di Gianni Lattanzio*
Il Vertice NATO di Ankara dell’8 luglio 2026 segna un passaggio decisivo nella storia recente dell’Alleanza atlantica. Non è soltanto una tappa ulteriore nel percorso avviato con il Concetto Strategico del 2022, ma la sua traduzione concreta in termini di risorse, industria, tecnologia e responsabilità politiche, in particolare europee. Ad Ankara si consolida l’idea che la difesa dell’Occidente non sia più un “servizio” fornito dall’altra sponda dell’Atlantico, bensì un compito storico condiviso, nel quale gli Alleati europei e il Canada assumono un peso crescente e visibile.
La dichiarazione approvata dai Capi di Stato e di Governo si apre con la riaffermazione dell’impegno “di ferro” all’articolo 5: un attacco contro uno è un attacco contro tutti. In altre stagioni questa formula poteva apparire rituale; oggi viene riproposta come risposta consapevole a un ambiente di sicurezza descritto senza eufemismi come “sempre più pericoloso e conteso”. La Russia è indicata come minaccia di lungo periodo alla stabilità euro‑atlantica; il terrorismo resta una presenza ostinata che continua a deformare i contorni della sicurezza collettiva. Ma il testo va oltre il dualismo Russia‑terrorismo: parla di competizione strategica globale, di instabilità pervasiva, di shock ricorrenti. Il richiamo all’Iran, che “non deve mai avere un’arma nucleare” e deve rispettare la libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz, è il segnale di una NATO che guarda contemporaneamente al Baltico, al Mediterraneo, al Golfo Persico, allo spazio e al cyberspazio, con un approccio realmente a 360 gradi.
Su questo sfondo politico, Ankara è anche – e forse soprattutto – il vertice dei numeri. Negli anni scorsi l’Alleanza ha fissato un obiettivo che, solo qualche tempo fa, sarebbe apparso irrealistico: entro il 2035, investire complessivamente il 5% del PIL in difesa, con il 3,5% destinato ai requisiti “core” e l’1,5% riservato a investimenti connessi alla sicurezza e alla resilienza. I dati aggiornati certificano che gli Alleati europei e il Canada hanno compiuto un salto di scala: nel solo 2025, gli investimenti di base sono cresciuti di oltre 139 miliardi di dollari in termini nominali rispetto al 2024, e la spesa complessiva per i requisiti di difesa in Europa e Canada è destinata a superare nel 2026 i 630 miliardi di dollari a prezzi costanti. In altri termini, l’Europa, troppo a lungo considerata “soft power con scudo americano”, sta diventando co‑protagonista del fardello della sicurezza. E non è solo questione di percentuali: cinque Paesi raggiungeranno già quest’anno il traguardo del 5%, e la maggior parte ha consolidato un livello superiore al 2%, trasformando una soglia politica contestata in un nuovo minimo sindacale.
Ankara, però, non si accontenta di registrare la corsa dei bilanci. Il cuore innovativo del vertice è la nascita di una vera e propria “NATO industriale”. La strategia per la cooperazione tra industria e Alleanza, formalmente approvata, disegna un ecosistema in cui la difesa non è più solo compito delle forze armate e delle cancellerie, ma orizzonte condiviso con il mondo produttivo, accademico e tecnologico. La NATO si definisce “convenor, standard setter, requirements setter and aggregator”: convoca, stabilisce standard, fissa requisiti, aggrega domanda. Non invade la sfera delle politiche industriali nazionali, ma le integra, le orienta, le mette in dialogo per evitare duplicazioni e sprechi. In un tempo in cui la superiorità militare è inseparabile da quella tecnologica, la difesa diventa anche politica industriale, e viceversa.
La nuova strategia ruota attorno a tre assi principali. Il primo è la comunicazione reciproca con l’industria: non più gare occasionali, ma un flusso continuo di informazioni, seminari tematici, coinvolgimento precoce nel ciclo di sviluppo delle capacità. Il “Front Door” per l’industria promette di diventare una porta d’ingresso unica all’universo NATO, dove le imprese – grandi e piccole, tradizionali e non – possono leggere gli obiettivi di capacità, interrogare le opportunità di procurement, cogliere le occasioni di testing e sperimentazione, soprattutto in quei settori di frontiera dove l’innovazione non aspetta i tempi lunghi della burocrazia. Il secondo asse è l’innovazione e l’interoperabilità: architetture aperte, modularità, standard digitali, aggiornamento costante delle norme tecniche, in un ambiente in cui l’interoperabilità non è un vessillo astratto ma la condizione per operare davvero insieme. Il terzo asse è la produzione: rendere la difesa una capacità industriale scalabile, sostenibile, capace di “surge”, con modelli di produzione sempre attiva e scorte strategiche che sottraggano gli Alleati al ricatto delle crisi improvvise e delle dipendenze ostili lungo le filiere.
