di Gianni Lattanzio
L’Accordo di libero scambio UE‑India (ALS) non è soltanto il più grande trattato commerciale mai concluso da entrambe le parti; è il tassello di una vera “costituzione geoeconomica” euro‑indiana, che ridefinisce il posizionamento strategico di Bruxelles e New Delhi in un ordine globale sempre più frammentato. Esso è anche il risultato di una lunga traiettoria storico‑economica: da un lato, la costruzione della potenza commerciale europea; dall’altro, la trasformazione dell’India da economia protetta a grande attore della globalizzazione.
Con la conclusione dei negoziati a New Delhi il 27 gennaio 2026, l’Unione europea e l’India creano una zona di libero scambio che copre circa 2 miliardi di persone, collegando la seconda e la quarta economia mondiale in termini di PIL. L’ALS è destinato a raddoppiare le esportazioni di beni dell’UE verso l’India entro il 2032, eliminando o riducendo dazi su oltre il 90% delle esportazioni europee e sul 96,6% in valore, per un risparmio stimato di circa 4 miliardi di euro l’anno in dazi. In una fase storica segnata da guerre commerciali, weaponization delle interdipendenze e ritorno dei blocchi, l’intesa assume il valore di una contro‑narrazione: dimostra che il commercio regolato da norme condivise è ancora possibile e politicamente conveniente.
Da un punto di vista filosofico, l’ALS si colloca nella tradizione di quel “cosmopolitismo regolato” che va da Kant al costituzionalismo europeo: l’idea che l’interdipendenza economica, se incanalata in istituzioni solide, produca non solo crescita, ma anche pace e prevedibilità. Kant intuiva che “lo spirito del commercio… non può coesistere con la guerra a lungo andare”; l’accordo UE‑India ne è una verifica contemporanea, in un’epoca in cui la guerra torna a lambire il sistema globale dalle trincee ucraine al Medio Oriente.
La politica commerciale comune nasce con il Trattato di Roma del 1957, che affida alla Comunità il compito di costruire un’unione doganale e un tariffario esterno comune, trasformando progressivamente l’Europa da mosaico di mercati a polo unitario di negoziazione verso l’esterno. Con l’entrata in vigore del dazio esterno comune nel 1968, la Comunità acquisisce un peso sistemico nelle tornate del GATT e, in seguito, nel WTO, diventando co‑architetto – insieme agli Stati Uniti – del regime commerciale multilaterale del secondo dopoguerra.
Giuridicamente, la politica commerciale comune è uno dei terreni su cui si sperimenta per la prima volta la “sovranità condivisa” europea: gli Stati membri trasferiscono competenze in materia di tariffe, accordi di libero scambio, difesa commerciale, alle istituzioni sovranazionali che negoziano in nome di tutti. Si realizza così, sul piano economico, quell’intuizione – già presente nei federalisti europei e in autori come Habermas – per cui la pace duratura richiede non solo trattati politici, ma anche integrazione materiale degli interessi produttivi e commerciali.
Per comprendere la portata dell’ALS, occorre ricordare la storia economica indiana. Fino agli anni Ottanta, l’India è segnata da un modello di sviluppo fortemente protettivo, dominato dal “licence raj”: alte barriere tariffarie, controlli amministrativi diffusi, monopolio pubblico in settori chiave, una libertà d’impresa compressa da vincoli politici e burocratici. La crisi della bilancia dei pagamenti del 1991 costringe però il Paese a una svolta: il governo avvia un vasto pacchetto di riforme, con drastica riduzione dei dazi (da picchi anche superiori al 150‑300% a livelli medi intorno al 30% nei primi anni 2000), eliminazione di molte restrizioni quantitative, liberalizzazione selettiva degli investimenti esteri e promozione dell’export.
Quella che era un’economia relativamente chiusa si integra progressivamente nei mercati globali: i settori manifatturieri e, soprattutto, i servizi (IT, farmaceutica, ingegneria) si aprono alla concorrenza, costringendo le imprese indiane a competere “con i migliori del mondo”. In pochi decenni, l’India passa da economia “in via di sviluppo protetta” a grande protagonista delle catene globali del valore, divenendo uno dei principali destinatari di investimenti e un partner imprescindibile per le potenze commerciali mature.
