Gazzetta diplomatica
  • Home
  • News
  • Interviste
  • Curiosità
  • Video
  • Contatti
  • Premio
No Result
View All Result
Gazzetta diplomatica
Home Interviste

Isidor Marcel Sene, Ambasciatore della Repubblica del Senegal presso la Santa Sede: “Il nostro Paese è un esempio di convivenza armoniosa. L’altro, seppur diverso, è prima di tutto un fratello con il quale creare legami”

Redazione by Redazione
7 Ottobre 2026
in Interviste
0
Isidor Marcel Sene, Ambasciatore della Repubblica del Senegal presso la Santa Sede: “Il nostro Paese è un esempio di convivenza armoniosa. L’altro, seppur diverso, è prima di tutto un fratello con il quale creare legami”
1
SHARES
6
VIEWS
Share on FacebookShare on Twitter

Tra i Paesi africani che più hanno saputo coniugare stabilità politica, dialogo interreligioso e apertura internazionale, il Senegal occupa un posto di particolare rilievo. In una fase storica segnata da tensioni e profonde trasformazioni regionali, Dakar continua infatti a rappresentare un esempio di convivenza pacifica tra comunità musulmane e cristiane, fondata su una tradizione di rispetto reciproco che costituisce uno dei tratti distintivi dell’identità nazionale.

Questa vocazione al dialogo e alla fraternità trova una naturale sintonia con la missione della Santa Sede e rappresenta da tempo uno dei pilastri delle relazioni tra il Senegal e il Vaticano. Un rapporto consolidato che si sviluppa nel segno della pace, della cooperazione e della promozione umana.

Alla guida dell’Ambasciata del Senegal presso la Santa Sede vi è oggi Isidor Marcel Sene, diplomatico di grande esperienza, il cui percorso professionale si è articolato tra incarichi di rilievo presso le Nazioni Unite, il Ministero degli Affari Esteri senegalese e l’Ambasciata del Senegal a Washington. Una carriera sviluppata attorno ai principali temi della diplomazia contemporanea, dalla sicurezza internazionale al disarmo, dalla cooperazione multilaterale alle strategie per lo sviluppo sostenibile.

Forte di una consolidata tradizione di confronto e apertura, il Senegal si presenta oggi come un attore sempre più dinamico sulla scena internazionale, impegnato a sostenere la crescita economica, lo sviluppo sostenibile e la coesione sociale. Un percorso che guarda alle opportunità del futuro attraverso la visione delineata da Senegal 2050, mantenendo saldo il legame con quei valori di dialogo, fraternità e convivenza che ne hanno accompagnato la storia e che continuano a rappresentarne uno dei principali punti di forza.

Ambasciatore, come definirebbe oggi le relazioni diplomatiche tra la Repubblica del Senegal e la Santa Sede? “Si tratta di relazioni storiche, che risalgono al 17 novembre 1961 e che sono state elevate dal rango di Legazione a quello di Ambasciata nel 1965. Oggi si distinguono per la loro eccellenza e stabilità, e sono fondate su una solida fiducia reciproca, un dialogo interreligioso esemplare e scambi regolari ai massimi livelli istituzionali. Contraddistinte da un profondo rispetto reciproco, queste relazioni sono particolarmente apprezzate per la qualità dei rapporti tra islam e cristianesimo che fanno del Senegal un punto di riferimento a livello internazionale. Il Paese rappresenta infatti un esempio consolidato di democrazia repubblicana, nel quale la minoranza cristiana convive armoniosamente con la maggioranza musulmana nel quadro di una laicità definita positiva”.

