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“Il Consiglio Supremo di Difesa: una narrativa ingannevole”, l’Editoriale dell’Ambasciatore Bruno Scapini    

Redazione by Redazione
15 Marzo 2026
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“Basi Nato: nessun consenso al loro uso. Ce lo insegna l’Iran”, l’Editoriale dell’Ambasciatore Bruno Scapini
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di Bruno Scapini

Uno degli esempi più lampanti del farisaismo dal quale la nostra classe politica risulterebbe affetta, è certamente il recente comunicato diffuso dal Quirinale in esito all’ultima riunione del Consiglio Supremo di Difesa convocato in merito alla guerra contro l’Iran. Il testo, un vero pregevole ricamo lessicale concepito al fine di indurci a credere nella falsità, adotta una impostazione che, capovolgendo la sequenza dei fatti reali, costruisce una narrazione istituzionale intesa a legittimare come giusta una guerra che invece ostensibilmente si appalesa come di pura aggressione. Eccone i contenuti più rilevanti.

Col comunicato, i membri del Consiglio – il fior fiore della elite politica italiana del momento – presentano la guerra invertendo palesemente, e con grande dose di ipocrisia, i suoi veri termini, facendo dell’aggredito, l’Iran, l’aggressore per poi concludere come la responsabilità finale per questo attuale contesto di instabilità nel mondo si riconduca inevitabilmente all’aggressione condotta da parte della Federazione Russa contro l’Ucraina.

Orbene, proprio questo fior fiore della nostra elite politica dimentica univocamente, ma colpevolmente, come questa guerra combattuta dall’Iran sia a tutti gli effetti una guerra in auto-tutela, resa legittima dal Diritto internazionale generale e bellico, e, più in particolare – per chi dovesse ancora credere nella validità del ruolo dell’ONU – dall’art. 51 della sua Carta fondamentale. Non solo. Ma con riferimento alla citata responsabilità della Federazione Russa per l’attuale crisi di stabilità nel mondo, la stessa elite politica nostrana simulerebbe una momentanea perdita di memoria allorché volontariamente sottace come la primaria responsabilità per la guerra in Ucraina spetti proprio alle potenze occidentali, e all’Amministrazione Biden in primis, per via delle infiltrazioni politiche promosse dai “falchi” del Pentagono, volte a destabilizzare a loro favore l’ordine costituzionale di Kiev, in violazione del Memorandum di Budapest del 1994 che imponeva a tutte le parti contraenti (Stati Uniti inclusi), di rispettare l’indipendenza e la sovrana autonomia dell’Ucraina. A cosa sarebbero servite allora le operazioni finanziarie triangolari promosse dal figlio di Biden, Hunter, tra la sua Fondazione Rosemont Seneca, Metabiota, Consultant del Pentagono e Burisma, una holding ucraino-cipriota attiva nel settore chimico-petrolifero? Di tutto questo c’è irrefutabile evidenza proprio in quel noto “laptop” che il figlio del Presidente americano avrebbe inavvertitamente dimenticato e che qualcun altro avrebbe poi inaspettatamente recuperato.

Ma dove la elite politica nostrana gioca più sporco sulla pelle degli italiani è nell’affermazione, ambiguamente ripresa dal comunicato, secondo la quale il Consiglio Supremo di Difesa, da un lato, dichiara che l’Italia “non partecipa, né prenderà parte alla guerra”, e, dall’altro, che “riconosce favorevolmente la risoluzione del Parlamento là ove ammette l’uso delle basi straniere in Italia purché nel rispetto degli accordi internazionali vigenti”.

Ma di quali accordi parlano? Non sanno questi Signori che oltre agli accordi solitamente menzionati (in realtà solo quello del 1954 con gli USA), esistono i c.d. accordi in forma semplificata che sfuggono alla ratifica parlamentare in quanto fatti passare come accordi tecnico-amministrativi e senza ulteriori oneri per il bilancio dello Stato? Se gli accordi esistono, questi devono tutti conformarsi al dettato dell’art. 11 della Costituzione che prevede il ripudio della guerra. E se sono secretati, devono essere resi di pubblico dominio, non solo per onestà nei confronti del popolo italiano, ma anche perché vietati dalla nostra legge  (L. 839/1984) e –  sempre per chi ancora ci crede – dalla stessa Carta delle Nazioni Unite!