Le relazioni formali tra India e Comunità europea iniziano nel 1962, in un mondo ancora dominato dalla bipolarità USA‑URSS. Nel 1973, l’India viene inserita nel Sistema di preferenze generalizzate europeo, che le offre accesso preferenziale al mercato comunitario; negli anni Settanta‑Ottanta il commercio bilaterale cresce sensibilmente, con Germania e Regno Unito in posizione di primo piano. Nel 1981 un Accordo di cooperazione introduce una cornice più strutturata di dialogo; nel 1994 un nuovo Accordo rafforza i meccanismi di consultazione economica e commerciale.
Dal 2000 si tengono vertici annuali, e nel 2004 la relazione viene elevata a “Partenariato strategico”, a fronte di scambi già cresciuti da pochi miliardi negli anni Ottanta a circa 40 miliardi di euro nel 2005. L’UE diventa uno dei principali partner commerciali dell’India, arrivando a rappresentare circa un quarto del suo interscambio negli anni Novanta‑Duemila, quota poi ridiscesa per effetto della diversificazione indiana verso altri attori, in particolare Stati Uniti e Cina. Le trattative per un accordo di libero scambio vengono avviate nel 2007, ma si arenano nel 2013 dopo numerosi cicli negoziali, per divergenze su agricoltura, automotive, vini e alcolici, servizi, visti, proprietà intellettuale. I negoziati riprendono nel 2022, in un contesto completamente mutato: crisi pandemica, guerra in Ucraina, rivalità sistemica con la Cina, centralità dell’Indo‑Pacifico. Il fatto che l’ALS sia stato concluso proprio nel 2026, “a valle” di tre grandi shock (finanziario, pandemico, geopolitico), mostra come la storia economica recente abbia reso più evidente la necessità di legami strutturali tra grandi democrazie per stabilizzare le interdipendenze.
Sul piano strettamente economico, l’ALS rappresenta la più ampia apertura commerciale mai concessa dall’India a un partner: i dazi sulle automobili scenderanno dal 110% al 10%, mentre quelli su componentistica auto, macchinari, prodotti chimici e farmaceutici saranno per lo più azzerati. Agricolarmente, l’intesa abbatte barriere medie superiori al 36% sulle esportazioni agroalimentari europee (vino, olio d’oliva, prodotti da forno, carni ovine), salvaguardando però settori sensibili come bovino, riso e zucchero, che restano esclusi dalla liberalizzazione. È un equilibrio “ordoliberale”: apertura sì, ma inserita in un quadro di protezione di beni ritenuti strategici per la coesione sociale europea.
L’accordo va ben oltre le tariffe. Esso contiene: un capitolo avanzato sui servizi, con impegni indiani senza precedenti sui servizi finanziari e marittimi; norme rafforzate su proprietà intellettuale, che avvicinano i regimi UE e indiano e preparano un accordo separato sulle indicazioni geografiche; una disciplina sul commercio digitale, che crea un ambiente prevedibile, sicuro e “human‑centric”, preservando il diritto di regolamentare in materia di ordine pubblico, sicurezza e privacy; un’attenzione specifica alle PMI e alla semplificazione doganale, con punti di contatto dedicati e procedure più snelle.
Ne risulta un dispositivo di convergenza regolatoria, in cui la “potenza normativa” europea incontra le aspirazioni tecnologiche e industriali di una grande democrazia emergente. Non è solo un accordo di accesso al mercato, ma un embrione di spazio economico condiviso, in cui standard, procedure e tutele tendono progressivamente a coordinarsi.
La dichiarazione congiunta del Vertice India‑UE sottolinea come l’accordo s’innesti in un partenariato strategico più ampio, fondato su democrazia, pluralismo, diritti umani, stato di diritto e ordine internazionale basato su regole, con al centro le Nazioni Unite e un’Organizzazione mondiale del commercio da riformare. In un sistema internazionale sempre più segnato da logiche di potenza, UE e India affermano un “realismo istituzionale”: riconoscono la durezza della competizione geopolitica, ma scelgono di rispondere rafforzando regole, forum multilaterali e cooperazione tra pari.
