di Gianni Lattanzio*
Quando il Cardinale Pietro Parolin, nella recente Lectio magistralis alla Pontificia Accademia Ecclesiastica, afferma che pace e giustizia devono tornare a essere i pilastri dell’ordine fra le Nazioni, rende esplicito ciò che da tempo costituisce il DNA della diplomazia pontificia: per il Vaticano, la diplomazia non è il mestiere raffinato di un piccolo Stato, ma il modo in cui la Chiesa cattolica entra nella storia degli uomini. È la “carità politica” di cui parlava Paolo VI, prolungata nelle relazioni internazionali: un amore esigente per il bene comune, che si traduce in diritto, mediazione, difesa dei deboli, ma che nasce dal Vangelo e dalla vita concreta del popolo di Dio.
Una diplomazia che nasce dal Vangelo
Parolin apre la sua Lectio richiamando il Concilio Vaticano II: il Papa, come “perpetuo e visibile principio e fondamento dell’unità sia dei Vescovi sia della moltitudine dei fedeli” (Lumen gentium 23), ha un “diritto nativo” a farsi rappresentare presso gli Stati e le organizzazioni internazionali. Non si tratta di un privilegio politico, ma della conseguenza logica di una missione spirituale: la Chiesa, diceva Paolo VI in Sollicitudo omnium ecclesiarum, offre “l’ausilio prezioso delle sue energie spirituali e della sua organizzazione” per il bene comune della società.
La radice è biblica. La pace, per la Scrittura, non è semplice tregua, ma shalom: pienezza di vita, giustizia, relazioni riconciliate. Il Salmo 85 canta: “Amore e verità s’incontreranno, giustizia e pace si baceranno”. Parolin riprende questa visione quando insiste sul fatto che la pace è sempre “frutto della giustizia”, come ricordavano già Agostino e, in epoca moderna, Giovanni XXIII in Pacem in terris. Promuovere la pace senza giustizia è, per la Chiesa, un’illusione; difendere la giustizia senza tenere aperta la via della riconciliazione è cedere alla logica del conflitto senza fine.
La diplomazia pontificia nasce precisamente qui: nella consapevolezza che la Chiesa è “sacramento universale di salvezza” e “segno e strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano” (Lumen gentium 1). Per il Vaticano la diplomazia coincide con l’orizzonte della Chiesa e questo significa riconoscere che ogni nota verbale, ogni intervento all’ONU, ogni missione di mediazione è, in ultima analisi, una forma di attuazione della vocazione ecclesiale a “cercare e salvare ciò che era perduto” (Lc 19,10) dentro la trama complicata delle relazioni politiche.
Dalla Pace di Westfalia alla Pacem in terris: la lunga genealogia di una diplomazia “altra”
Non è un caso che Parolin richiami la figura di Fabio Chigi, nunzio a Colonia e protagonista delle trattative che portarono alla Pace di Westfalia, poi eletto papa Alessandro VII. Lo storico Ludwig von Pastor – ricordato nella Lectio – riassumeva così il suo stile: “molto fare, poco dire”. È il contrario del protagonismo comunicativo che oggi domina la scena internazionale: un metodo di presenza che privilegia la sostanza del risultato alla visibilità dell’attore.
Da allora, la diplomazia pontificia attraversa svolte epocali. Perde lo Stato territoriale nel 1870, ma con i Patti Lateranensi del 1929 vede riconosciuta la sovranità della Santa Sede come soggetto di diritto internazionale, indipendente dall’estensione territoriale. Benedetto XV, definito “il Papa inascoltato della pace”, scrive nel 1920 che la pace è dono di Dio ma chiede l’apporto di ogni uomo; Pio XII, nel radiomessaggio di Natale 1944, collega stabilmente giustizia e nuovo ordine internazionale; Giovanni XXIII, in Pacem in terris, afferma che la pace non può poggiare sull’equilibrio degli armamenti, ma sulla fiducia reciproca.
Paolo VI, alla tribuna dell’ONU nel 1965, pronuncia il celebre “Jamais plus la guerre, jamais plus la guerre!” e, in Populorum progressio, definisce lo sviluppo “il nuovo nome della pace”. Giovanni Paolo II chiede “un grado superiore di ordinamento internazionale” in Sollicitudo rei socialis; Benedetto XVI, in Caritas in veritate, insiste che la costruzione della pace esige un’“autorità politica mondiale” capace di contenere i mercati e le potenze. Con Fratelli tutti, Francesco propone l’immagine dell’“architettura della pace” sostenuta da artigiani concreti, chiamando in causa popoli, Stati, religioni, società civile.
