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Italia-Canada, Di Giuseppe: “Vendere di più non basta”

Redazione by Redazione
30 Ottobre 2026
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Italia-Canada, Di Giuseppe: “Vendere di più non basta”
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“Se la nostra ambizione massima si riducesse a vendere reciprocamente più prodotti, staremmo puntando decisamente troppo in basso. Oggi il rapporto tra Roma e Ottawa ha varcato una soglia storica: non parliamo più soltanto di scambi commerciali, ma di sicurezza nazionale”. Con queste parole Andrea Di Giuseppe, parlamentare di Fratelli d’Italia eletto nella circoscrizione Nord e Centro America e presidente del Comitato permanente sul commercio internazionale, ha aperto a Toronto i lavori dell’Italy-Canada Business Forum.

Nel suo intervento inaugurale davanti a una platea di istituzioni e vertici dell’imprenditoria transatlantica, Di Giuseppe ha tracciato una netta linea di discontinuità rispetto ai paradigmi della globalizzazione classica, evidenziandone i limiti strutturali emersi nell’attuale scenario internazionale. “Per decenni ci è stato insegnato che la catena di approvvigionamento migliore fosse quella a minor costo; abbiamo inseguito una logica di mera efficienza produttiva che ha finito per rendere le nostre democrazie pericolosamente vulnerabili”, ha spiegato il deputato. “In un mondo in cui la mancanza di un singolo semiconduttore può bloccare l’industria dell’automotive, un attacco cibernetico paralizzare un porto o una crisi energetica fermare interi distretti industriali, la certezza dell’approvvigionamento prevale nettamente sul prezzo. La geopolitica non plasma più il commercio: è il commercio stesso a determinare la geopolitica”.

Da qui una puntuale ridefinizione del concetto di sovranità, intesa come alleanza industriale selettiva e protetta: “Nessuna democrazia contemporanea può pensare di tutelarsi producendosi tutto da sola. La vera sovranità risiede nella facoltà di scegliere le Nazioni con cui rendersi strategicamente interdipendenti. La nostra fragilità non è l’interdipendenza, ma la dipendenza priva di fiducia”. Una visione che vede Italia e Canada naturalmente complementari: da un lato le risorse energetiche, i minerali critici e le materie prime canadesi; dall’altro la manifattura d’eccellenza, la robotica di precisione, l’ingegneria e il design che contraddistinguono il sistema produttivo italiano.

Tale sinergia, secondo Di Giuseppe, deve però tradursi in una piena integrazione tecnologica e operativa che guardi a settori cardine quali semiconduttori, difesa, aerospazio, intelligenza artificiale applicata ai processi produttivi, tecnologie dell’abitare e corridoi logistici atlantici. Un disegno che il parlamentare ha blindato a tutela del tessuto produttivo diffuso: “Queste piattaforme industriali non possono e non devono diventare un club esclusivo per sole multinazionali. Devono invece spalancare mercati e filiere sicure alle nostre piccole e medie imprese, il vero baricentro dove risiedono il rischio d’impresa, l’innovazione autentica e il coraggio economico. I governi non possono legiferare la prosperità o fabbricare il coraggio degli imprenditori, ma hanno l’obbligo di garantire loro sicurezza, velocità e certezza del quadro strategico, trasformando la diplomazia economica in concrete occasioni di sviluppo”.

I lavori del Forum Imprenditoriale, promossi dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale e da Agenzia ICE nel quadro dell’iniziativa OpportunItaly con la Canadian Chamber of Commerce, hanno visto la presenza, tra gli altri, dell’Ambasciatore d’Italia in Canada Alessandro Cattaneo, del Sottosegretario agli Esteri Maria Tripodi, del Direttore Generale di ICE Lorenzo Galanti, affiancati da autorevoli rappresentanti del governo e del parlamento canadese come il Segretario di Stato John Zerucelli, il Ministro dello Sviluppo Economico dell’Ontario Victor Fedeli e il Segretario Parlamentare Karim Bardeesy.

“Tra dieci anni – ha concluso Di Giuseppe – non dovremo misurare il successo delle nostre relazioni dall’incremento percentuale dell’interscambio, ma dal numero di stabilimenti costruiti insieme, dalle tecnologie proprietarie sviluppate e dalle filiere industriali messe in sicurezza. Nel secolo che si apre, le partnership destinate a durare non saranno quelle che commerciano di più, ma quelle capaci di rendersi reciprocamente indispensabili e impossibili da sostituire per il resto del mondo”.

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