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La pace non è un equilibrio di forze. Leone XIV all’Eliseo, la Francia e la coscienza europea

Redazione by Redazione
25 Settembre 2026
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La pace non è un equilibrio di forze. Leone XIV all’Eliseo, la Francia e la coscienza europea
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di Gianni Lattanzio

Parigi, per Leone XIV, non è soltanto la capitale francese né il luogo di un incontro di protocollo con le autorità, la società civile e il corpo diplomatico. È la Ville lumière, una città che riassume, nelle sue pietre e nella sua memoria, una parte essenziale della vicenda europea: le scuole cattedrali e le università, la ricerca teologica e l’umanesimo, le accademie, l’Illuminismo, la Rivoluzione, la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino, la costruzione faticosa di una coscienza universale dei diritti.

Nel discorso pronunciato all’Eliseo, il Papa non si limita a rendere omaggio alla Francia. Le consegna un compito. In un tempo nel quale la guerra torna a presentarsi come possibilità ordinaria, il riarmo come argomento di realismo e la forza come linguaggio delle relazioni internazionali, la Francia e l’Europa sono chiamate a ricordare che la pace non nasce da un precario bilanciamento di arsenali. «La pace non è un equilibrio di forze», afferma Leone XIV; essa «si costruisce ogni giorno attraverso il dialogo e la giustizia».

Non è una formula devozionale. È una tesi politica, giuridica e morale. E, prima ancora, è una tesi sulla civiltà. La pace non è semplice sospensione della guerra, né il silenzio provvisorio ottenuto dalla paura. È un’opera paziente che richiede istituzioni, diritto, mediazione, educazione e una coscienza capace di riconoscere nell’altro non un avversario da neutralizzare, ma un soggetto di dignità.

La Francia, nella lettura del Pontefice, è investita di questa responsabilità proprio per la sua storia. Non esiste una sola Francia: vi è la Francia di sant’Ireneo e di san Vincenzo de’ Paoli, delle abbazie e delle cattedrali; la Francia di Abelardo e della Sorbona, di Pascal e di Cartesio; la Francia di Voltaire, Rousseau, Tocqueville e Simone Weil; la Francia della Rivoluzione e quella delle grandi fratture fra Stato e Chiesa; la Francia della laïcité e della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, proclamata a Parigi nel 1948.

Leone XIV non cerca di cancellare le tensioni di questa storia, né di trasformarle in una narrazione edificante. La sua operazione è più profonda: mostrare che i grandi principi della modernità politica non vivono da soli. Libertà, uguaglianza e fraternità hanno bisogno di una cultura che ne custodisca il significato. Senza una concezione alta della persona, la libertà rischia di diventare arbitrio; l’uguaglianza può scivolare nell’uniformità o nella retorica; la fraternità resta una parola nobile, ma priva di forza concreta.

È la fraternità, forse, il termine più esigente della triade repubblicana. La libertà può essere garantita da diritti e l’uguaglianza da leggi; la fraternità domanda qualcosa che nessun ordinamento può interamente produrre. Chiede che l’altro non venga considerato semplicemente un concorrente, un cittadino estraneo, un ospite tollerato o un costo sociale. Domanda un vincolo di responsabilità. In questo senso, la domanda rivolta da Dio a Caino — «Dov’è tuo fratello?» (Gen 4,9) — permane come la prima questione politica. Ogni società può essere giudicata, in ultima analisi, da come risponde a quella domanda.

Il Papa colloca qui anche il richiamo a René Cassin, figura decisiva nella redazione della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo. La dichiarazione del 1948 non nacque da un’astratta fiducia nel progresso. Nacque dalle rovine della guerra, dalla scoperta dei campi di sterminio, dall’esperienza di un’Europa che aveva visto lo Stato diventare padrone della vita e della morte. Il suo principio fondamentale — la dignità inerente a tutti i membri della famiglia umana — non è una concessione dei governi. È il limite posto a ogni potere.

Leone XIV recupera questa intuizione, ma la sottrae alla retorica. La dignità, egli suggerisce, non può essere riconosciuta a intermittenza. Non dipende dalla salute, dall’età, dall’autonomia, dalla produttività, dalla ricchezza, dalla cittadinanza o dalla capacità di farsi ascoltare. Essa appartiene all’uomo e alla donna in quanto tali. Nella tradizione cristiana questa affermazione si radica nel primo capitolo della Genesi: «Dio creò l’uomo a sua immagine» (Gen 1,27). Nella filosofia moderna essa trova una formulazione rigorosa nell’idea che la persona non debba mai essere ridotta a cosa, funzione o strumento. Nel diritto europeo, torna come principio inaugurale della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione: la dignità umana è inviolabile.

