studio organizzata dal Ministero degli Affari esteri e della cooperazione internazionale e tenutasi il 26 giugno 2025 al Casale di Villa Madama, a Roma, e raccoglie le voci di chi Biancheri lo ha conosciuto da vicino: colleghi, collaboratori, amici, la moglie Flavia Arzeni Biancheri. Ne esce non un ritratto ufficiale. Ogni testimone porta la propria tessera; il soggetto prende forma nell’insieme. E l’insieme restituisce uno dei diplomatici più interessanti della fine del secolo scorso.

Capace di leggere la realtà

Ambasciatore a Tokyo, Londra e Washington, Segretario Generale della Farnesina, poi Presidente dell’ANSA e dell’ISPI, Biancheri ha attraversato un’epoca di cambiamenti profondi: la guerra fredda e la sua fine, l’ascesa economica del Giappone, la ridefinizione del rapporto transatlantico, la trasformazione dell’informazione globale. In ognuno di questi passaggi ha lasciato un’impronta profonda, non con il clamore ma con il metodo.

Proprio il suo metodo è il filo rosso che attraversa tutte le testimonianze del libro: la doppia dimensione di azione e riflessione. Biancheri sapeva agire, negoziare, decidere; ma sapeva anche fare un passo indietro per leggere la realtà, osservarla con il distacco necessario a comprenderla. Non a caso il volume ripubblica, nella sua quarta parte, il rapporto di fine missione dal Giappone del 1983: un documento che si legge ancora oggi come un manuale di metodo diplomatico, dove l’analisi precede e fonda l’azione.

Autorevole, non autoritario

Dai contributi raccolti nella prima parte emerge la figura di un capo che non aveva bisogno di alzare la voce. Autorevole, mai autoritario: la sua leadership nasceva dalla competenza e da una naturale capacità di attrazione, quella qualità che fa sì che i collaboratori non eseguano soltanto, ma vogliano dare il meglio. Non è un caso che dalle pagine del volume traspaia tanto affetto: Biancheri non è ricordato solo con stima, ma con un calore che le carriere brillanti, da sole, non bastano a spiegare.

A questa autorevolezza si accompagnavano due virtù che il mestiere diplomatico esige e che Biancheri possedeva in misura non comune: la curiosità e la discrezione. Curiosità verso i Paesi, le culture, le persone. Discrezione nel maneggiare informazioni, rapporti, confidenze. Insieme, le due qualità disegnano l’equilibrio perfetto del diplomatico: sapere molto, mostrare il necessario.

L’uomo oltre la Farnesina

La seconda parte esplora l’uomo oltre la professione. La terza propone una selezione ragionata dei suoi scritti: narrativa e saggistica. Insieme, restituiscono lo scrittore. Chi era, dunque, Biancheri scrittore? Nipote di Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Autore di romanzi e di riflessioni sulla diplomazia nell’età globale.

Qui il mosaico si completa. Biancheri era una persona con una visione non solo della politica estera italiana, ma anche del mondo che cambiava e del posto che l’Italia poteva occuparvi. Una visione che non si irrigidiva mai in dogma: sensibile alla modernità, sapeva essere flessibile quando serviva, senza per questo smarrire la coerenza di fondo che tutti gli riconoscono.

C’è infine, in molte testimonianze, un altro esempio della sua capacità di saper combinare levitas e serietà. La leggerezza del tratto, l’ironia, il gusto della conversazione e della pagina ben scritta non erano mai frivolezza, così come la serietà dell’impegno non era mai pesantezza.

Tokyo, lo specchio perfetto

Non è un caso, allora, che il volume si chiuda con la quarta parte, dedicata alla sua esperienza di ambasciatore in Giappone. Perché nessun Paese poteva raccontare Biancheri meglio del Giappone: l’elegante discrezione, la nobiltà d’animo, la sovrapposizione costante di forma e sostanza sono i tratti stessi dell’uomo e del diplomatico. E lui, a sua volta, capì in profondità il Paese che lo ospitava, leggendone l’ascesa e le logiche interne con una lucidità che il suo rapporto di fine missione documenta ancora oggi.

Non un cavaliere del passato

Il rischio di questo tipo di libro era di presentarsi come un’agiografia, un rimpianto per una diplomazia che non esiste più. Il volume non è niente di tutto ciò. Biancheri non viene presentato come un cavaliere di un mondo scomparso, ma come un modello per i nuovi diplomatici. La sua lezione non appartiene a un’epoca conclusa, ma resta una possibilità concreta per chi voglia servire lo Stato con competenza e dignità. Una lezione fatta di unità di pensiero e azione, di autorevolezza senza esser autoritari, di curiosità unita a discrezione, di levitas personale e serietà lavorativa.

È questa, in fondo, la scommessa del curatore e della collana in cui compare il libro: trasformare la memoria in strumento. Il volume, che è anche disponibile gratuitamente in versione digitale (https://diplosor.wordpress.com/collana-di-libri), andrebbe quindi letto dai giovani che si affacciano alla carriera diplomatica e da tutti coloro che si interessano di Relazioni internazionali.

Boris Biancheri. Il diplomatico e lo scrittore, a cura di Stefano Baldi, Napoli, Editoriale Scientifica, collana “Memorie e studi diplomatici”, n. 12, 2026, pp. 184, 14,00 €, ISBN 979-12-235-0626-4.

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