Di seguito il testo integrale del discorso del Ministro Tajani.
Signor Presidente,
lo scorso anno, da questo podio, il Presidente del Consiglio Giorgia Meloni ricordò che nel mondo erano in corso 56 conflitti armati: il numero più alto dalla Seconda guerra mondiale. Oggi, secondo le stesse fonti, sono 61. È la nuda verità dei numeri.
Papa Leone XIV ci ha rivolto un monito che l’Italia fa proprio: non dobbiamo abituarci alla guerra. Perché ci si abitua prima alle parole, poi alle immagini, infine alle vittime. E quando la guerra diventa un’abitudine, la pace rischia di apparire un miraggio.
Noi non ci rassegniamo.
Contro la legge del più forte, scegliamo la forza della legge. Contro la politica della forza, scegliamo la forza della politica. Questo è il messaggio che l’Italia porta oggi alle Nazioni Unite.
Questa è la missione della diplomazia italiana: costruire ponti, aprire strade, tenere vivo il dialogo anche quando sembra impossibile. Lavorare per la pace, il benessere e la crescita, perché la crescita genera prosperità e la prosperità consolida la pace.
Ucraina, Medio Oriente, Golfo, Sudan, Sahel non sono crisi separate. Non lo sono le guerre commerciali, la competizione sull’intelligenza artificiale, gli attacchi ibridi e le loro conseguenze economiche e sociali. Non lo è il terrorismo in tutte le sue molteplici forme che continuiamo a combattere ovunque nel mondo. Tutti fronti diversi di un’unica grande trasformazione: l’ordine internazionale nato dopo la Seconda guerra mondiale sta cedendo. Era un ordine imperfetto. Non ha impedito guerre, ingiustizie e sofferenze.
Oggi quell’equilibrio è spezzato e la storia, che qualcuno aveva dichiarato finita, ha ripreso a correre.
Ma ogni corsa ha bisogno di un traguardo. E il nostro compito non può essere quello di assistere passivamente alla frammentazione del mondo; deve essere quello di costruire un nuovo quadro di regole, responsabilità e cooperazione capace di governare il cambiamento.
Cambiamento che nascerà soltanto dalla volontà politica, dal confronto tra le nazioni, dalla consapevolezza dei popoli e dalla capacità delle istituzioni multilaterali di ritrovare una missione all’altezza dei tempi.
Le Nazioni Unite non possono limitarsi a registrare le divisioni del presente. Devono avere l’ambizione di immaginare il futuro. Devono saper riconoscere i propri limiti, superare le proprie paralisi e riformare i propri strumenti, senza rinunciare alla loro ragion d’essere più profonda: essere il luogo in cui il conflitto lascia spazio al dialogo, la contrapposizione alla diplomazia, la paura alla ricerca di soluzioni condivise.
Le Nazioni Unite restano il luogo più universale di questa aspirazione.
Non perché siano perfette, ma perché nessun’altra istituzione può riunire attorno allo stesso tavolo interessi, culture, religioni e visioni tanto diverse. E proprio quando il mondo si divide, il valore del dialogo cresce, non diminuisce.
L’Italia crede in questa istituzione, nel suo valore nella sua centralità. E crede nella pace, che resta la stella polare della politica estera italiana. Lo è per la nostra storia, per la nostra Costituzione, per la nostra identità.
Ma dialogare non è segno di debolezza, e non significa essere neutrali. L’Italia sa bene dove stare: la nostra casa è l’Europa, la nostra alleanza è l’Occidente, i nostri valori sono la libertà, la democrazia e la dignità della persona. Eppure, appartenere all’Occidente non equivale a chiudersi in una fortezza. Impone di usare la forza dei nostri valori per incontrare gli altri, costruire partenariati paritari e ricucire i fili di un sistema internazionale che rischia di precipitare nel caos.
L’Unione Europea, il G7 e l’Occidente, di cui siamo fieri di fare parte, non devono essere percepiti come muri. Devono essere ponti. È questo il senso del corridoio economico e logistico IMEC, destinato a collegare l’Europa alla grande regione dell’Indo-Mediterraneo.
Lo stesso principio guida il nostro rapporto con l’Africa, priorità strategica dell’Italia e grande partner del nostro secolo.
Il Piano Mattei coinvolge 18 Paesi e nasce da un’idea semplice: non decidere per l’Africa, ma decidere con l’Africa. Non è assistenza calata dall’alto, ma partenariati tra pari nell’agricoltura e nell’energia, nella formazione, nelle infrastrutture, nel settore farmaceutico.
Produrre vaccini in Africa serve a salvare vite, rafforza i sistemi sanitari, crea lavoro e sostiene una crescita capace di generare stabilità.
