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“Venezuela: crisi senza fine, italiani in ostaggio”, l’Editoriale di Fabio Porta

Redazione by Redazione
28 Agosto 2025
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“Venezuela: crisi senza fine, italiani in ostaggio”, l’Editoriale di Fabio Porta
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di Fabio Porta

Il Venezuela era, fino a pochi decenni fa, uno degli Stati più prosperi dell’America Latina, grazie alle più grandi riserve petrolifere accertate al mondo. Oggi è l’esempio drammatico di come cattiva gestione, corruzione e repressione politica possano trasformare un potenziale in immensa crisi.

Il PIL venezuelano è crollato di oltre l’80% dal 2013, segnando uno dei peggiori collassi economici in tempo di pace della storia contemporanea.

Dopo aver raggiunto livelli parossistici – con l’inflazione al 10.000.000% nel 2019 – l’economia ha conosciuto un’apparente stabilizzazione. Ma anche quest’anno (2025), secondo il Fondo Monetario Internazionale, l’inflazione viaggia oltre il 220% annuo, una delle più alte al mondo.

Oltre 20 milioni di venezuelani vivono in condizioni di povertà estrema (circa i due terzi della popolazione).

Il risultato è stato un vero esodo biblico: secondo i dati UNHCR aggiornati al 2025, 7,7 milioni di cittadini venezuelani hanno lasciato il Paese. La maggior parte si è riversata in Colombia (2,8 milioni), Perù (1,5 milioni), Cile (470mila), Ecuador (500mila), ma anche in Spagna, Stati Uniti e Italia. Un flusso che ha superato, per dimensioni, perfino la diaspora siriana.

L’emigrazione italiana in Venezuela è una storia di successo. Negli anni ’50 e ’60 decine di migliaia di famiglie lasciarono il Meridione per Caracas, Maracaibo e Valencia, contribuendo alla costruzione di quartieri, imprese edili, botteghe artigiane, aziende agricole e commerciali. Ancora oggi oltre 130mila cittadini italiani sono registrati all’AIRE in Venezuela. Alcune stime parlano di oltre 1,5 milioni di persone di origine italiana, il che fa della nostra comunità la più numerosa tra quelle europee.

Eppure, proprio questa rete così radicata è oggi tra le più vulnerabili. La crisi venezuelana ha colpito con forza famiglie che, per decenni, avevano trovato stabilità. A tutto questo si aggiunge l’allarme delle detenzioni arbitrarie: i dati oscillano tra 11 e 22 italiani ancora dietro le sbarre senza accuse chiare né processi trasparenti.

Il caso di Alberto Trentini, lungamente detenuto senza capi d’imputazione credibili, è solo la punta dell’iceberg. Molti altri connazionali rimangono invisibili sia alle cronache internazionali che, troppo spesso, all’interesse istituzionale di Roma.

L’Italia ha cercato di muovere alcuni passi. La designazione dell’ambasciatore Luigi Maria Vignali come inviato speciale per gli italiani in Venezuela va nella giusta direzione. Ma il respingimento subìto a Caracas ad agosto è una prova lampante: Roma non può affrontare il problema con gesti simbolici o missioni improvvisate. Serve una strategia multilaterale.

Il fine deve essere duplice: la tutela immediata dei connazionali detenuti, attraverso negoziati diretti, magari coinvolgendo la Santa Sede, che in Venezuela mantiene una posizione di interlocutore privilegiato; la riaffermazione della presenza italiana come attore diplomatico di peso in America Latina, evitando l’irrilevanza in un’area tradizionalmente amica.

Nei prossimi mesi si terranno eventi che potrebbero essere decisivi: la Conferenza Italia-America Latina e la canonizzazione a Roma di un santo venezuelano. Occasioni che il nostro governo dovrà sfruttare per imporre la questione dei detenuti italiani sul tavolo delle relazioni bilaterali.

Nell’arena internazionale il caso Venezuela sembra essere scivolato sullo sfondo, oscurato dalle guerre in Ucraina e Palestina. Eppure quello che accade a Caracas non è meno grave. È una crisi umanitaria cronica, in cui libertà fondamentali vengono calpestate ogni giorno e milioni di persone sono costrette ad abbandonare le proprie case per sopravvivere.

Per l’Italia questa non è una crisi lontana: è una crisi che tocca direttamente le nostre famiglie, i nostri connazionali, la nostra credibilità internazionale.

Il Parlamento e il Governo italiani hanno oggi una responsabilità storica: riportare a casa i cittadini detenuti e garantire una tutela reale alla comunità italiana in Venezuela. Non si tratta solo di solidarietà o retorica: è un dovere costituzionale, morale e politico.

Ogni giorno che Alberto Trentini e gli altri restano in cella rappresenta una sconfitta per i diritti e per la democrazia. Non possiamo tollerare che la vita dei nostri connazionali sia ostaggio di repressione e silenzio diplomatico.

L’Italia deve parlare con una sola voce: quella della dignità, della libertà e dei valori che ci definiscono come comunità nazionale e internazionale.

Non c’è più tempo: serve una missione politica immediata e risolutiva.

On. Fabio Porta

Vice Presidente del Comitato Permanete sugli Italiani nel Mondo della Camera dei Deputati

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