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Bürgenstock e la fatica della pace: storia di un Memorandum sospeso tra diritto e potenza

Redazione by Redazione
22 Giugno 2026
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Bürgenstock e la fatica della pace: storia di un Memorandum sospeso tra diritto e potenza
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di Gianni Lattanzio

I negoziati diretti tra Stati Uniti e Iran a Bürgenstock, sul lago di Lucerna, sono stati sospesi dopo le ennesime minacce verbali del presidente americano, che hanno attraversato l’Atlantico più velocemente di qualunque delegazione, trasformando un tavolo già fragile in un palcoscenico di umiliazioni reciproche. Paradossalmente, è proprio in questo inciampo che si lascia intravedere qualcosa di più profondo del pur rilevante scontro tra Washington e Teheran: l’affanno dell’ordine internazionale nel tenere insieme il linguaggio del diritto, la grammatica della potenza e la retorica populista di democrazie assediate dalle loro stesse opinioni pubbliche.

«La pace non è un semplice intervallo tra due guerre, ma la forma giuridica di una volontà politica che accetta di autolimitarsi», ricordava Hans Kelsen in una stagione in cui l’idea di sicurezza collettiva appariva ancora un progetto razionale, più che un atto di fede. Questa frase, oggi, descrive bene la scena di Bürgenstock: un Memorandum d’intesa a 14 punti che cerca di incarnare quella “volontà di autolimitazione” e un contesto politico che la svuota con poche righe sui social, in cui si minacciano bombardamenti più duri, il controllo dello Stretto di Hormuz e persino l’impossibilità per i negoziatori iraniani di “tornare nel loro Paese”. Il resort svizzero, blindato e isolato, diventa così una metafora della fatica della pace: dentro, la diplomazia misura le parole; fuori, la politica le spinge costantemente oltre il limite.

Il teatro è quello tipico della diplomazia contemporanea: un albergo trasformato in cittadella, con giornalisti confinati, delegazioni che discutono per ore di protocollo, precedenze, posti a sedere. Carl Schmitt ci ha insegnato che “tutti i concetti pregnanti della moderna dottrina dello Stato sono concetti teologici secolarizzati”; il cerimoniale diplomatico è, in questo senso, il residuo secolarizzato di una liturgia del riconoscimento reciproco. Quando la delegazione iraniana rifiuta la fotografia accanto al vicepresidente americano, non compie soltanto un gesto tattico per rassicurare la propria opinione pubblica, ma sospende simbolicamente il riconoscimento dell’altro come interlocutore affidabile. In un negoziato che pretende di chiudere una guerra e aprire una nuova fase, è un segnale che pesa quanto una clausola scritta.

Su questo tessuto si innesta un Memorandum ambizioso: riapertura dello Stretto di Hormuz dopo oltre cento giorni di blocco, cessate il fuoco in Libano, percorso di sessanta giorni per trasformare la tregua in un accordo più stabile, allentamento progressivo delle sanzioni, rientro parziale dell’Iran nella legalità economica internazionale. È, per molti versi, una costruzione alla Grozio: un “contratto tra nemici” che si affida alla reciproca convenienza più che alla fiducia, tentando di razionalizzare interessi contrapposti attraverso un testo articolato e tecnicamente sofisticato. Ma qui la teoria si infrange contro la politica: per i giuristi, un Memorandum è una promessa di normatività futura; per i leader, è spesso un’arma retorica da esibire su palcoscenici interni contraddittori. Così accade che, mentre a Bürgenstock il vicepresidente parla di “incontro storico” e di “nuova pagina”, a Washington il capo dello Stato utilizza lo stesso accordo come sfondo per nuovi ultimatum, fino a dichiarazioni che sfiorano la minaccia personale ai negoziatori.