Da qui deriva il nucleo più sensibile del discorso, quello relativo alla tutela della vita. Per Leone XIV, il diritto alla vita non è un diritto fra gli altri: è la condizione di possibilità di tutti gli altri. Una civiltà che proclama i diritti umani, ma non sa custodire coloro che dipendono maggiormente dagli altri, rischia di contraddirsi. Bambini non ancora nati, persone con disabilità, anziani, malati, poveri, migranti, rifugiati: non sono categorie da amministrare, ma volti nei quali si misura la verità delle istituzioni.

Non è un caso che il Pontefice richiami la tradizione francese della carità e, in particolare, la figura di san Vincenzo de’ Paoli. Nel Seicento delle guerre, delle carestie e delle disuguaglianze, Vincenzo intuì che la carità non poteva restare una disposizione privata dell’animo. Organizzò opere, reti di assistenza, forme di cura e di prossimità; coinvolse persone e istituzioni; fece della compassione una responsabilità sociale. In lui la misericordia non sottraeva alla storia: vi entrava, assumendo le ferite dei poveri come questione pubblica.

È lungo questa linea che Leone XIV colloca le sue parole sulla maternità surrogata, sul commercio di organi, sulle manipolazioni genetiche e sull’offerta della “morte programmata”. Si può discutere, in una società pluralista, delle singole traduzioni legislative e delle questioni bioetiche più controverse. Ma il punto sollevato dal Papa è più radicale: vi sono dimensioni dell’esistenza che non possono essere trattate come beni disponibili, prestazioni contrattuali o materiali negoziabili senza alterare la stessa nozione di persona. Il corpo, la generazione, la vulnerabilità, la malattia e la morte non sono soltanto luoghi nei quali si esercita l’autonomia; sono anche soglie che chiedono rispetto, cura e limite.

In questa luce, la laicità, tema cruciale per la Francia, non può essere interpretata come espulsione del religioso dallo spazio pubblico. Leone XIV parla di una “giusta laicità”, espressione che non rimette in discussione l’autonomia delle istituzioni civili né auspica il ritorno di forme di confusione fra potere spirituale e potere temporale. La Chiesa non chiede di governare lo Stato, e lo Stato non può pretendere di sostituirsi alla coscienza. Ma la neutralità delle istituzioni non esige il silenzio delle fedi, delle convinzioni filosofiche e delle tradizioni morali.

Il cristianesimo conosce da sempre la distinzione fra Cesare e Dio. «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio» (Mt 22,21): una frase che ha contribuito a sottrarre il potere politico alla pretesa del sacro assoluto. Ma proprio per questo nessun Cesare può pretendere di diventare Dio, di occupare integralmente la coscienza, di stabilire da solo ciò che è giusto, vero, degno o indegno di vivere. La laicità, quando rimane fedele a se stessa, non neutralizza il pluralismo; lo protegge.

Il riferimento conciliare alla Gaudium et spes è, da questo punto di vista, decisivo. Comunità politica e Chiesa operano su piani diversi, ma entrambe servono la vocazione personale e sociale dell’uomo. Una collaborazione equilibrata non significa privilegio confessionale. Significa riconoscere che scuole, università, ospedali, associazioni e opere sociali di ispirazione religiosa possono concorrere al bene comune, specialmente dove la società è più fragile e le istituzioni pubbliche faticano a rispondere da sole.

L’attenzione rivolta dal Pontefice ai cristiani d’Oriente si iscrive nel medesimo orizzonte. Il sostegno francese a scuole, università e comunità cristiane in Medio Oriente non viene presentato come un intervento identitario, ma come servizio alla convivenza e alla pace. Il Fondo per le scuole d’Oriente, istituito nel 2021, ha sostenuto oltre 260 istituti, incluse sette università libanesi e l’Università di Betlemme. Là dove una scuola resta aperta, dove un ospedale continua a curare, dove un’università preserva il sapere e la libertà di ricerca, si impedisce che la guerra cancelli non soltanto vite, ma la possibilità stessa di un futuro comune.
È a questo punto che il discorso assume una chiara densità geopolitica. Leone XIV non pronuncia una lezione astratta di pacifismo. Guarda alle guerre che segnano il Medio Oriente, alle popolazioni intrappolate nei conflitti, alle minoranze costrette a lasciare le proprie terre, alle ferite che attraversano l’Europa e il Mediterraneo. «Le sofferenze che segnano le popolazioni coinvolte nei conflitti feriscono la dignità umana e gridano giustizia a Dio», afferma.

