di Bruno Scapini
Quanto sta succedendo in Armenia di questi tempi è semplicemente assurdo e vergognoso. Due episodi di (stra)ordinaria follia in particolare risultano significativi della deriva autocratica in costanza di una politica disfattista intrapresa dal Primo Ministro, Nikol Pashinyan: l’azione penale promossa contro il Catholicos di tutti gli Armeni, Garegin II, Patriarca della Chiesa Apostolica armena, e la farsa processuale conclusasi in Azerbaijan con la condanna di tutti i prigionieri di guerra armeni accusati pretestuosamente di collusione con la ex Repubblica autonoma (per gli azeri “separatista”) del Nagorno Karabagh. Una decisione, quest’ultima, assunta dalla magistratura azera, in eclatante violazione delle più elementari norme di Diritto internazionale in materia di trattamento dei prigionieri di guerra (Convenzioni di Ginevra del 1949 e dell’Aja del 1907).
Ma la vicenda che assumerebbe un rilievo del tutto inatteso e più sconcertante è l’azione penale avverso il Catholicos. Il processo, avviato nei suoi confronti, inserendosi in un contesto politico oggi particolarmente critico per il Paese, sembrerebbe destinato a riverberare i suoi effetti non soltanto sul piano interistituzionale, ma anche su quello storico-sociale.
Non va dimenticato, e tanto meno negato del resto, come parlare dell’Armenia escludendo il tema della sua Chiesa è storicamente e culturalmente impossibile.
L’Armenia, come noto, è la civiltà cristiana più antica nel mondo, avendo adottato ufficialmente il cristianesimo nel 301 d.C., prima, cioè, di qualunque altro Stato, precedendo addirittura di poco più di una decina di anni lo stesso editto di Costantino del 313. Non solo, ma la Chiesa Apostolica armena ha agito nei tempi più bui della storia come un catalizzatore di consensi, di tradizioni e di speranze, contribuendo, particolarmente a riguardo della grande tragedia del Genocidio del 1915, a mantenere non solo l’unità spirituale del popolo armeno, ma anche quella memoria storica del suo passato che tanto ruolo ha svolto nella edificazione dell’identità della stessa Nazione. In questo senso, allora, la Chiesa Apostolica non potrà mai essere considerata una mera professione di fede, né una semplice istituzione confessionale di cui “tollerare” le eventuali ridondanze ritualistiche, ma una vera componente della Nazione armena, la più determinante e irrinunciabile, dotata di quella capacità strutturante che tanta parte ha avuto nella Storia per la sopravvivenza nei secoli del suo popolo. E ancora oggi, la Chiesa di Etchmiadzin non rimette ad altri la sua funzione unificatrice continuando essa stessa a preservare la lingua, la cultura, la memoria storica come anche la stessa coesione sociale del suo popolo e di quella parte di esso trasferitasi all’estero come diaspora sotto la spinta delle persecuzioni.
Non si tratta, quindi, di valutare l’azione di Pashinyan avverso il Catholicos sulla base di giudizi ideologicamente faziosi, ma di condannare espressamente e senza veli di ambiguità, né perplessità la sua condotta in quanto profondamente ed essenzialmente antistorica, nei presupposti come nei fini, per voler delegittimare una istituzione in cui è l’intero popolo, l’intera Nazione a volersi identificare nel tempo e oltre il tempo.
Chiaramente, dunque, ci troviamo oggi in Armenia davanti ad un vero e proprio scontro tra Stato e Chiesa. Un confronto dai tratti aspri che si consuma tra gerarchie ecclesiastiche e potere politico. Un’esperienza che credevamo ormai impensabile alla luce della più moderna civilizzazione, ma che evidentemente gli antichi perduranti vizi della natura umana di fatto stentano ancora a smentire. Non è, infatti, per una distorta percezione del trascendente che il Primo Ministro armeno avrebbe posto la Chiesa sotto attacco. C’è ben una ragione che spiegherebbe la sua condotta: quella che ci riconduce alla situazione estremamente delicata e fragile in cui il Caucaso meridionale oggi si trova. La regione, non solo permane fondamentalmente instabile per le irrisolte ostilità tra Yerevan e Baku, ma presenta aspetti di profonda criticità anche sul piano geopolitico. Pashinyan è, infatti, accusato da una crescente opposizione di essere una pedina nelle mani dell’Occidente. Di quell’Occidente convinto di poter infliggere una sconfitta strategica a Mosca e, pertanto, interessato a utilizzare figure politiche di ibrida fedeltà nazionale al fine di destabilizzare il Paese in funzione anti-russa.
Non è, dunque, un caso questo scontro tra Stato e Chiesa. Pashinyan e i suoi oscuri sostenitori occidentali, temono fosche prospettive per le prossime elezioni politiche nazionali, e quindi corrono ai ripari. Del resto, abbiamo imparato che il rischio di una perdita di controllo politico giustificherebbe azioni di ingerenza esterna. E’ l’Unione Europea che ce lo insegna (European Democracy Shield). E creare una condizione di criticità, per giungere a una polarizzazione politica interna è per questi signori probabilmente lo strumento migliore per aggirare nefasti pronostici elettorali.
Nel frattempo, Aliyev, il Presidente azero, non si perde d’animo, e continua imperterrito ad avanzare pretese.
Grave è, dunque, la posizione di passività adottata dall’Occidente a fronte di tali atti di intollerabile sopraffazione. Una posizione che ci dovrebbe far sentire tutti qui, in Europa come in America, conniventi e colpevoli per la umiliazione cui viene sottoposta la Cristianità proprio nel Paese che le ha fatto da culla adottandola per primo quale religione di Stato.
Bruno Scapini – Ambasciatore d’Italia


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