È con questo spirito, difendendo il diritto a non emigrare, che lottiamo contro i trafficanti di esseri umani sfruttatori della povertà.
Accordi con i paesi di origine e di transito servono a contrastare l’immigrazione irregolare mentre formazione e inserimento nel mondo del lavoro contribuiscono alle migrazioni regolari.
Un mondo così complesso come quello di oggi può essere governato soltanto in due modi: con regole condivise oppure con la legge del più forte.
L’Italia ha scelto. L’Italia sta dalla parte delle regole, del dialogo, della politica.
Per questo abbiamo condannato e continuiamo a condannare l’aggressione russa all’Ucraina. Continueremo a sostenere l’Ucraina per tutto il tempo che sarà necessario, ma lavoriamo per una pace giusta e perché la Russia, in prospettiva, possa tornare a essere un interlocutore e non una minaccia per l’Europa.
La Russia, membro permanente del Consiglio di Sicurezza, non può sottrarsi alle proprie responsabilità. Il cessate il fuoco non è una concessione alla controparte, ma il primo passo verso una sicurezza europea che protegga tutti, Russia compresa.
Per questo guardiamo con grave preoccupazione alle crescenti minacce ibride russe contro l’Europa e abbiamo espresso piena solidarietà alla Germania per l’attacco all’aeroporto di Lipsia.
La pace richiede apertura, ma anche fermezza. Il dialogo senza verità è debolezza; la fermezza senza dialogo è un vicolo cieco.
Lo stesso principio ci ispira verso il Medio Oriente. La pace potrà nascere soltanto dalla soluzione “due popoli, due Stati”.
A Gaza la tregua ha rallentato i combattimenti, non ancora la sofferenza. Ora non c’è un minuto da perdere. La tregua deve essere consolidata, gli aiuti umanitari devono entrare senza ostacoli e il disarmo di Hamas deve diventare realtà.
L’Italia ha impegnato fin dal primo giorno le proprie eccellenze della solidarietà. Con Food for Gaza abbiamo portato cibo e beni di prima necessità raccolti dai nostri agricoltori.
Abbiamo accolto e curato bambini feriti e fragili.
Abbiamo aperto università e centri di ricerca ai giovani palestinesi, perché un futuro Stato ha bisogno anche di una futura classe dirigente.
In Libano si gioca una partita che riguarda l’intera regione.
L’Accordo di Washington del 26 giugno ha aperto una porta. L’Italia è orgogliosa di continuare ad ospitare a Roma le sessioni negoziali che hanno contribuito a mantenerla aperta.
Per decenni i militari italiani hanno servito la pace nel Sud del Libano con UNIFIL e hanno contribuito alla formazione delle Forze Armate libanesi. Recentemente abbiamo inoltre approvato nuovi progetti per lo sviluppo di quell’area e continueremo a fare la nostra parte anche dopo che si sarà concluso il mandato della missione.
Cari colleghi,
sessantuno conflitti attivi significano che la guerra avanza anche lontano dalle telecamere.
E con la guerra arretrano i principi sui quali abbiamo costruito ottant’anni di relazioni internazionali: il divieto dell’uso della forza, il diritto umanitario, la libertà e la sicurezza della navigazione.
Difendere la libertà di navigazione significa difendere commerci, lavoro, crescita e dialogo. Perché dove passano liberamente le merci, è più difficile che passino le armi.
Lo Stretto di Hormuz deve riaprire. Nel Golfo bisogna rilanciare il dialogo e chiedere all’Iran di abbandonare ogni minaccia nucleare e ogni politica aggressiva verso gli altri Paesi della regione. Devono cessare gli attacchi alla navigazione nel Mar Rosso, così come devono finire nel Mar Nero gli sconsiderati attacchi russi all’esportazione del grano ucraino verso l’Africa. Crisi lontane, in apparenza, ma che entrano nelle case di tutti: fanno aumentare il prezzo dell’energia, dei cereali, del pane, dei fertilizzanti. Colpiscono le imprese, l’agricoltura e le famiglie.
La sicurezza alimentare riguarda tutti e richiede risposte comuni. Su questa sfida lavoriamo fianco a fianco con il Polo delle Nazioni Unite di Roma, mettendo a disposizione le eccellenze italiane: dall’agroalimentare alle tecnologie satellitari, che consentono di ridurre il consumo di suolo, acqua e pesticidi.
Sicurezza alimentare e sicurezza idrica sono la stessa battaglia. Non esiste raccolto senza acqua. Non esiste stabilità senza raccolto. Dove l’acqua scompare, avanzano fame, conflitti e migrazioni.
Signor Presidente, cari colleghi,
la scelta tra la forza e la politica non riguarda soltanto le guerre. Riguarda l’economia, le risorse, le tecnologie. Ovunque un potere senza regole rischia di imporsi sull’uomo. La politica torni a guidare il cambiamento.