Sul piano filosofico‑giuridico, l’ALS può essere letto come risposta pratica al dilemma, caro a Habermas, fra sovranità democratica e interdipendenza globale: invece di subire la globalizzazione, le due parti provano a “costituzionalizzarla”, trasformando regole commerciali in strumenti di tutela di diritti sociali, ambientali e del lavoro. Il capitolo sul commercio e sviluppo sostenibile, con impegni giuridicamente vincolanti su clima, ambiente, diritti dei lavoratori, empowerment femminile e condotta responsabile d’impresa, è un esempio di giusglobalismo “temperato”, che cerca di integrare la lex mercatoria nel più ampio edificio del diritto internazionale dei diritti umani e dell’ambiente.
Questa scelta richiama l’intuizione di Polanyi: l’economia non è un sistema naturale da lasciare alla spontaneità del mercato, ma un insieme di relazioni da “re‑incastonare” nelle istituzioni sociali e politiche. L’ALS, con i suoi meccanismi di consultazione, la clausola di non regressione sociale e ambientale, la mediazione e i panel indipendenti per le controversie, tenta proprio questa re‑incorporazione normativa dell’interscambio. Hegel stesso, leggendo la storia come progressiva autocoscienza della libertà, vedrebbe forse in queste forme di ordinamento sovranazionale il tentativo di dare una dimensione “etica” (nel senso di Sittlichkeit) anche ai rapporti economici globali.
L’ALS UE‑India va collocato all’interno di un più ampio riposizionamento geoeconomico, che ha al centro l’Indo‑Pacifico. La dichiarazione congiunta lega esplicitamente il partenariato al rafforzamento di un Indo‑Pacifico libero, aperto, pacifico e prospero, in conformità al diritto internazionale, inclusa la Convenzione UNCLOS sul diritto del mare. L’UE riconosce che la propria sicurezza e prosperità sono interconnesse con quelle della regione, e che l’India è un partner naturale per garantire rotte marittime sicure, infrastrutture resilienti, supply chain diversificate.
Sul piano geoeconomico, l’ALS si intreccia con: la Global Gateway europea, che mira a mobilitare massicci investimenti globali in infrastrutture sostenibili;
• le ambizioni indiane in materia di connettività regionale e globale (dall’IMEC – India‑Middle East‑Europe Economic Corridor – ai corridoi digitali verso Africa e Sud‑Est asiatico); la ricerca congiunta di catene del valore resilienti in settori strategici (semiconduttori, materie prime critiche, energia pulita, farmaceutica).
Ne emerge una logica di “derisking” reciproco rispetto a dipendenze eccessive da mercati percepiti come politicamente rischiosi, in particolare nella triangolazione con Stati Uniti e Cina. In questo senso, l’ALS non è diretto contro qualcuno, ma per qualcosa: un multipolarismo regolato, nel quale India e UE si propongono come poli responsabili, disponibili a cooperare con il Sud globale su basi meno gerarchiche e più inclusive.
Storicamente, i rapporti economici tra l’Europa e il subcontinente indiano sono stati plasmati da un’eredità coloniale che ha fatto dell’India un grande fornitore di materie prime e un mercato di sbocco per manufatti europei, in un quadro di disuguaglianza strutturale. Dopo l’indipendenza, l’India ha scelto per decenni una via autonoma, diffidente verso un’integrazione commerciale percepita come potenzialmente neocoloniale, mentre l’Europa si concentrava sull’integrazione interna e sul rapporto transatlantico. L’ALS UE‑India segna un cambio di paradigma: non più un rapporto centro‑periferia, ma una relazione tra poli che rivendicano pari dignità e capacità di co‑scrivere le regole del gioco.