Dietro il gesto, apparentemente improvviso, dei negoziatori iraniani che si alzano e sospendono i colloqui, si nasconde una memoria giuridica e politica recente: il fallimento del JCPOA, l’accordo sul nucleare firmato nel 2015 e disdettato unilateralmente da Washington. In termini di diritto internazionale generale, questo tipo di rottura non cancella il vincolo per le altre parti, ma mina alle fondamenta la fiducia nella capacità della superpotenza di comportarsi, per dirla con Habermas, come “attore razionale” nello spazio pubblico globale. Un ordine giuridico vive di aspettative stabili: quando l’esperienza accumulata è quella di intese firmate e poi abbandonate, ogni nuovo testo viene percepito non come fondamento, ma come parentesi. In questo contesto, il Memorandum a 14 punti chiede a Teheran di pagare subito – con la riapertura di Hormuz, il contenimento delle milizie regionali, la disponibilità ad affrontare il dossier nucleare – promettendo in cambio benefici economici differiti e comunque reversibili.

Vali Nasr ha colto il punto quando ha affermato che il vero ostacolo non è né Hormuz né il Libano, ma il programma nucleare iraniano. Per l’Occidente esso è la misura ultima della sicurezza, per Teheran la garanzia ultima della sopravvivenza del regime. Qui l’eco di Thomas Schelling è evidente: il deterrente – o anche solo la capacità nucleare latente – serve a strutturare il comportamento dell’avversario, non a essere impiegato. Chiedere all’Iran di rinunciare a ogni ambiguità strategica in cambio dell’allentamento di sanzioni che possono essere reintrodotte con atto unilaterale equivale, agli occhi di Teheran, a una riduzione irreversibile del proprio potere contrattuale. Eppure, per Washington, l’idea di concedere un margine stabile di sviluppo nucleare civile e di capacità di arricchimento – pur sotto vincoli e ispezioni – è sempre più difficile da difendere davanti a un’opinione pubblica polarizzata e a un alleato israeliano che vede in ogni margine di manovra iraniano una minaccia esistenziale.

Ogni negoziato ha una soglia territoriale che lo rende tangibile. In questo caso le soglie sono due: il sud del Libano e lo Stretto di Hormuz. Il Libano, nella narrativa iraniana, è la linea rossa: la permanenza delle truppe israeliane nella fascia di sicurezza e la prosecuzione dei raid aerei contro Hezbollah sono viste come violazioni sostanziali dello spirito del Memorandum, che richiama la fine della guerra su “tutti i fronti” e la tutela dell’integrità territoriale dello Stato libanese. Per Teheran, il comportamento israeliano è il vero test della capacità americana di “tenere” il proprio alleato. Per Israele, al contrario, il ritiro anticipato dal sud del Libano rappresenterebbe una resa strategica inaccettabile, e il governo ribadisce che resterà “per tutto il tempo necessario” a garantire la sicurezza dei propri cittadini. La stessa asimmetria di percezioni, ma con conseguenze economiche globali, si gioca a Hormuz: lì passa una quota decisiva del petrolio mondiale, e un blocco prolungato rischia di esaurire le riserve strategiche in poche settimane.

In questo collo di bottiglia, l’Iran ha scoperto di poter utilizzare il controllo sulle rotte come leva di pressione, mentre gli Stati Uniti hanno dovuto riconoscere i limiti di una strategia basata soltanto su presenza navale e sanzioni. Il Memorandum ha provato a trasformare questa simmetria di vulnerabilità in compromesso: revoca graduale delle restrizioni sul petrolio in cambio di impegni sulla riapertura e sul non uso politico dello Stretto. La sospensione dei colloqui ci ricorda quanto sia sottile la linea che separa la razionalità cooperativa dal ritorno alla logica del gioco a somma zero. In termini hobbesiani, è il punto in cui il timore di precipitare di nuovo nel “bellum omnium contra omnes” spinge gli attori a firmare l’accordo, ma l’assenza di fiducia reciproca li rende pronti a stracciarlo al primo segnale di debolezza. C’è poi un elemento spesso sottovalutato: il rapporto tra diplomazia riservata e democrazie mediatizzate. Nella teoria classica delle relazioni internazionali – da Morgenthau a Waltz – la politica estera è il regno della continuità: gli Stati perseguono interessi relativamente stabili, e i cambi di leadership modificano i toni, non la sostanza. La stagione del populismo globale ha incrinato questo paradigma. Il leader è tenuto a confermare quotidianamente, davanti a un pubblico domestico esigente e polarizzato, la propria identità antagonista; non può mostrarsi “debole”, non può celebrare apertamente il compromesso. Ogni concessione è sospetta, ogni foto di stretta di mano viene letta come cedimento.

