di Costantino Salis*
“Dialoghi Italiani” nasce come uno spazio di confronto pensato per dare voce ai protagonisti del mondo istituzionale, politico e sociale, in Italia e all’estero, andando oltre la dimensione formale dei ruoli pubblici. La rubrica intende raccontare non solo le funzioni, ma anche le persone: i percorsi, le scelte, le esperienze e le visioni che ne hanno segnato il cammino. Attraverso un dialogo diretto e aperto, “Dialoghi Italiani” si propone di avvicinare le istituzioni ai cittadini, offrendo uno sguardo più umano e concreto sull’impegno pubblico.
In questo quadro si colloca l’incontro con Luciano Vecchi, Responsabile nazionale del Partito Democratico per gli Italiani nel Mondo e membro del Consiglio Generale degli Italiani all’Estero. Con una lunga esperienza maturata tra Parlamento europeo e responsabilità politiche nel centrosinistra italiano, oggi coordina la rete PD all’estero, seguendo da vicino i temi della rappresentanza, dei diritti e della partecipazione civica dei connazionali nel mondo.
Negli ultimi anni è emersa una nuova mobilità italiana, diversa per età, formazione e aspettative. Dal Suo osservatorio politico, quali sono oggi le priorità più urgenti per garantire una rappresentanza moderna e realmente inclusiva degli italiani nel mondo? E quali strumenti ritiene indispensabili per colmare la distanza che spesso separa istituzioni e comunità all’estero? “Occorre fare una premessa fondamentale: l’emigrazione italiana è storia di oggi, non solo del passato. Ancorché con caratteri in parte originali, è tornata ad essere, da una trentina d’anni a questa parte, un fenomeno strutturale del nostro Paese. A differenza del passato ciò avviene in un contesto di declino demografico e non di sovrappopolamento, e in un Paese che è anche luogo di immigrazione (seppure ormai con saldi ampiamente negativi). La nuova mobilità italiana è però un fenomeno che non possiamo più leggere solo con le categorie del passato. Non si tratta solo di emigrazione economica tradizionale, ma di giovani laureati, professionisti, ricercatori, famiglie che scelgono — o sono costrette — a costruire altrove ciò che l’Italia non riesce a offrire loro. Migrazione e mobilità certamente per ragioni di lavoro e di reddito, ma anche alla ricerca di tutele, di non discriminazione. Insomma, migrazione come possibilità di costruire un futuro per sé e per la propria famiglia. In quindici anni siamo passati da 3,5 a quasi 7 milioni di italiani all’estero, cifre ufficiali che peraltro sono sottostimate. Ogni anno tra 100.000 e 200.000 giovani, spesso con buon livello di istruzione e prevalentemente dal Nord Italia, vanno a cercare migliori condizioni di vita e di lavoro oltre confine. La priorità più urgente è riconoscere questa realtà senza ipocrisie: questi cittadini non possono essere considerati come una perdita definitiva o — come in passato — la valvola di sfogo dei problemi del nostro Paese. Sono, o devono essere, una risorsa strategica per il Paese. Per una parte del sistema politico ed istituzionale sembrano invece essere solo una seccatura a cui negare sostegno e diritti. Per noi sono cittadini a pieno titolo e un patrimonio da valorizzare. La rappresentanza deve essere all’altezza di questa complessità: significa garantire effettività al diritto di voto, investire nei Comites e nelle Associazioni come presidi di prossimità, e costruire canali di informazione e di dialogo permanente con le nuove generazioni della diaspora, che spesso non si riconoscono nelle istituzioni esistenti”.
Il rapporto tra Stato, CGIE, Comites e associazionismo rimane complesso e spesso frammentato. Quali sono, secondo Lei, i nodi strutturali che ancora impediscono un dialogo stabile e produttivo tra questi organismi? E quali riforme ritiene necessarie per rendere più efficace la governance delle politiche rivolte agli italiani all’estero? “Tutto dipende se si riconosce o meno che gli italiani nel mondo debbano giocare un ruolo politico sia nelle comunità di appartenenza che verso l’Italia. Il problema fondamentale è che il sistema è stato costruito nel tempo in modo stratificato, senza una visione organica. CGIE, Comites e associazionismo hanno ruoli teoricamente complementari, ma nella pratica si sovrappongono, si ignorano o entrano in competizione per risorse sempre più scarse.Il primo nodo da sciogliere è quello del riconoscimento istituzionale reale: il CGIE non viene quasi mai consultato e ancora più raramente ascoltato. I Comites operano spesso in condizioni di precarietà giuridica e finanziaria che ne limitano gravemente l’azione. L’associazionismo, che rappresenta il tessuto vivo delle comunità — basato sulle appartenenze regionali, su opzioni culturali o mutualistiche — è quasi sempre lasciato a sé stesso. Va poi detto che il centrodestra italiano mal sopporta l’autonomia di queste istituzioni rappresentative, quando sono capaci di esprimere pareri scomodi per chi governa. Lo abbiamo visto, ad esempio, con gli attacchi alla Segretaria Generale del CGIE, con l’obiettivo — fortunatamente non raggiunto — di delegittimare l’intero organismo. Servono riforme strutturali che ridefiniscano con chiarezza ruoli, competenze e risorse, e che smettano di trattare la politica per gli italiani all’estero come un settore di nicchia o trascurabile”.
