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“Il caso del drone russo in Romania: la guerra è più vicina? E l’Italia?” l’Editoriale dell’Ambasciatore Bruno Scapini

Redazione by Redazione
2 Giugno 2026
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“Il caso del drone russo in Romania: la guerra è più vicina? E l’Italia?” l’Editoriale dell’Ambasciatore Bruno Scapini
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di Bruno Scapini

Il recente episodio del drone caduto recentemente in territorio rumeno, uno dei tanti già verificatisi nella stessa Romania fin dal 2022, come anche in altri Paesi a diretto contatto confinario con la Russia, ripropone ancora una volta il solito “refrain” di parte europea, secondo il quale questi sarebbero tutti tentativi escogitati da Mosca per provocare gli europei vittime della sua prossima aggressione.

Come, tuttavia, per gli altri casi, anche quest’ultima notizia si sarebbe rivelata poi priva di fondamento. Infatti, la versione del Presidente rumeno Nicusor Dan – peraltro confermata da fonti militari – ridimensiona la tesi euro-atlantista dell’attacco intenzionale russo, riconducendolo alla più plausibile spiegazione di un mero incidente in cui il drone russo, sorvolando la città ucraina di Reni, situata a ridosso del confine, sarebbe stato colpito dalla contraerea ucraina precipitando in territorio rumeno.

Non si tratterebbe, dunque, di un attacco intenzionale russo, bensì di un mero incidente di confine e come tale “tollerabile” da parte di Stati terzi limitrofi quali debordanze inevitabili.

Ma la questione non si è fermata lì. I circoli velleitari europei, convinti che il prolungamento del conflitto condurrà certamente alla sconfitta strategica della Russia, hanno ancora una volta accusato Mosca di mettere in atto una politica perversa di aggressione, sintomo tangibile di un revisionismo storico riconducibile alla parossistica propensione del Cremlino intesa a realizzare la conquista dell’Europa fino a Lisbona!

Orbene, quanto sia estrosa e infondata tale visione lo dimostrerebbe una introspezione storica sul corso politico avviato dall’Occidente fin dall’indomani dell’unificazione delle due Germanie. Quando, cioè, la NATO dal 1999, in sette tappe successive, e contravvenendo alla promessa fatta dall’Amministrazione Bush a Gorbaciov fin dal Vertice di Malta del 1989, si è espansa oltre il fiume Oder inglobando quasi tutti i Paesi dell’Est europeo ponendo in tal modo una evidente minaccia al senso di sicurezza e integrità territoriale della Russia.

Ma oggi, gli euro-atlantisti, urlando le accuse di espansionismo all’indirizzo di Mosca, alzano l’asticella della escalation ancora più in alto e prendono a pretesto la caduta del drone russo in territorio rumeno come occasione propizia per spingere la previsione di una difesa europea al di là dello stesso attuale perimetro dell’Unione Europea, puntando ad estendere le strutture difensive a Paesi esterni fino a prevederne l’ammissione a pieno titolo come membri dell’Unione. Ed è questo il caso dell’Ucraina. L’entrata di Kiev nell’UE, con procedura accelerata, è per alcuni leader tra i più ostinati di Bruxelles, non tanto una semplice ipotesi su cui discutere, quanto una vera e propria necessità, perché consentirebbe agli europei di agire direttamente – e palesemente – in territorio ucraino garantendosi così la tanto sospirata deterrenza avverso Mosca.