Siamo all’alba di una rivoluzione tecnologica che sta già riconfigurando il modo in cui viviamo, lavoriamo, produciamo e prendiamo decisioni: la rivoluzione dell’intelligenza artificiale.
Le grandi invenzioni del passato impiegarono secoli per trasformare il mondo. L’intelligenza artificiale ci sta riuscendo in pochi anni. Chi controllerà queste tecnologie avrà un vantaggio enorme su chi resterà indietro.
Il rischio è che nascano nuove disuguaglianze, nuove dipendenze e nuove forme di potere, o nuove forme di dominio.
Intere professioni potranno scomparire o trasformarsi. La falsificazione e la manipolazione della realtà diventeranno più facili. Automatismi privi di controllo umano potranno produrre decisioni estremamente pericolose. Papa Leone XIV, nell’enciclica Magnifica Humanitas, ha ricordato che nessun algoritmo può decidere al posto di una coscienza. E che ogni tecnologia capace di colpire senza vedere il volto dell’altro abbassa la soglia morale del conflitto. L’Italia condivide questa visione.
Ma governare l’innovazione non significa demonizzarla.
L’intelligenza artificiale può spalancare possibilità che oggi sono inimmaginabili: nella medicina, nella ricerca, nell’istruzione, nella produzione, nella tutela dell’ambiente. Ogni grande progresso tecnologico ha creato timori, ma anche opportunità e, nel tempo, maggiore benessere.
Tornare indietro non è possibile e non sarebbe desiderabile. Ma non possiamo neppure consegnare il futuro a una tecnologia senza regole.
Non servono gabbie burocratiche che soltanto alcuni rispetterebbero. Serve invece un equilibrio tra trasparenza, controllo, sicurezza e tutela della proprietà intellettuale. Serve condividere i benefici dell’innovazione e costruire strumenti di controllo reciproco.
Questo è esattamente il compito delle Nazioni Unite: definire regole comuni prima che siano gli eventi, o i più forti, a imporle.
L’ONU nacque nel 1945 da un mondo distrutto che aveva compreso una verità elementare: da soli si perde tutti. Ottantun anni dopo, quella lezione vale più che mai. Le Nazioni Unite sono nate per impedire che la violenza diventi l’unica legge. Ma per restare fedeli a quella missione, devono ritrovare la capacità di decidere e, soprattutto, di agire. Con questa convinzione, l’Italia continuerà a battersi per una moratoria universale sulla pena di morte.
Una battaglia di civiltà, per la vita e la dignità della persona, che conduciamo da anni proprio qui, in questo Palazzo di vetro.
Siamo in prima linea anche per la libertà personale, per i diritti delle donne e contro, fra l’altro, la pratica atroce delle mutilazioni genitali femminili. Dobbiamo avere il coraggio di dirlo: troppo spesso questa Organizzazione appare impotente. Da troppo tempo la sua riforma è bloccata da interessi contrapposti.
L’Italia vuole un Consiglio di Sicurezza più legittimo, rappresentativo e responsabile davanti a tutti gli Stati membri.
Non un club ancora più esclusivo ma uno dei pilastri di un rinnovamento profondo delle Nazioni Unite che auspichiamo il nuovo Segretario Generale voglia perseguire, per renderle capaci di decidere e agire quando è ancora possibile cambiare gli eventi.
L’Italia ha sempre fatto la propria parte e continuerà a farla. Siamo tra i maggiori contributori al bilancio delle Nazioni Unite e tra i primi Paesi per presenza di militari nelle missioni internazionali: mettiamo uomini, donne, mezzi e competenze al servizio della pace, in UNIFIL e in tutte le missioni alle quali partecipiamo. A tutte le nostre donne e uomini in uniforme va il ringraziamento del Governo, delle istituzioni e del popolo italiano.
Signor Presidente, cari colleghi,
la mia generazione è nata in un continente che aveva conosciuto due guerre mondiali e ha poi vissuto il più lungo periodo di pace della sua storia.
Non è stato un miracolo ma una scelta, il frutto di un’azione politica. Tra le macerie, uomini e donne decisero di mettere in comune il carbone e l’acciaio, invece di usarli per costruire nuovi cannoni.
E da quella scelta discese un’esperienza senza eguali: una Unione fondata su istituzioni comuni, pace, libertà, democrazia, crescita, diritti umani e Stato di diritto.
Questo è il messaggio che l’Italia porta oggi a New York: la pace non è un’eredità acquisita una volta per tutte. È una responsabilità quotidiana.
Va difesa con fermezza. Va costruita con pazienza. Va perseguita senza arrendersi mai.