In questo contesto, iniziative come il Defence Industrial Production Board e il NATO Industrial Advisory Group assumono un ruolo di “governo allargato” della dimensione industriale della sicurezza. Il NATO Innovation Fund, con il suo miliardo destinato al deep tech duale, e i NATO Innovation Ranges, luoghi di sperimentazione in condizioni realistiche, esprimono una volontà chiara: non lasciare l’innovazione alla spontaneità di mercato, ma incanalarla verso bisogni concreti di deterrenza e difesa. Il nascente “NATO Engine”, una rete che congiunge capacità produttive flessibili con imprese che devono scalare rapidamente, è l’emblema di un’Alleanza che, per la prima volta, prova ad agire come regista di una grande economia di difesa transatlantica, senza annullare le sovranità nazionali ma offrendone un coordinamento al livello superiore.
Il vertice non si limita alla dimensione tecnologico‑industriale. Ankara ha un pilastro politico ben definito: l’Ucraina. La dichiarazione afferma che Kiev “contribuisce alla sicurezza transatlantica” e ribadisce l’impegno incrollabile a sostenerne libertà, sovranità e integrità territoriale. Non è un omaggio retorico. Gli Alleati europei e il Canada finanziano ormai la maggioranza dell’assistenza alla sicurezza ucraina, con un impegno per il 2026 pari a 70 miliardi di euro in equipaggiamenti, assistenza e addestramento e con la volontà dichiarata di mantenere almeno lo stesso livello nel 2027. L’Unione europea, dal canto suo, offre uno strumento pluriennale come l’Ukraine Support Loan, rafforzando la sinergia tra l’architettura NATO e quella comunitaria. È un dato politico rilevante: la guerra in Ucraina ha spinto l’Europa fuori dalla comfort zone della diplomazia di dichiarazione, obbligandola a diventare attore strategico, non solo normativo.
Ankara è anche il summit della resilienza. La NATO prende atto che le catene di approvvigionamento critiche per la difesa sono vulnerabili e talora esposte a influenze ostili. Di qui la decisione di sviluppare tabelle di marcia specifiche per la sicurezza delle supply chain, di proteggere i nodi cruciali di produzione, di diversificare e ridondare. Le esercitazioni “table‑top” sulla capacità di sostenere e potenziare la produzione industriale in scenari di domanda estrema rappresentano un’innovazione importante: la simulazione non è solo militare, ma industriale; non solo sul campo, ma lungo la filiera. Allo stesso tempo, gli Alleati considerano essenziale mobilitare il capitale privato – fondi, investitori, mercati – per sostenere la scala dell’innovazione difensiva, naturalmente nel rispetto delle differenti architetture nazionali. È la consapevolezza che nel capitalismo globale la difesa non può restare ai margini dei flussi di investimento, ma deve diventare un segmento riconosciuto e regolato dell’economia reale.
In questo quadro, la posizione italiana e, più in generale, europea merita una riflessione attenta. L’Italia si colloca oggi su una traiettoria di incremento della spesa e di qualificazione del proprio profilo industriale di difesa, in un contesto dove la cooperazione transatlantica e il dialogo con la politica industriale europea possono valorizzare non solo le grandi imprese del settore, ma anche i distretti tecnologici, l’ecosistema di PMI e il mondo della ricerca. La NATO che esce da Ankara è un’Alleanza che chiede all’Europa di non limitarsi a essere “oggetto di sicurezza”, ma di generare sicurezza: nei bilanci, nelle fabbriche, nei laboratori, nei porti, nei cieli e nello spazio digitale. Nel tempo in cui la difesa diventa la grammatica profonda della sovranità, Ankara invita gli europei a tornare autori, e non soltanto lettori, della loro storia strategica.
Si potrebbe dire, in conclusione, che la forza narrativa del Summit di Ankara sta proprio in questa trasformazione: da un’alleanza che si percepiva come rete di solidarietà politico‑militare, a un corpo politico‑industriale che irrigidisce la propria spina dorsale in termini di capacità, produzione, innovazione e visione comune. La NATO non è più soltanto un trattato; è una struttura vivente che prova a coniugare deterrenza e industria, tecnologia e politica, guerra e resilienza. E lo fa nel momento in cui l’Europa sembra aver compreso che, senza una responsabilità piena nella difesa dell’ordine che la nutre, la propria stessa vocazione culturale e civile rischierebbe di diventare un lusso fragile, inafferrabile di fronte alla durezza delle minacce che tornano a bussare alle sue porte.
*Segretario Generale Istituto Cooperazione Paesi Esteri (ICPE)


Bellissimo articolo