La Lectio di Parolin si inserisce in questa genealogia: recupera la grande tradizione teologica – da Agostino a Tommaso, dalla Scuola di Salamanca in poi – e la coniuga con il diritto internazionale moderno, ricordando che esso nacque in buona parte da una riflessione cristiana sulla guerra, sulla sovranità, sui diritti dei popoli colonizzati. È una memoria scomoda, in un’epoca che spesso legge il cristianesimo solo come religione privata, ma è la chiave per capire perché la diplomazia vaticana non si lascia chiudere nella categoria di “soft power”: essa è, piuttosto, una “potenza senza potere”, capace di influire proprio perché rinuncia a logiche di forza.
Diplomazia vaticana e diplomazia della Chiesa: il volto e il corpo
Da qui la distinzione – decisiva – tra diplomazia vaticana e diplomazia della Chiesa. Parolin parla della Pontificia Accademia Ecclesiastica come istituzione chiamata a coniugare formazione sacerdotale e scienze diplomatiche, in vista del servizio alla Santa Sede. Questa è la diplomazia vaticana in senso stretto: Segreteria di Stato, nunziature, missioni presso Stati e organizzazioni internazionali; note, negoziati, trattati, interventi nei consessi multilaterali.
Ma lo stesso Cardinale, quando richiama la responsabilità di “ognuno di portare volonterosamente il suo contributo al bene di tutti” (Pacem in terris, 28), quando denuncia l’atteggiamento di chi ripete con Caino “Sono forse io il custode di mio fratello?” (Gn 4,9), allarga l’orizzonte. Qui si entra nella diplomazia della Chiesa: vescovi che mediano conflitti locali; Caritas che lavorano nei campi profughi; università e centri di ricerca che elaborano nuove categorie; comunità cristiane che, nell’ordinarietà, impediscono che il rancore diventi la grammatica sociale.
Se si vuole usare un’immagine politologica, si potrebbe dire che la diplomazia vaticana è “il volto” sulla scena internazionale, mentre la diplomazia della Chiesa è “il corpo” diffuso nei territori. La prima parla il linguaggio del diritto e dei protocolli; la seconda parla il linguaggio delle opere: accoglienza, scuole, ospedali, dialogo interreligioso quotidiano, perdono praticato. La forza della Santa Sede, nel lungo periodo, viene dal fatto che questi due livelli non sono paralleli, ma comunicanti: ciò che si dice a New York o a Ginevra trova conferma o smentita nella periferia di una diocesi martoriata dalla guerra o dalle migrazioni.
È qui che si comprende la formula forse più densa del testo di Parolin: la diplomazia come “via disarmante”. Disarmante perché rinuncia all’illusione della potenza; disarmante perché non cede alla tentazione di costruire il nemico come categoria assoluta; disarmante perché chiede a chi diplomatico è, per vocazione, di essere anche “operatore di pace” secondo le Beatitudini: “Beati i miti… beati gli operatori di pace… beati quelli che hanno fame e sete della giustizia” (Mt 5,3-10).
La crisi del multilateralismo e la tentazione della forza
La descrizione che Parolin offre dell’attuale contesto internazionale è impietosa. L’ordine nato dopo il 1945 – con l’ONU, il sistema delle Nazioni Unite, le convenzioni sul disarmo, la tutela dei diritti umani, la cooperazione allo sviluppo – è sottoposto a un processo di erosione che non è solo giuridico, ma culturale e morale.
Si relativizzano principi ritenuti finora intangibili: autodeterminazione dei popoli, integrità territoriale, divieto dell’uso e della minaccia della forza se non nei casi previsti dalla Carta delle Nazioni Unite. Si disattendono le regole della guerra, si colpiscono deliberatamente civili e infrastrutture vitali, si usa la fame come arma, si producono “fatti compiuti” che l’inerzia internazionale finisce per ratificare.
Il nuovo multipolarismo, che avrebbe potuto significare maggiore pluralità di voci, si traduce spesso in competizione tra potenze regionali e globali che usano il conflitto – militare, economico, informativo – come strumento ordinario di politica estera. La corsa al riarmo, l’idea che la sicurezza si riduca alla deterrenza, la proliferazione di dottrine sull’attacco preventivo dissolvono quella “fiducia” che Pacem in terris indicava come fondamento della pace.
