Potrebbe suonare come il titolo di una fiaba, di un racconto favolistico in cui alla fata, simbolo del bene, si contrappongono figure demoniache. Eppure, al di là della similitudine, parlare oggi di Europa e del fantasma di un aggressore che le tende un agguato non è il prodotto di un’invenzione letteraria, ma una realtà che ha assunto i connotati di un racconto che potremmo definire assolutamente isterico e paradossale.
L’Europa è minacciata. L’Europa, secondo le più genuine sensibilità dei suoi leader, si sente oggi in pericolo, e si riscopre improvvisamente sola, debole e indifesa.
Ma chi è l’aggressore? Chi tenderebbe un agguato alle sue libertà al punto da indurla ad una gigantesca avventura di riarmo il cui costo verrà a gravare pesantemente sui suoi cittadini e sulle nostre prossime generazioni di giovani? Naturalmente la Russia! Sì, attraverso una attenta e ricercata opera di ricostruzione della Storia si addita ora alla Russia come al grande nemico in perenne stato di aggressività e pronto a ricostruirsi sulla punta delle baionette il perimetro della ex Unione Sovietica, se non, addirittura, del più antico Impero zarista!
Quanto falsa e speciosa sia questa visione dell’attuale momento storico è presto spiegato. L’Operazione Militare Speciale, avviata da Mosca il 24 febbraio del 2022, al fine di rimuovere dall’Ucraina le ormai consolidatesi presenze di un Occidente collettivo unanimemente ispirato a fare dell’Ucraina un progetto in funzione anti-russa, è stata presa a pretesto per assegnare alla Russia una volontà di conquista con programmi di invasione e di espansione verso l’Ovest europeo che non trova giustificazione, né in dichiarazioni e atti del Cremlino, né negli indici di riarmo dallo stesso perseguiti. È l’Istituto per la Pace svedese (SIPRI) a confermarcelo. Con riferimento al 2023, infatti, a fronte di una spesa pubblica degli Stati Uniti per il settore della Difesa di 880 miliardi di dollari, della Cina per 309, dei Paesi UE di 287 (con Norvegia e Regno Unito 312), la Russia ha investito solo 109 miliardi! Se questi sono dati indicativi di un corso tendenziale degli anni precedenti dovremmo allora, e fondatamente, domandarci da che parte venga la vera aggressione! Del resto, l’Ucraina si è rivelata come l’ultimo tassello di quella cintura di destabilizzazione che gli Stati Uniti avevano tenacemente, e progressivamente, edificato lungo i confini orientali dell’Europa in disprezzo dell’impegno assunto in occasione della riunificazione della Germania fin dal 1989, secondo cui la NATO non si sarebbe dovuta espandere verso Est neanche di 1 solo pollice oltre il fiume Oder.
Oggi l’Europa si sentirebbe, dunque, minacciata, e per via di questa minaccia corre ai ripari annunciando un’operazione colossale di militarizzazione nonostante il fatto accertato che il pericolo di una aggressione da parte della Russia sia stato chiaramente smentito perfino dal nuovo corso politico inaugurato dall’Amministrazione Trump. Se sono gli Stati Uniti a non temere un’aggressione da parte di Mosca, sarebbe lecito domandarsi allora perché mai dovrebbero temere qualcosa proprio gli europei che già nel 1997, al tempo del massimo idillio tra Bruxelles e Mosca, avevano firmato un “Accordo di Partenariato e Cooperazione” con il Cremlino. Sembrerebbe allora esserci qualcosa di profondamente anomalo in questa esperienza ansiogena dell’Unione Europea. E a ben guardare, potremmo ricondurre la risposta proprio alla posizione assunta dalla nuova Amministrazione americana. Trump, presentatosi al mondo come il profeta della restaurazione di un ordine sconvolto dall’ideologia liberal-globalista (tradottasi in Europa come liberal-socialista), persegue oggi, con spirito apertamente pragmatico e aderente alle storiche verità, una politica di distensione con la Russia, percependo nella cooperazione con questo Paese le potenzialità di uno sviluppo a tutto campo. Ben venga, dunque, dovremmo dire, questo corso di avvicinamento tra Washington e Mosca! E dovremmo altresì rispettare questa scelta della Casa Bianca se destinata, come pare, a restituire al Pianeta una nuova prospettiva di stabilità.
Ma questa volta sarebbero proprio gli europei ad opporsi. Fedelissimi osservanti del “diktat” americano in tutte le Amministrazioni precedenti – soprattutto quelle a guida “dem”- oggi gli europei si scoprono d’un tratto coraggiosi e si pongono di traverso sul corso di Donald Trump per intraprendere una strada, quella del riarmo, in tutta convinzione e autonomia. Ma chi mai avrà dato questa insospettata audacia alle leadership europee?