Come Responsabile del Dipartimento Italiani nel Mondo del PD, coordina un settore strategico. Quali sono le linee politiche che sta portando avanti in questa fase? Ci sono iniziative legislative o proposte specifiche su cui ritiene fondamentale concentrare l’attenzione nei prossimi mesi, in particolare su cittadinanza, voto all’estero e servizi consolari? “Il PD è oggi l’unico partito italiano che riconosce piena cittadinanza politica agli italiani nel mondo: abbiamo 4 coordinamenti continentali, 12 federazioni, oltre 100 circoli e quasi 5.000 iscritti all’estero. Oltre 80 componenti dell’Assemblea nazionale e della Direzione del Partito risiedono fuori dall’Italia, e 7 dei 12 parlamentari eletti all’estero lo sono stati nelle liste del PD. Questo radicamento ci dà responsabilità precise. Stiamo lavorando su vari fronti, pur dall’opposizione. Il primo è la cittadinanza: il cosiddetto “decreto Tajani” — che considera gli italiani all’estero come una minaccia alla sicurezza nazionale, blocca la trasmissione della cittadinanza da genitori a figli e criminalizza chi ha la doppia cittadinanza — è un provvedimento sbagliato, inapplicabile e, per il nostro Paese, autolesionista. Il CGIE — alla quasi unanimità — lo ha bocciato con forza, e persino il Presidente Mattarella ha riconosciuto la necessità di rivedere le norme più punitive e illogiche. Un secondo fronte è quello istituzionale: vogliamo semplificare e rendere più accessibile e trasparente l’esercizio del diritto elettorale, non manipolarne i meccanismi. Sarebbe urgente farlo già per le prossime elezioni dei Comites. Le proposte della destra per le elezioni politiche — unica ripartizione, liste bloccate, abolizione delle preferenze, inversione dell’opzione — rischierebbero invece di dare un grave colpo al concetto stesso di rappresentanza. Vi è poi il grande tema dei servizi. A fronte di una crescita del numero degli italiani all’estero, la rete consolare si è fatta più sottorganica, sottofinanziata, spesso inaccessibile. In due anni e mezzo di governo Meloni non è venuto un solo provvedimento a favore degli italiani all’estero: solo tagli da parte del Governo e della sua maggioranza. Giova ricordare che le uniche innovazioni positive (legge sui passaporti, rilascio anche in Italia della Carta di Identità Elettronica, prima riduzione o abolizione dell’IMU, reintegro di risorse di bilancio, ecc.) sono avvenute su iniziativa degli eletti all’estero del Partito Democratico. Ovviamente la lista delle nostre proposte è molto più articolata (fiscalità, incentivi al rientro, informazione, promozione di lingua e cultura italiane, costruzione di rapporti sinergici tra i ricercatori italiani nel mondo e le istituzioni in Patria, ecc.). Tutto ciò farà parte della nostra proposta programmatica alle prossime elezioni”.
Nel Suo ruolo all’interno del CGIE, segue da vicino le dinamiche tra Stato, Regioni e organismi della diaspora. Quali sono, a Suo avviso, le principali criticità che ancora limitano l’impatto del CGIE nelle decisioni politiche nazionali? E quali strumenti potrebbero rafforzarne l’autorevolezza e la capacità di incidere? “L’Assemblea plenaria del CGIE tenutasi a Roma lo scorso giugno è stata, a mio avviso, un grande successo istituzionale. Il merito va a tutte le forze e rappresentanze territoriali che ne fanno parte e alla conduzione capace e determinata della Segretaria Generale Maria Chiara Prodi. Il CGIE soffre tuttavia di un problema strutturale antico e mai risolto: è un organismo consultivo che spesso non viene consultato e al quale non viene riconosciuto il peso che dovrebbe avere nelle decisioni che contano. Per rafforzarne l’impatto, ritengo necessario garantirgli un ruolo formale nei processi legislativi che riguardano gli italiani all’estero — non solo pareri facoltativi, ma audizioni obbligatorie e tempi certi di risposta da parte del governo. Un segnale incoraggiante viene però dall’ultima assemblea: il CGIE non si è limitato a esprimere rimostranze, ma ha prodotto proposte concrete e sensate, sulla cittadinanza come sulla messa in sicurezza del voto all’estero. È un salto di qualità importante. Il valore dell’autonomia di questa istituzione va preservato e sviluppato, non colpito come qualcuno sta cercando di fare”.

