Dalla Direzione Generale per gli Italiani all’Estero alla guida del Consolato Generale d’Italia a Edimburgo, il percorso di Veronica Ferrucci racconta una carriera costruita tra continenti e comunità italiane, caratterizzata da rigore e grande sensibilità. Dopo gli incarichi a Toronto, Buenos Aires e L’Aja, oggi è lei il volto dell’Italia in Scozia e Irlanda del Nord, territori che definisce “capaci di lasciare una traccia indelebile nel cuore”.
Il suo mandato ha già lasciato un segno tangibile con la nascita di “Italy House”, nuova sede del Consolato Generale e dell’Istituto Italiano di Cultura, inaugurata nel 2025 e divenuta simbolo della presenza italiana nel Paese. Ferrucci la descrive come “una manifestazione dell’importanza della presenza italiana e della solidità delle nostre relazioni”, sottolineando come la diplomazia sia fatta anche di luoghi che raccontano identità e futuro.
Diplomatica capace di leggere con lucidità le trasformazioni post‑Brexit, accanto alla dimensione istituzionale, Ferrucci rivela un rapporto profondo con la Scozia, fatto di natura, gentilezza quotidiana e piccoli gesti che raccontano un popolo. “Assisto sovente a manifestazioni che ispirano un forte senso di fiducia nel prossimo”, confida, restituendo così il ritratto di una Console che vive il proprio ruolo come servizio, ascolto e costruzione di ponti tra comunità e culture.
Console, come descriverebbe oggi lo stato delle relazioni tra Italia, Scozia e Irlanda del Nord e quali sono le priorità su cui sta lavorando maggiormente? “Nell’ambito delle eccellenti relazioni tra Italia e Regno Unito, i rapporti con le due nazioni devolute di Scozia e Irlanda del Nord sono solidi, poggiano sulla forte attrazione che suscita il nostro Paese, e si basano su profondi legami culturali ed umani. Dopo l’inaugurazione della nuova sede del Consolato Generale e dell’Istituto Italiano di Cultura, “Italy House”, nel febbraio 2025, il nostro obiettivo è non solo mantenere l’elevata qualità dei servizi consolari, che trovano un riscontro sempre più positivo da parte dell’utenza, ma anche di consolidare il ruolo della nuova sede di punto di riferimento culturale per la nostra collettività e per tutti gli amanti dell’Italia”.

In quali settori vede le maggiori opportunità di collaborazione futura? “Il settore culturale e scientifico, anche grazie ad una ricca presenza di italiani ed italofili nelle istituzioni culturali ed accademiche locali, continuerà ad essere uno dei capisaldi della collaborazione futura, anche grazie alle solide basi gettate in questi anni con la realizzazione di numerosi e prestigiosi eventi promozionali. Sul piano economico-commerciale, il settore energetico resta prioritario in ragione delle nuove sfide poste dalla transizione energetica e della ricchezza di fonti rinnovabili tanto in Scozia quanto in Irlanda del Nord”.
C’è un progetto o un risultato recente che ritiene particolarmente significativo per il rafforzamento dei rapporti in essere? “Prima di tutto “Italy House”, la nuova sede di proprietà dello stato italiano, dove ci siamo trasferiti nel tempo record di due anni impiegati per la progettazione e l’esecuzione dei lavori. Si tratta di un traguardo molto importante ed apprezzato anche dalle Autorità locali, dal Parlamento al Governo scozzese oltre alla Città di Edimburgo, essendo manifestazione tangibile dell’importanza della presenza italiana e della solidità delle nostrerelazioni. Sono inoltre molto soddisfatta delle collaborazioni sviluppate in questi anni con gli altri Consolati Europei, in particolare nel campo culturale – dalla musica, al cinema, alla lingua – che anche in questo caso hanno visto il supporto delle Autorità locali, con un ottimo riscontro di pubblico”.

Come descriverebbe la presenza italiana nel territorio? “È una presenza storica e molto apprezzata sia in Scozia che in Irlanda del Nord, che risale ai primi anni del secolo scorso quando i nostri connazionali cercavano nuove opportunità di vita e lavoro. Essa è cresciuta ulteriormente in questo secolo, fino alla Brexit, nell’ambito delle più recenti ondate di mobilità di studenti e professionisti. La collettività si concentra in particolare a Edimburgo, Glasgow e Aberdeen in Scozia – nazione dove risiedono circa 26.000 italiani – e a Belfast in Irlanda del Nord, dove vivono circa 2.100 connazionali. Sono città in cui peraltro siamo supportati da validissimi Consoli Onorari. I nostri connazionali sono ben integrati e presenti in vari settori della società, dalla ristorazione al mondo universitario e a quello della cultura. È per me una grande gioia incontrare italiani anche nelle zone più remote della nostra circoscrizione e constatare la stima di cui godono”.