In questo contesto, i negoziatori professionali – diplomatici, ministri degli esteri, mediatori terzi – assumono un ruolo simile a quello delle corti nelle democrazie costituzionali: temperare il momento plebiscitario con una razionalità procedurale. Ma, a differenza dei giudici, essi non hanno una legittimazione normativa paragonabile, né strumenti di “check and balance” capaci di arginare il leader quando decide di rompere il vaso di cristallo del negoziato con una frase studiata per il prime time. Il risultato è che un tweet può neutralizzare ore di lavoro silenzioso a Bürgenstock, come se tra la “stanza dei bottoni” e la “piazza digitale” non esistesse più alcun filtro istituzionale.

Che cosa accadrà ora? Si possono delineare tre sbocchi. Il primo è il rientro controllato: una fase di raffreddamento, qualche gesto simbolico – un alleggerimento delle operazioni militari in Libano, un annuncio misurato sulle sanzioni – e il ritorno al tavolo, presentando la sospensione come incidente di percorso. Sarebbe l’ennesima conferma della “società anarchica” descritta da Hedley Bull: gli Stati litigano, si minacciano, ma riconoscono la necessità di un minimo di ordine per evitare il collasso del sistema. Il secondo è il congelamento strisciante: il Memorandum resta formalmente in piedi, ma il calendario si svuota; i sessanta giorni scorrono senza decisioni irreversibili, mentre tornano a prevalere la logica delle sanzioni e quella delle pressioni militari. Il terzo, forse il più realistico, è un accordo parziale a geometria variabile: intese progressive su Hormuz e sulla de‑escalation libanese, sblocchi selettivi di asset finanziari, rinvio dei nodi nucleari a una fase successiva, con maggiore coinvolgimento di attori europei e regionali.

Qui si apre uno spazio preciso per l’Europa e per l’Italia. Il progetto kelseniano di un ordine giuridico mondiale pienamente razionale è forse irraggiungibile, ma ciò non assolve gli attori intermedi dal compito di custodire quella “legalità minima” senza la quale ogni crisi regionale rischia di diventare sistemica. Nel Mediterraneo allargato, dove gli effetti combinati di una crisi in Iran, in Libano e a Hormuz sarebbero immediati – sul piano energetico, migratorio, di sicurezza – la vera alternativa non è tra neutralità e schieramento, ma tra irrilevanza e capacità di incidere. Raymond Aron ricordava che il realismo non consiste nel rinunciare ai principi, ma nel sapere che non si realizzano mai tutti insieme. Accettare che il negoziato USA‑Iran sarà inevitabilmente imperfetto non significa smettere di pretendere che almeno tre principi restino sul tavolo: il rispetto del diritto internazionale, la centralità della diplomazia rispetto alla forza, la tutela delle popolazioni civili trasformate in pedine di un gioco di potenza.

I negoziati sono sospesi, ma il tempo del Memorandum continua a scorrere: sullo sfondo di Bürgenstock, nel silenzio apparente dei corridoi, il conto alla rovescia dei sessanta giorni è già iniziato. La domanda non è se si troverà un accordo qualsiasi, ma quanto esso sarà distante dall’idea di pace che avevamo imparato a immaginare dopo il 1945 – e se, nonostante tutto, avremo ancora il coraggio di chiamarlo, senza ipocrisia, “pace”.

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Comments 2

  1. Caridad Palacio says:
    3 ore ago

    Speriamo bene! 🙏🏿

    Rispondi
  2. Caridad Palacio says:
    3 ore ago

    Speriamo bene 🙏🏾

    Rispondi

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