In termini storico‑filosofici, si può dire che qui si misurano due tradizioni: da un lato il mercantilismo coloniale, basato sullo scambio ineguale e sull’estrazione; dall’altro un ideal‑tipo di commercio “repubblicano” tra Stati sovrani, che ricorderebbe a Montesquieu lo “spirito dolce del commercio”, capace, se regolato, di attenuare i conflitti e di alimentare un equilibrio tra potenze.
La cooperazione UE‑India non si esaurisce nel commercio di beni e servizi. Essa si estende: alla transizione verde, attraverso il Partenariato su energia pulita e clima, la Task Force sull’idrogeno verde, il futuro Wind Business Summit e il rafforzamento del partenariato sull’urbanizzazione smart e sostenibile; alla governance del digitale, con il Trade and Technology Council come architrave per coordinare politiche su semiconduttori, intelligenza artificiale, 6G, cybersicurezza e dati; alla ricerca e innovazione, con il rinnovo dell’accordo scientifico‑tecnologico fino al 2030 e l’avvio di esplorazioni sull’associazione dell’India a Horizon Europe.
La “ragion di Stato” del XXI secolo è sempre più legata alla capacità di coniugare sicurezza economica, innovazione tecnologica e sostenibilità ambientale. L’ALS, insieme all’Agenda strategica congiunta verso il 2030, tenta di tradurre tale ragion di Stato in una “ragion di partnership”: sicurezza delle catene del valore, co‑sviluppo tecnologico, cooperazione climatica e sanitaria vengono concepite come beni condivisi, non a somma zero.
Qui risuona l’insegnamento di Amartya Sen: lo sviluppo, per essere autentico, non può ridursi a espansione del reddito, ma deve ampliarsi in “capabilities”, libertà sostanziali di individui e società. L’accento posto su mobilità di studenti e lavoratori qualificati, empowerment femminile, diritti del lavoro, salute globale e cooperazione in caso di disastri, mostra che UE e India leggono il commercio come mezzo per accrescere capacità condivise, non come fine in sé.
Nel lungo periodo, l’ALS UE‑India appare come tappa di una più ampia transizione dalla globalizzazione unipolare dominata dall’asse Washington–Bruxelles a una costellazione multipolare con più centri di gravità: Nord America, Europa, Cina, India, e un Sud globale sempre più articolato. La storia economica del secondo Novecento – ricostruzione europea, crescita asiatica, liberalizzazioni degli anni Novanta, ascesa cinese – ha condotto a un mondo in cui il peso relativo delle economie emergenti è oggi decisivo nelle catene del valore, nelle istituzioni finanziarie e nei negoziati sul clima.
In questo scenario, il partenariato UE‑India cerca di dare una forma ordinata a un multipolarismo spesso percepito come instabile. Esso incarna una “lezione” storico‑economica: dopo aver sperimentato tanto i benefici quanto le fragilità di una globalizzazione lasciata al corto respiro dei mercati – crisi finanziarie, delocalizzazioni sregolate, vulnerabilità delle catene di approvvigionamento – le grandi democrazie cercano ora di scrivere regole di interdipendenza che rispecchino meglio le loro storie, i loro modelli sociali, le loro sensibilità politiche.
In questo senso, l’Accordo di libero scambio UE‑India non è un semplice capitolo dell’odierna politica commerciale, ma il risultato di decenni di trasformazioni parallele: la costruzione di una potenza commerciale “post‑nazionale” in Europa e la metamorfosi dell’India in grande economia di mercato, che si incontrano finalmente in un testo giuridico destinato a pesare sul futuro dell’ordine economico globale. Se la globalizzazione degli ultimi decenni ha spesso prodotto “interdipendenze ostili”, l’ALS tenta di inaugurare una fase nuova di interdipendenze strutturate, trasparenti, orientate allo sviluppo sostenibile.
Il suo successo o il suo fallimento avranno un significato che va oltre i numeri del commercio: indicheranno se le grandi democrazie del mondo sono ancora in grado di scrivere, insieme, regole legittime per un’economia globale che non divori la politica, ma la rafforzi nel suo compito originario di custodire il bene comune.