Idea fallace e del tutto priva di buon senso risulta, invece, questo progetto di adesione immediata di Kiev all’Unione. A una analisi più attenta, infatti, non si tratterebbe soltanto di rendere accettabile per gli Stati membri il rischio di squilibri che deriverebbero da un mercato europeo aperto alle produzioni cerealicole ucraine – con gravi ripercussioni per il già basso livello reddituale degli agricoltori europei – ma di trovarsi a fronteggiare una posizione geopolitica completamente diversa dalla attuale. Con l’adesione dell’Ucraina, infatti, i Paesi europei, in virtù dell’art. 42.7 del Trattato sull’Unione (che dispone l’obbligo di reciproco sostegno militare in caso di attacco ad un Paese membro), si troverebbero direttamente in guerra con la Russia quali parti belliche e non meramente belligeranti, come avviene ancor oggi per via della “procura” riconosciuta a Kiev. Una condizione quest’ultima, peraltro, che renderebbe, a stretto rigore giuridico, i Paesi europei sostenitori della guerra contro Mosca in fondo già parti combattenti. Ma il confronto diretto con la Russia implicherebbe rischi di una gravità inaudita, in quanto esporrebbe Paesi come l’Italia, sostenuti tradizionalmente dalla NATO, ora anche da quell’altra alleanza militare delineata nei suoi contorni embrionali dal già citato art. 42.7 del TUE, al rischio di dirette legittime rappresaglie. Il sistema di reciproca difesa da tale articolo previsto, si avvia a divenire, in esito alle prevedibili prossime decisioni dei circoli militaristi di Bruxelles, una vera struttura militarizzata da dotare di adeguata deterrenza strategica per l’Europa.

Non solo. C’è un ulteriore aspetto da valutare che evidenzia chiaramente la ambiguità dell’azione europea: proponendo l’immediato accesso di Kiev all’Unione, la leadership di Bruxelles contraddirebbe se stessa e la sua stessa politica di ammissione verso i Paesi terzi. Quest’ultima, infatti – e pochi osservatori se ne sono accorti – è stata finora ispirata ai c.d. “criteri di Copenaghen”, ovvero una serie di requisiti che il Paese candidato all’ammissione è obbligato a soddisfare nel settore politico-istituzionale (stabilità interna, assenza di contenziosi e guerre), economico (possesso di struttura economica adeguata a sostenere la concorrenza di mercato) e giuridico (esistenza di uno stato di diritto, democrazia, rispetto dei diritti umani, assenza di corruzione ecc.). Requisiti che ovviamente l’Ucraina non sarebbe oggi in grado di rispettare in alcun modo. Ma l’Europa, pur di aumentare la pressione bellica sulla Russia, è oggi capace di tutto, di stravolgere i propri principi e i propri progetti fino addirittura a rinnegare se stessa!

Cosa significa tutto questo allora? Semplicemente che l’ipotesi di una guerra di ampio spettro continentale prenderà vieppiù corpo; non solo apparirà probabile, ma anche possibile col rischio di un coinvolgimento dell’Italia per via, sia della politica militarista perseguita oggi con disinvolta spavalderia dal Governo, in linea con i suoi confratelli di Palazzo Berlaymont, sia per l’esposizione, cui è condizionata a causa delle tante basi militari presenti sul suo territorio, al rischio di legittime rappresaglie.

Sempre più convincente a questo punto si farebbe la tesi secondo la quale l’unico vero modo per l’Italia di sfuggire ai fantasmi di guerra che ormai si aggirano minacciosi all’orizzonte, non potrà che essere il progetto di neutralità permanente; un obiettivo cui tende una iniziativa legislativa popolare promossa dal Comitato Italia Neutrale (www.comitatoitalianeutrale.it), sul quale abbiamo già avuto recentemente occasione di intrattenerci. Solo la neutralità, quale nuova ipotesi geopolitica, potrà porre l’Italia e le sue future generazioni al riparo dai rischi di coinvolgimenti in guerre cercate e decise da altri Stati. E’ ora, quindi, che l’Italia torni a pensarsi come soggetto attivo della propria Storia e non più come oggetto di Storia altrui, perché fino ad oggi quello che ci hanno concesso è solamente una libertà: la libertà di decidere come obbedire e non come scegliere il nostro futuro e il destino dei nostri figli. Sì dei nostri figli, quelli che il Generale Mandon (francese), in una mefistofelica quanto obbrobriosa recente esternazione, consiglia di “abituarci a perdere in una quanto mai probabile guerra” dalla quale loro non potrebbero più fare ritorno!

Bruno Scapini – Ambasciatore d’Italia

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