Il linguaggio biblico del grido è significativo. Il sangue di Abele «grida dalla terra» (Gen 4,10); il grido del popolo oppresso in Egitto sale a Dio (Es 3,7). Nella Scrittura, la sofferenza innocente non è mai materiale di cronaca, non è un effetto collaterale accettabile né un dato statistico. È un appello che interroga la coscienza, giudica le ragioni del potere e chiede conversione. Per questa ragione la diplomazia non può ridursi alla gestione degli interessi o alla ripetizione di formule rituali: deve tenere aperto lo spazio della parola quando gli altri linguaggi sono già quelli delle armi.

La Santa Sede possiede una peculiare forma di presenza internazionale. Non dispone di eserciti, di materie prime, di arsenali o di strumenti coercitivi. La sua diplomazia vive di una forza diversa, più esposta e meno appariscente: la capacità di richiamare il diritto, di dare voce alle vittime, di favorire contatti, di custodire canali di comunicazione quando la politica si irrigidisce in blocchi contrapposti. Essa non è sempre risolutiva, e non può esserlo. Ma ricorda che nessun conflitto è definitivamente condannato a restare prigioniero della propria logica.

Il richiamo a Pacem in terris di Giovanni XXIII va letto in questo senso. Scritta nel 1963, nel clima ancora incandescente della crisi dei missili di Cuba, l’enciclica rifiutava l’idea che l’equilibrio del terrore potesse costituire un autentico ordine di pace. La pace, affermava Giovanni XXIII, si fonda su verità, giustizia, amore e libertà. Non sono parole ornamentali. Senza verità, la diplomazia diventa propaganda; senza giustizia, diventa gestione della sopraffazione; senza libertà, diventa disciplina imposta; senza carità, resta un armistizio fragile e reversibile.

Leone XIV denuncia, perciò, la nuova corsa agli armamenti e l’illusione che le armi nucleari possano garantire sicurezza. L’accumulo di strumenti di distruzione non elimina la paura: la istituzionalizza. Può produrre deterrenza, ma non riconciliazione; può congelare un conflitto, ma non cura le cause che lo generano. Una sicurezza costruita soltanto sulla minaccia resta una pace armata, e una pace armata non è ancora pace.

La Francia, potenza nucleare, membro permanente del Consiglio di sicurezza dell’ONU, Paese fondatore dell’integrazione europea e protagonista storico del multilateralismo, viene così chiamata a una responsabilità particolare. Il Pontefice le chiede di rimanere «instancabile artefice della pace e del multilateralismo», soprattutto nell’orizzonte europeo, e di contribuire a tracciare il cammino di una pace “disarmata e disarmante”.

Il riferimento all’Europa non è marginale. L’Unione europea è nata come risposta alla catastrofe delle guerre mondiali: il suo atto originario fu il tentativo di trasformare la rivalità fra gli Stati in cooperazione regolata, di rendere la guerra non soltanto moralmente inaccettabile ma politicamente e materialmente impraticabile. Schuman, De Gasperi e Adenauer avevano compreso che non esiste pace durevole senza istituzioni, interdipendenza, sviluppo condiviso e riconciliazione.

Oggi, quando la guerra è tornata nel cuore del continente, l’Europa deve domandarsi se vuole limitarsi a essere un grande spazio economico e regolativo, oppure se intende ritrovare quella vocazione storica. Non significa rinunciare alla difesa, né ignorare le minacce. Significa non consentire che il vocabolario del riarmo diventi l’unico vocabolario della sicurezza. La sicurezza europea non può essere separata dal diritto internazionale, dalla tutela delle popolazioni civili, dalla cooperazione con il Mediterraneo e il Sud globale, dalla prevenzione dei conflitti e dalla paziente costruzione di condizioni di giustizia.

Il discorso di Leone XIV all’Eliseo non offre soluzioni immediate alle crisi del nostro tempo. Non pretende di sostituire l’azione diplomatica con un linguaggio religioso della pace. Fa qualcosa di più necessario: ricorda alle istituzioni e ai governi ciò che rischiano di dimenticare quando la pressione degli eventi rende tutto urgente e tutto provvisorio. Ricorda che la forza, senza diritto, è solo potere; che il diritto, senza attenzione ai deboli, diventa astratto; che la libertà, senza fraternità, si deteriora in solitudine; che la pace, senza giustizia, non dura.

«Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio» (Mt 5,9). L’operatore di pace non è colui che ignora il conflitto, ma chi rifiuta di accettarlo come legge ultima della storia. È il diplomatico che non interrompe il dialogo, il governante che non sacrifica l’avvenire alla propaganda dell’immediato, il cittadino che non lascia che la paura diventi criterio della politica.

A Parigi, Leone XIV ha chiesto alla Francia e all’Europa di tornare a essere questo: non spettatrici della disgregazione del mondo, ma costruttrici di una pace fondata sulla dignità, sul dialogo e sulla giustizia.

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