Qui la diplomazia della Santa Sede si trova in controtendenza. Nel dossier Ucraina, ad esempio, come mostrano numerosi commentatori, la Santa Sede ha tentato – con esiti alterni – di aprire spazi per scambi di prigionieri, ritorno dei bambini deportati, percorsi di cessate il fuoco, rifiutando di leggere il conflitto solo nella chiave di una vittoria militare totale. In Medio Oriente e nel Mediterraneo allargato, la voce vaticana insiste sulla centralità del diritto internazionale, sulla necessità di soluzioni politiche inclusive, sulla tutela delle minoranze, sulla dignità del popolo palestinese e sulla sicurezza di Israele, contro la logica del “nemico assoluto”.
Politologicamente, si potrebbe dire che la Santa Sede tenta di mantenere un ruolo di “terzo inclusivo” in un sistema che spinge verso la polarizzazione. Non neutralità indifferente, ma imparzialità di giudizio alla luce di criteri – dignità umana, diritti fondamentali, bene comune globale – che precedono le appartenenze di blocco. Questo costa: espone alla critica di chi vorrebbe una presa di posizione più schierata; ma è anche la condizione perché la diplomazia ecclesiale possa, quando le armi taceranno, aiutare a tessere percorsi di riconciliazione.
Una “diplomazia del quotidiano” per un’epoca di linguaggi feriti
La parte forse più sorprendente della Lectio è quella in cui Parolin, dopo aver parlato di crisi del multilateralismo, guerre, riarmo, chiama in causa la coscienza personale. Evoca l’atteggiamento di Caino, denuncia l’indifferenza di chi “è quasi disinteressato” ai conflitti, osserva come la logica della contrapposizione penetri anche nel “piccolo o grande mondo quotidiano”.
Qui si apre un varco decisivo: se la diplomazia è una forma alta di carità politica, allora non appartiene solo ai nunzi o ai ministri degli esteri. Appartiene anche al modo in cui si parla dell’altro, all’uso del linguaggio pubblico, alla capacità – o incapacità – di non ridurre l’avversario a una caricatura. È quella che si potrebbe chiamare “diplomazia del quotidiano”: il lavoro di milioni di coscienze che, nelle famiglie, nelle città, nei social, nel dibattito politico interno, scelgono o rifiutano la cultura dello scarto, dell’insulto, della delegittimazione permanente.
In questo senso, la diplomazia per il Vaticano è la Chiesa cattolica non solo quando negozia a New York o a Bruxelles, ma quando educa alla pace nelle parrocchie, nelle scuole, nei movimenti. È qui che si prepara il terreno perché le grandi parole – pace, giustizia, diritti – non diventino slogan vuoti. Ed è qui che la teologia – pensiamo alla dottrina della “guerra giusta” ridefinita in chiave restrittiva, o alle riflessioni su perdono e giustizia riparativa – si intreccia con la scienza politica, con il diritto internazionale, con la sociologia dei conflitti.
Le parole di Leone XIV, citate da Parolin – “la via disarmante della diplomazia, della mediazione, del diritto internazionale”, in un mondo in cui queste vie vengono disattese – hanno una portata profondamente ecclesiale: non indicano un’utopia ingenua, ma una scelta di campo. Rifiutare che la categoria di nemico diventi il principio ordinatore della politica; credere che il perdono, come ha ricordato lo stesso Leone XIV, “non significa negare il male, ma impedirgli di generare altro male”; insistere, quasi controcorrente, sul fatto che “la violazione del diritto in un punto della terra è avvertita in tutti i punti”, come scriveva Kant.
In un sistema internazionale che sembra scivolare verso una “guerra mondiale a pezzi”, la diplomazia vaticana – e con essa la diplomazia della Chiesa – appare come una minoranza creativa: non detiene arsenali, non controlla mercati, ma custodisce una memoria e una promessa. La memoria di un ordine internazionale fondato sul diritto e non sulla forza; la promessa che la pace, sebbene fragile e sempre incompiuta, resta possibile quando uomini e donne accettano di “molto fare, poco dire” per disinnescare l’odio e costruire, pezzo su pezzo, la casa comune.
Se, come afferma Parolin, pace e giustizia “affondano le loro radici nel mistero cristiano” e sono insieme dono e compito, allora la diplomazia per il Vaticano non potrà mai essere neutrale rispetto alla dignità della persona, alla sorte dei poveri, al grido delle vittime. È questo, in definitiva, il senso più profondo della formula: la diplomazia del Vaticano è la Chiesa cattolica. Non perché si confondano piani diversi, ma perché il soggetto che ama, discerne, media, si espone, è sempre lo stesso: un popolo radunato dalla Parola e dall’Eucaristia, che cerca di vivere nel cuore della geopolitica la follia sapiente delle Beatitudini.
*Segretario generale Istituto Cooperazione Paesi Esteri (ICPE)

