La scomparsa dell’Ambasciatore Alessandro Cortese De Bosis, venuto a mancare ieri, a pochi giorni dal traguardo dei cento anni, segna la fine di una stagione della diplomazia italiana che in lui trovava un interprete raro: elegante, riservato, profondamente legato alle radici e al tempo stesso capace di rappresentare l’Italia nei luoghi più complessi del mondo.
La sua carriera diplomatica, iniziata dopo la partecipazione da giovanissimo alla guerra di liberazione come ufficiale di raccordo con le truppe inglesi, lo aveva portato a Parigi, Mosca, Washington, Budapest, Copenaghen e infine a New York, dove fondò la prima scuola italiana negli Stati Uniti, il liceo ginnasio Guglielmo Marconi. Fu allora un modo concreto di esercitare la diplomazia culturale, quella che costruisce ponti più solidi delle trattative e che lascia tracce durature nelle comunità italiane all’estero. In ogni sede, De Bosis aveva incarnato un’idea di servizio allo Stato fatta di sobrietà, fermezza e capacità di ascolto, qualità che gli avevano permeso di guadagnare rispetto e stima ben oltre i confini istituzionali.
Il legame con la sua famiglia, segnata da figure di grande rilievo civile e morale, completava il profilo di un uomo che aveva fatto della libertà un valore fondante. Lo zio Lauro, poeta e antifascista, è ricordato per il gesto coraggioso del volantinaggio su Roma contro il regime nel 1931; un’eredità ideale che Alessandro aveva sempre riconosciuto come parte della propria identità. Non meno intensa la sua vita privata, vissuta accanto alla moglie Marina Bosch, pianista e pronipote di Aurelio Saffi, con cui ha condiviso un’esistenza cosmopolita e insieme radicata nella tradizione familiare.
Negli ultimi anni aveva scelto di trasferire la residenza ad Ancona, considerandolo un ritorno naturale alla sua baia di Portonovo, a quel “condominio allargato” di amici e operatori che lo accoglievano come uno di casa. La sua presenza, discreta e affabile, era diventata un punto di riferimento per chiunque frequentasse Portonovo, e la sua torre papalina, che apriva volentieri ai visitatori, era divenuta un simbolo di ospitalità e memoria.
Con la sua morte cala un velo di tristezza su tutta la comunità, che perde non solo un uomo di grande cultura e moralità, ma anche un testimone prezioso della storia diplomatica italiana del Novecento.
Martedì, nella chiesa delle Grazie, l’ultimo saluto a un Ambasciatore che ha rappresentato il Paese con dignità e passione, e che ha saputo portare degnamente l’Italia nel mondo.