I finanziamenti ordinari ai Comites vengono calcolati in base al numero degli iscritti AIRE e alla popolazione del Paese ospitante. Tuttavia, Paesi come la Grecia risultano penalizzati: le spese ordinarie (affitto, comunicazione, segreteria, servizi tecnici) sono simili ovunque, ma il Comites Grecia riceve appena 6.000 euro annui, mentre altri Comites ottengono anche 8 o 10 volte di più. Ritiene equo questo criterio? E vede margini politici per una revisione strutturale del sistema di finanziamento? “Il caso che lei cita — il Comites Grecia con appena 6.000 euro annui — è emblematico di una distorsione strutturale che va corretta. Il criterio basato sul numero di iscritti AIRE e sulla popolazione del Paese ospitante ha una logica, ma nella pratica produce situazioni di difficoltà. I costi fissi di un Comites — affitto, comunicazione, segreteria, strumenti digitali — sono sostanzialmente gli stessi ovunque. Un Comites che lavora con 6.000 euro in un Paese europeo è chiamato a fare miracoli… Il problema è stato aggravato dal fatto che il Governo, dal 2023 in poi, ha ulteriormente tagliato i fondi ai Comites. Va detto che un parziale reintegro è stato ottenuto grazie all’iniziativa dei parlamentari del PD, che hanno utilizzato parte del margine di manovra sul bilancio riconosciuto ai gruppi di opposizione. Ma non basta. Ritengo che il sistema vada rafforzato sia in termini finanziari che giuridici”.
Il Comites Grecia, pur disponendo di uno dei finanziamenti più bassi in Europa, è riconosciuto come uno dei Comites più attivi e dotato del sito web più completo e innovativo tra tutti i Comites nel mondo. Ritiene che il MAECI dovrebbe introdurre criteri di finanziamento basati anche sulla qualità e quantità delle attività svolte, e non esclusivamente sul numero degli iscritti AIRE o sulla popolazione del Paese ospitante? Quali modelli alternativi potrebbero premiare meglio l’impegno e i risultati concreti dei Comites più dinamici? “Sono convinto che occorra introdurre criteri qualitativi accanto a quelli quantitativi: regolarità e qualità delle attività svolte, capacità di coinvolgimento della comunità, innovazione nei servizi offerti. Esistono modelli — nei finanziamenti europei al terzo settore, per esempio — che combinano efficacemente criteri di base con premialità legate ai risultati. Portare questa logica anche nel finanziamento dei Comites sarebbe un atto di giustizia istituzionale”.
La Sua lunga esperienza politica — dal Parlamento europeo agli organismi della diaspora — Le offre una prospettiva unica. Quali sono stati i momenti più significativi del Suo percorso? E quali lezioni ritiene ancora valide oggi per comprendere la complessità della presenza italiana nel mondo? “Ho attraversato stagioni politiche molto diverse, dal movimento studentesco alla Federazione Giovanile Comunista, al PCI, al PDS, ai DS, fino al PD di oggi, e da ognuna ho cercato di portare con me qualcosa di essenziale. Gli anni al Parlamento europeo sono stati formativi in senso profondo: lavorare su scala continentale ti costringe a pensare in modo sistemico, a capire che i problemi locali hanno quasi sempre radici e soluzioni che vanno oltre i confini nazionali. L’impegno per gli italiani all’estero mi ha insegnato invece la concretezza. Le persone che incontri nelle comunità della diaspora — a Buenos Aires come a Bruxelles, a San Paolo come a Sydney — hanno bisogni reali e urgenti, spesso ignorati dalla politica. Quel contatto diretto è stato e resta per me una scuola insostituibile. Tra i momenti più recenti e significativi, ricordo l’assemblea plenaria del CGIE di giugno, con l’incontro straordinario con il Presidente Mattarella, che ha mostrato grande apertura verso le preoccupazioni dei connazionali sul decreto cittadinanza. La lezione che porto con me è semplice: la politica ha senso solo se, nel contempo, sa offrire una prospettiva di futuro e sa cambiare in meglio, concretamente, la vita delle persone. Un momento per me — come per tanti — straordinario fu la caduta del Muro di Berlino. Solo un anno prima ero stato “accompagnato” fuori dalla DDR dalla Stasi a causa delle mie opinioni espresse a Berlino Est. Ci sono fatti che ti dicono che il mondo può davvero essere cambiato in meglio”.
Una domanda personale: quali passioni, interessi o attività coltiva nella vita privata? Ci sono hobby, letture o abitudini che La aiutano a mantenere equilibrio e lucidità in un lavoro così intenso e spesso carico di responsabilità? “Chi fa attività politica a tempo pieno rischia di esserne completamente assorbito, e non sempre è una buona cosa. Ho imparato nel tempo che prendersi cura di sé non è un lusso, ma una condizione per fare bene ciò che si fa. Leggo molto — storia, saggistica politica, ma anche narrativa quando riesco a trovare il tempo. La lettura è per me un modo per uscire dal presente e mettere le cose in prospettiva. Amo viaggiare, e non solo per lavoro: scoprire luoghi e incontrare culture diverse mi ricorda perché vale la pena impegnarsi per un’idea di mondo aperto e plurale. Ho un legame profondo con le mie radici emiliane, con quella cultura del lavoro, del confronto diretto, della serietà senza solennità, che cerco di portare con me in ogni contesto. E poi ci sono gli affetti familiari, che restano l’ancoraggio più solido in un lavoro che porta lontano — fisicamente e mentalmente — più spesso di quanto si vorrebbe”.
*Presidente del Comites – Grecia