Quali sono le principali sfide e opportunità che individua nel suo mandato presso la Santa Sede? “L’Agenda Nazionale di Trasformazione “Senegal 2050”, lanciata nell’ottobre 2024, aspira a costruire una nazione sovrana, giusta e prospera attraverso approcci inclusivi e sostenibili. Il piano si articola attorno alla trasformazione economica e alla creazione di posti di lavoro, allo sviluppo umano e sociale, alla sostenibilità ambientale e al rafforzamento istituzionale. Da parte sua, la Santa Sede è impegnata nella promozione dell’ecologia integrale e della sostenibilità. La qualità delle nostre relazioni bilaterali offre quindi un quadro ideale per sviluppare progetti comuni in linea con gli obiettivi di “Senegal 2050”, integrando al tempo stesso priorità vaticane quali il dialogo interreligioso e la tutela dell’ambiente. L’obiettivo è rafforzare ulteriormente i legami diplomatici, promuovere iniziative innovative per una trasformazione sostenibile e consolidare un modello di cooperazione interreligiosa e di sviluppo che possa rappresentare un riferimento anche per il continente africano”.

Mi racconta qual è stata la sua emozione nel presentare le Lettere Credenziali al Santo Padre un anno fa? “È con un profondo senso di onore ed emozione che ho avuto il privilegio di presentare le mie Lettere Credenziali a Sua Santità. Quel momento solenne resterà impresso nel mio cuore. Ho sentito sia il peso della responsabilità affidatami sia una grande pace interiore di fronte alla benevolenza del Vescovo di Roma. Sono orgoglioso dell’onore che mi è stato dato di rappresentare il mio Paese presso la Santa Sede”.

Il Senegal, come accennava, è spesso citato come modello di convivenza religiosa. Quali elementi rendono questo equilibrio così solido? “Prendendo il tempo di comprendere i valori e le aspettative degli altri, favoriamo una coesione sociale essenziale per costruire una società inclusiva e rispettosa delle diversità. Il Senegal ne è un esempio concreto. Pur nella pluralità delle etnie e delle lingue nazionali, il Paese ha sviluppato forti elementi di unità, tra cui l’uso diffuso del wolof come lingua di comunicazione. Un ruolo importante è svolto anche dalla cosiddetta “parentela scherzosa”, un insieme di pratiche e relazioni tradizionali che favoriscono il dialogo e stemperano le tensioni, rafforzando il senso di fratellanza tra persone appartenenti a gruppi differenti. Lo stesso spirito anima la vita religiosa del Paese. Le festività musulmane e cristiane sono spesso occasione di condivisione tra famiglie e vicini, indipendentemente dall’appartenenza religiosa. La libertà di culto è profondamente rispettata e non è raro incontrare famiglie composte da cattolici e musulmani che convivono nel rispetto e nell’affetto reciproco”.

Qual è il ruolo della Chiesa cattolica in Senegal? “La Chiesa cattolica in Senegal, pur rappresentando circa il 4-5% della popolazione, svolge un ruolo importante e largamente apprezzato nella società. È riconosciuta per il suo contributo all’istruzione, alla salute, all’azione sociale e al dialogo interreligioso. Con oltre 300 scuole cattoliche frequentate da circa 120.000 studenti, in maggioranza musulmani, l’istruzione costituisce uno dei principali ambiti di intervento della Chiesa. Le sue istituzioni sono rinomate per la qualità dell’insegnamento e per la trasmissione di valori umani e civici. Significativo è anche il contributo nei settori sanitario e sociale, attraverso dispensari, centri sanitari, ospedali e numerose opere assistenziali. La Caritas Senegal sostiene le categorie più vulnerabili con programmi che spaziano dalla microfinanza alla formazione professionale, fino alla realizzazione di infrastrutture essenziali. La Chiesa svolge inoltre un ruolo di primo piano nel dialogo interreligioso, collaborando attivamente con le confraternite musulmane e partecipando alle iniziative del Consiglio Interreligioso del Senegal per la Pace”.