In generale, quali sono le esigenze principali che emergono dal dialogo con i connazionali? “Anche come conseguenza della Brexit, ho potuto riscontrare un crescente desiderio della nostra collettività di mantenere vivi i legami con l’Italia, sia con un’accresciuta mobilità verso il nostro Paese sia attraverso la riscoperta della nostra cultura e della lingua, in particolare per i figli nati qui. Si tratta di un rafforzamento del sentimento di italianità, che premia pienamente le nostre iniziative promozionali”.
Ha incontrato storie o percorsi particolarmente emblematici della vitalità della nostra comunità? “Assolutamente sì! Sono proprio le storie dei nostri connazionali che rendono emozionante l’attività di un Console. Penso alle storie degli italiani che hanno vissuto la tragedia della Seconda Guerra Mondiale, ritrovandosi come nemici nella Terra d’adozione, e ai loro discendenti, che hanno spesso dato voce al loro dilemma identitario attraverso l’espressione artistica. È stato il caso del celebre artista Eduardo Paolozzi, padre della pop art britannica e originario di Viticuso, cui abbiamo dedicato una giornata del design insieme alle National Galleries of Scotland in occasione del centenario della sua nascita. Penso anche a note scrittrici italo-scozzesi, cui abbiamo recentemente dedicato insieme al Comites e a docenti dell’Università di Catania e Aberdeen un evento dal titolo emblematico “Am I really Home?”.
Come si integra il lavoro del Consolato con quello delle istituzioni locali e delle associazioni italiane presenti in loco? “La collaborazione con le istituzioni locali è eccellente così come con le associazioni della nostra collettività, a partire dal Comites. Penso ad esempio ai prestigiosi Festival che animano la vita culturale di Edimburgo, con centinaia di migliaia di visitatori da tutto il mondo, che ci permettono di presentare i nostri eventi ad un pubblico internazionale. Le associazioni della collettività sono parte attiva di molte di queste collaborazioni con le istituzioni locali, che non si limitano al settore culturale ma sono incentrate anche sulla tutela dei diritti dei nostri cittadini, soprattutto dopo Brexit, attraverso importanti attività divulgative”.

Parliamo un po’ di lei. Come si trova a Edimburgo? Come vive personalmente la responsabilità di rappresentare l’Italia in un contesto così dinamico e multiculturale? “La prima volta che ho visitato la Scozia e l’Irlanda del Nord, in compagnia di mio marito che conosceva già bene queste Terre, ha lasciato una traccia indelebile nel mio cuore, per la bellezza della natura e la sincera ospitalità dei locali. È stata dunque una gioia oltre che un onore potervi tornare in veste di Console Generale, al servizio di una collettività molto apprezzata e con l’orgoglio di rappresentare un Paese così amato come il nostro”.
C’è un luogo al quale si sente particolarmente legata? “Il giardino botanico di Edimburgo dove amo passeggiare con mio marito. Oltre a rappresentare un’oasi urbana, celebra in ogni stagione la forza e bellezza della natura, che in una terra come la Scozia sa regalarti delle emozioni speciali”.
Coltiva qualche hobby? “Pratico la meditazione, che mi aiuta a essere presente per tutto quello che la vita riserva, e adoro camminare nella natura oltre che leggere”.
C’è un episodio, un incontro o un gesto della comunità locale che l’ha colpita in modo particolare dal suo arrivo? “Più che un singolo avvenimento direi che sono tanti piccoli gesti quotidiani, fatti con la pacata affettuosità che caratterizza questi popoli; dall’offerta di una bevanda calda entrando in un luogo chiuso mentre fuori c’è una tempesta, al passante che ti riconcorre per strada perché hai perduto un guanto. Sono manifestazioni di gentilezza che ispirano un forte senso di fiducia nel prossimo”.
Tra le tante personalità diplomatiche conosciute finora nell’ambito della sua carriera diplomatica, ne ricorda qualcuna in particolare? “In quasi venticinque anni di carriera dovrei fare troppi nomi! Ho avuto il privilegio di conoscere tanti validi colleghi, italiani e stranieri, e di avere dei capi che mi hanno onorato della loro fiducia e trasmesso capacità e valori fondamentali non solo a livello professionale ma anche umano, per i quali sarò sempre grata”.
In definitiva, qual è il suo ricordo più bello legato alla carriera diplomatica? “Molteplici ricordi legati all’eccezionale varietà del nostro lavoro: dal sostegno concreto a un connazionale o ad un’impresa al successo di una visita politica, di un evento promozionale o della conclusione di un accordo, il tutto confrontandosi con culture spesso molto diverse dalla nostra. È stato inoltre un grande privilegio, in ogni Paese dove ho servito, prendere atto del sincero attaccamento all’Italia non solo di tanti italiani ma anche di moltissimi stranieri”.
E il più brutto? “Vedere forti iniquità sociali in America Latina, che ricordano l’importanza della solidarietà sociale”.
Chiuderei questa intervista, come consuetudine, chiedendole un consiglio su un buon libro da leggere. “Making sense of the Troubles di David McKittrick e David McVea, per i lettori che vogliono saperne di più sulla complessa storia del conflitto in Irlanda del Nord”.
Intervista di Marco Finelli