Appare, dunque, incontestabile quanto specioso e ingannevole sia il comunicato di cui è qui parola! Il Consiglio Supremo di Difesa così agendo non potrà mai riconoscersi come sede di lucida e sincera analisi degli interessi nazionali del nostro Paese, e tanto meno come strumento di pace e di conciliazione. Al contrario, queste sue posizioni così insidiose offrono indiscutibilmente il destro a credere che esso sia più una cassa di risonanza, un mezzo per legittimare bieche logiche belliciste e, ahimé, per consacrare, a dispetto dei supremi valori costituzionali di sovranità, un abietto quanto riprovevole servilismo a interessi stranieri.

Bruno Scapini – Ambasciatore d’Italia

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Comments 1

  1. mauro montacchiesi says:
    1 mese ago

    Si impone, l’editoriale dell’Ambasciatore Bruno Scapini, come paradigma di lucidità critica molto inusitata nello scenario attuale, e si mette in evidenza in virtù del singolare magistero nel declinare vigore espressivo, tensione estetica e severità giuridica.

    L’editorialista romano va ben oltre la mera contestazione della narrazione istituzionale. Con acribia pressoché chirurgica, Scapini disseziona e attraversa tale narrazione istituzionale e ne demistifica le implicazioni geopolitiche e le antinomie o contraddizioni interne, per mezzo di una mastery epifanica di un’intima e vastissima cultura nelle dinamiche diplomatiche e nel diritto internazionale.

    Incisiva ed elegante, la scrittura scapiniana si snoda giusta una diegesi argomentativa incalzante e coerente, supportata da una chiarezza espositiva e da riferimenti normativi puntuali che rendono accessibili anche le più complesse questioni.

    Da ciò affiora in superficie una prosa pensante, in grado di convertire l’analisi in denuncia, mai cadendo nella sterile invettiva o nella banalizzazione, ma riuscendo sempre a preservare una rigorosa omeostasi fra tensione estetica e precisione tecnica.

    L’editoriale si evidenzia, a livello contenutistico, grazie all’ardimento intellettuale con il quale discetta tematiche estremamente delicate. Bruno Scapini propone una lettura underground, eterodossa e non allineata, rispetto alle narrazioni dominanti del mainstream e riafferma vigorosamente la centralità del diritto internazionale e dei principi costituzionali.

    L’editoriale assume una valenza profondamente civile e si pone
    come richiamo alla consapevolezza del lettore e alle responsabilità delle istituzioni.

    Nondimeno, vi è molto di più.

    Questo editoriale è un atto di responsabilità intellettuale. Bruno Scapini, in un tempo in cui la parola pubblica corre il rischio di genuflettersi all’interesse, compie un gesto sui generis, cioè dire ciò che realmente vede, e dirlo radicalmente.

    Il cachet espressivo dell’editorialista non blandisce il potere, anzi lo espone, lo incrina e lo interroga, con l’inesauribile energia di chi ha contezza delle discipline giuridiche e non permette che la giustizia sia relegata nell’oblio.

    Qui il linguaggio si converte in via ad veritatem, via verso la verità. Ogni argomentazione devertebra sovrastrutture retoriche consolidate, ogni passaggio scava, fino a restituire al lettore il sacrosanto diritto, troppo spesso fallacemente considerato “eversivo”, di comprendere. È illuminante il pensiero di Scapini, come un faro in una brumosa notte oceanica, ed è proprio in virtù di ciò che non ha timori riverenziali.

    Il testo si configura come un paradigma importante di giornalismo intellettuale, nel quale impegno civile e analisi si amalgamano consapevolmente e autorevolmente. Allo stesso tempo l’editoriale sfida il presente, non limitandosi a interpretarlo.

    Ed è in tale atto — inderogabile, lucido e tetragono — che Scapini restituisce alla scrittura la sua funzione più sublime ed elata: essere presidio critico del pensiero e coscienza vigile della società.

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