Le comunità religiose, dunque, contribuiscono in modo sensibile allo sviluppo umano e alla coesione sociale nel Paese. “Esatto. Le comunità religiose in Senegal, in particolare le confraternite musulmane e la Chiesa cattolica, svolgono un ruolo centrale nello sviluppo umano e nella coesione sociale. La loro azione si estende all’istruzione, alla salute, alla solidarietà sociale e alla mediazione. Le confraternite gestiscono scuole coraniche e istituti di formazione, mentre la Chiesa cattolica dirige numerose scuole riconosciute per la loro eccellenza. Entrambe contribuiscono alla formazione delle nuove generazioni e alla diffusione di valori civici. Sul piano sociale, dispensari, ospedali, centri di assistenza e programmi di sostegno ai più vulnerabili offrono un contributo essenziale, così come le iniziative dedicate alla formazione professionale, all’imprenditoria giovanile e all’emancipazione delle donne. I leader religiosi svolgono inoltre un importante ruolo di mediazione nelle tensioni sociali e promuovono valori condivisi come l’ospitalità, la dignità, la pazienza e il rispetto reciproco. In sintesi, le comunità religiose rappresentano un pilastro dello sviluppo umano e una garanzia della coesione sociale, contribuendo in modo significativo alla stabilità e alla resilienza del Senegal”.

Torniamo all’agosto del 2025. Qual è stata la sua prima impressione arrivando in Vaticano e cosa l’ha colpita di più di questo Stato? “A Piazza San Pietro sono rimasto colpito dall’immensità del luogo. La colonnata del Bernini sembra aprire le braccia ai visitatori, mentre la Basilica domina la piazza con una maestosità quasi irreale. Entrando, ho provato una sensazione immediata di meraviglia. La luce che filtra dalla cupola, il baldacchino del Bernini e la Pietà di Michelangelo hanno rappresentato per me emozioni indimenticabili. Tra i dettagli che mi hanno colpito maggiormente vi sono anche le Guardie Svizzere con le loro caratteristiche uniformi”.

A distanza di un anno, se le chiedessi di selezionare un aneddoto legato alla sua esperienza da diplomatico in Vaticano, quale sceglierebbe? “La cena organizzata dal Decano del Corpo Diplomatico in onore del Cardinale Pietro Parolin. È stata l’occasione per conoscere meglio alcuni colleghi Ambasciatori e confrontarmi con loro in un clima particolarmente cordiale e informale”.

C’è un luogo al quale si sente particolarmente legato? “I Giardini Vaticani. È il luogo dove si respira e dove il Vaticano diventa quasi intimo”.

Coltiva qualche hobby in particolare? “La lettura e i film d’azione”.

Oggi quali iniziative culturali, educative o accademiche ritiene più significative per rafforzare la conoscenza reciproca tra Senegal e Santa Sede? “Le iniziative più significative ruotano attorno al dialogo interreligioso, alla diplomazia religiosa e alla cooperazione accademica ed educativa, valorizzando quello che viene spesso definito il “modello senegalese” di convivenza pacifica. Particolarmente importante è la recente partnership tra la Santa Sede e l’ONG Fawzi Wanadiaty, fondata sui temi della fraternità umana, dell’inclusione sociale e della formazione accademica sul dialogo interreligioso. Tra gli obiettivi vi sono l’organizzazione di convegni internazionali, la creazione di una Casa internazionale della diplomazia religiosa a Bambilor e iniziative dedicate alle migrazioni e alle diaspore africane. Merita inoltre di essere rafforzata la cooperazione universitaria. L’Università Cheikh Anta Diop di Dakar ha già promosso importanti incontri sulla diplomazia religiosa con la partecipazione della Santa Sede, contribuendo a sviluppare una riflessione sul ruolo delle religioni nella costruzione della pace. Un ulteriore ambito strategico riguarda gli scambi educativi e il rafforzamento dell’insegnamento cattolico, attraverso programmi di formazione, mobilità accademica e collaborazione con le istituzioni pontificie. Infine, ritengo importante continuare a valorizzare il patrimonio culturale condiviso, a partire dalla figura di Léopold Sédar Senghor e dalla storia delle relazioni diplomatiche tra Senegal e Santa Sede. Pubblicazioni, mostre, conferenze e simposi possono contribuire in modo significativo ad approfondire una conoscenza reciproca duratura”.