Costrette all’inerzia da un ruolo che è andato riducendosi a causa di un corso politico vieppiù autocratico, repressivo e liberticida – e indicativo in tal senso è stato il discorso di Vance alla recente Conferenza di Monaco – le leadership europee vengono oggi fortemente sostenute dai vecchi circoli del Deep State americano in contrapposizione ad un Trump che non indulge nella condiscendenza verso i progressisti. Ma proprio questi, non potendo combattere efficacemente il nuovo inquilino della Casa Bianca sul suolo americano – sottratto oggi al loro controllo – troverebbero ben più vantaggioso ostacolare la politica del “Tycoon”, e più specificamente il processo di distensione con la Russia, dall’Europa, ovvero contando sull’ombrello protettivo loro garantito dalle coraggiose avanguardie di Davos. Ecco, dunque, dove gli europei avrebbero trovato questo inusitato coraggio. E decidono così di opporsi agli Stati Uniti optando per un riarmo che solo virtualmente potrà garantire una autonomia di difesa dipendendo questa in realtà, non tanto da una militarizzazione convenzionale, bensì trasferendo l’asse difensivo dal piano convenzionale a quello della deterrenza nucleare, unica ed esclusiva forma di garanzia avverso un potenziale nemico dotato di armamenti nucleari. Ma un esito del genere risulterebbe in questa fase storica del tutto improbabile; e ciò in quanto, il progetto di nuclearizzazione europea assumerebbe connotazioni strategiche di dubbia sostenibilità sia politica, sia in vista di un nuovo ordine mondiale fondato preferibilmente sulla coesistenza pacifica e sul disarmo.
Ma un ulteriore aspetto sconfesserebbe la necessità di questa militarizzazione: la sua dannosità sul piano economico.
E’ accertato, infatti, se esaminiamo la questione sotto il profilo finanziario, che un investimento in armamenti di oltre 800 miliardi di euro (oltre agli aiuti che la UE stanzierà certamente per il preannunciato sostegno militare all’Esercito di Kiev), condurrà ad un gravissimo indebitamento degli Stati membri indipendentemente dai meccanismi monetari inventabili. Che si tratti di risparmi nazionali re-investiti, o di emissioni obbligazionarie della BCE o di prestiti della BEI, il debito contratto peserà comunque sui bilanci degli Stati e, conseguentemente, sui cittadini che si vedranno privati di servizi essenziali quali sanità, scuola, formazione professionale, trasporti ed altro ancora. Non solo, ma non si realizzerà neanche quel beneficio derivante dal moltiplicatore dei redditi tanto sbandierato da illustri economisti (ma di laurea breve!) a giustificare gli investimenti nelle armi. Questi signori, infatti, devono aver dimenticato che il “il moltiplicatore keynesiano” funziona con effetti positivi in dipendenza della propensione marginale al consumo del bene prodotto. E l’indice per gli armamenti è in assoluto il più basso, mentre è massimo per il settore della scuola, formazione e cultura e in successione, sanità e servizi. Presentare, quindi, gli investimenti nella Difesa come un “asset” è profondamente capzioso, risultando piuttosto come uno squallido espediente per far passare con l’inganno una proposta bellicista dell’Unione Europea, peraltro priva di alcun fondamento di legittimità democratica per la sua adozione.
Ma un’ulteriore riflessione soccorre a spiegazione della estrema pericolosità del processo di militarizzazione. Considerata la necessità di estendere il riarmo alla sfera della deterrenza nucleare – imprescindibile in un’ottica di difesa completamente autonoma – gli europei si troverebbero costretti ad appoggiarsi all’unico Stato membro dell’Unione dotato di potenziale nucleare: la Francia. Una circostanza che, associandosi al ruolo della Germania quale complesso industrial-militare più rilevante, sposterebbe inevitabilmente il baricentro dei processi decisionali per la Difesa verso questi Paesi a detrimento dell’autonomia e della sovranità degli altri membri.
Pensare, dunque, di risolvere problemi di difesa autonomamente e indipendentemente dal vecchio alleato americano è, almeno a livello strategico, impensabile e irrealistico. Ma del pari impensabile sarebbe anche risolvere i problemi di una economia stagnante ricorrendo alla produzione di armi. Qui non si tratta di negare il diritto alla difesa – che peraltro prima di essere una norma di diritto internazionale è un diritto naturale dei popoli – ma di trovare una giustificazione a questa mostruosa operazione di finanziamento alle armi in assenza di vere e convincenti ragioni di fondo. Un esercizio di isteria politica sembrerebbe piuttosto questo del riarmo. La simulazione di uno scenario di crisi per spingere i popoli europei alla sottomissione a quelle elite tecno-finanziarie impegnate a costruire una “governance” capace di rimuovere dal loro cammino lo stesso Presidente Trump perché ritenuto il principale ostacolo al loro progettato dominio planetario.
Purtroppo, in assenza di una linea di forte resistenza da parte dei cittadini europei, e a meno di una azione di Trump volta a indurre nelle leadership dell’Unione Europea un utile ravvedimento per un riallineamento con la Casa Bianca, sarà impossibile far cambiare corso all’operato di una Commissione UE oggi saldamente arroccata a Palazzo Berlaymont senza alcuna speranza per un suo licenziamento.
Abbiamo però cambiato la Storia: 35 anni fa abbiamo riunito la Germania, oggi abbiamo diviso l’Ucraina e il mondo intero!
Bruno Scapini