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“La causa palestinese e le rivendicazioni anarchiche: una bandiera infangata”, l’Editoriale di Bruno Scapini

Redazione by Redazione
10 Febbraio 2026
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“La causa palestinese e le rivendicazioni anarchiche: una bandiera infangata”, l’Editoriale di Bruno Scapini
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di Bruno Scapini

Le violenti manifestazioni di Torino e di Milano, che hanno riempito la cronaca di questi ultimi giorni, dovrebbero suscitare fastidio e insofferenza in tutti coloro che sostengono con animo spassionato e spirito umanitario la causa palestinese.

 Vedere la bandiera della Palestina sventolare tra tumulti e violenze di piazza, per associarla simbolicamente, e indebitamente, alle ragioni avanzate da gruppi anarchici senza arte né parte, ma con in mente il solo obiettivo di distruggere lo Stato umiliandone le forze dell’ordine e le istituzioni, dovrebbe causare in noi cittadini, convinti assertori della nobiltà della causa palestinese, un senso di profonda indignazione.

La conseguenza più immediata, e anche più deleteria, di tali scene è la sostanziale equiparazione, suggerita nello spettatore, delle aspirazioni del popolo palestinese, volte all’auto-determinazione e alla assegnazione di un proprio Stato autonomo e indipendente, alle abiette ragioni delle proteste condotte da elementi dissidenti e rivoluzionari sui quali non esiste valida giustificazione per indulgere.

Sappiamo bene, infatti, come nascono questi gruppi e da chi sono composti. Il caso di Askatasuna è del resto emblematico di un fenomeno sovversivo che, ricorrendo a metodi tipici del terrorismo, punta a sconvolgere l’ordine pubblico e istituzionale facendo leva su temi divisivi al fine di provocare la reazione.

Orbene, l’inclusione della causa palestinese nel programma di questi individui costituisce a tutti gli effetti – sul piano dell’immagine, come pure su quello della condivisibilità politica – un elemento di assoluto discredito sia per la questione storico-politica in sé, sia per le persone che ufficialmente la rappresentano e sostengono. Consentire a tali movimenti eversivi di appoggiare apertamente la causa appropriandosi indebitamente della bandiera, quale simbolo in fondo più sacro e significativo, è, né può essere altrimenti, un madornale errore di valutazione politica, sociale, storica e culturale.

Non è ammissibile, infatti, che si riconosca a frange minoritarie insurrezionali la rappresentatività di una causa – quella della libertà del popolo palestinese – senza che ne derivi, per questo solo fatto, un danno gravissimo di delegittimazione. In mano a gente facinorosa che agisce per ben altri scopi rispetto a quelli apparentemente dichiarati, la causa del popolo palestinese perde di credibilità, venendo inevitabilmente associata agli ordinari temi di contestazione anarchica con cui invece nulla avrebbe a che fare.

Ma probabilmente è proprio questo l’obiettivo che da parte di una certa politica si punta a conseguire. Lo smantellamento delle aspirazioni palestinesi, così come la demolizione progressiva della loro stessa causa storica, passa anche per le rivendicazioni di matrice anarchica. L’equivalenza, del resto, con cui le questioni verrebbero a trovare ideale sintesi nella violenza delle proteste, agisce sul pubblico sentire e sull’immaginario di una sprovveduta pubblica opinione, quale fattore di indubbio convincimento su una presunta assenza di legittimità per la causa della Palestina.

Una tesi, questa, facilmente dimostrabile, considerato che proprio questi gruppi eversivi, per loro strutturazione e organizzazione, risultano spesso etero-diretti e assecondati da elementi esterni riconducibili a centri di potere oltre confine. Non si deve dimenticare, e tanto meno negare, del resto, come lo screditamento della causa palestinese giovi ineluttabilmente alla formazione di un consenso in favore del progetto assunto ormai, con sconcertante lucidità, proprio dal Governo israeliano. Ovvero quello, non solo dichiarato, ma di fatto già perseguito, di opporsi ad ogni costo all’esistenza di uno Stato di Palestina autonomo e indipendente, prevedendo addirittura la cacciata del popolo palestinese dalle sue terre di storico insediamento. Risponderebbero a tale prospettiva, infatti, la proposta avanzata impudentemente da Tel Aviv di imporre una emigrazione forzata dei gazawi verso altri Paesi (il Somaliland?), e la sottrazione continua di terre in Cisgiordania per favorire l’illecito insediamento – già condannato dall’ONU – dei coloni israeliani.

Ecco allora che appare indispensabile, ai fini di restituire alla politica il suo irrinunciabile contenuto etico, rimuovere ogni rischio di delegittimazione per la causa palestinese, per fornire invece ad essa, affinché possa sopravvivere ai tentativi di cancellazione, i giusti necessari elementi di accreditamento. E per questo sarà necessario, non solo promuoverne le motivazioni storiche e le ragioni politiche, ma anche sollecitare le istituzioni deputate a rappresentarla ufficialmente a intraprendere ogni utile iniziativa per dare una immediata smentita alla presunzione di appoggio fornito da parte di questi movimenti eversivi, prendendo al contempo da essi le debite distanze onde evitare ogni strumentalizzazione della stessa causa per finalità ad essa del tutto estranee e non pertinenti.

Ricordiamoci: la causa palestinese è la nobile causa di un popolo che aspira legittimamente a vivere sulla propria storica terra, e non può essere svilita e, tanto meno, infangata dalla deprecabile azione di irresponsabili facinorosi.   

Bruno Scapini – Ambasciatore d’Italia

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