Qual è il contributo che il Senegal può offrire alla pace e alla sicurezza nell’Africa occidentale? “Il Senegal può offrire un contributo significativo alla pace e alla sicurezza dell’Africa occidentale grazie alla propria stabilità politica, alla professionalità delle Forze armate, alla tradizione diplomatica di mediazione e al modello di convivenza interreligiosa. Questo contributo si manifesta sia attraverso l’azione diplomatica all’interno della CEDEAO sia mediante la partecipazione a missioni regionali e delle Nazioni Unite. In una fase complessa per l’Africa occidentale, Dakar continua a promuovere il dialogo, la cooperazione regionale e la ricerca di soluzioni condivise alle crisi. In sintesi, il contributo senegalese si fonda su tre dimensioni complementari: operativa, attraverso la partecipazione alle missioni di pace; diplomatica, mediante gli sforzi di mediazione regionale; e sociale, grazie alla promozione di un modello di dialogo e inclusione che integra la dimensione della sicurezza”.

Come si colloca il Senegal nel dibattito internazionale sulle migrazioni e quali iniziative ritiene più efficaci? “Il Senegal adotta una posizione pragmatica ed equilibrata sul tema delle migrazioni, coniugando il contrasto all’immigrazione irregolare con la promozione di percorsi regolari e con la convinzione che lo sviluppo rappresenti la risposta più efficace alle cause profonde del fenomeno. Il nostro Paese si considera al tempo stesso territorio di origine, transito e destinazione. In questo contesto, riteniamo particolarmente importanti le iniziative di migrazione circolare e di mobilità lavorativa regolare, che offrono opportunità concrete e riducono i rischi legati alle rotte irregolari. Grande attenzione è riservata inoltre ai programmi di ritorno e reintegrazione, sostenuti anche da partner internazionali, che consentono ai migranti rientrati di avviare nuove attività economiche e reinserirsi nella vita sociale delle loro comunità. Accanto a ciò, il Senegal investe nell’occupazione giovanile, nella formazione professionale, nell’agricoltura, nelle energie rinnovabili e nella valorizzazione della diaspora, in linea con la visione “Senegal 2050”. In sintesi, la nostra posizione privilegia una gestione sovrana, equilibrata e orientata allo sviluppo, nella convinzione che la cooperazione internazionale debba basarsi sulla collaborazione e sulla creazione di opportunità concrete”.

Chiuderei questa intervista, come consuetudine, chiedendole un consiglio su un buon libro da leggere. “Raccomando un libro che aiuta a comprendere il conflitto palestinese dalle origini della colonizzazione ebraica fino alla resistenza palestinese: The Hundred Years’ War on Palestine di Rashid Khalidi”.

Intervista di Marco Finelli

Previous Post

L’Ambasciatore designato della Repubblica Ellenica presenta copia Lettere Credenziali alla Farnesina

Next Post

AI: al CNEL nascono i “Principi di Villa Lubin”. Governare l’algoritmo per tutelare lavoro e diritti  

Next Post
AI: Mercoledì al CNEL il Convegno “Governare l’Algoritmo”

AI: al CNEL nascono i "Principi di Villa Lubin". Governare l'algoritmo per tutelare lavoro e diritti  

Lascia un commento Annulla risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Gazzetta Diplomatica - Testata giornalistica registrata al Tribunale di Civitavecchia n. 1/2024 - Tutti i diritti riservati - © 2026
info@gazzettadiplomatica.it




No Result
View All Result
  • Home
  • News
  • Interviste
  • Curiosità
  • Video
  • Premio
  • Contatti

© 2022 - Gazzetta Diplomatica