di Bruno Scapini
Nel quadro bellico che si sta profilando in Medio Oriente, in cui arduo sembrerebbe comprenderne cause, orientamenti e direttici, un punto fermo dovrebbe risultarci comunque chiaro ed evidente: l’obiettivo di questa guerra contro l’Iran non è da ricondurre ad un preciso “casus belli”, come normalmente avviene in una situazione di pretese contrapposte e inconciliabili tramite gli ordinari strumenti della diplomazia classica, ma andrebbe piuttosto ricercata in una ragione storicamente ben più profonda e politicamente ben più determinante: la sconfitta strategica della Repubblica Islamica dell’Iran.
Trattasi di un progetto antico, che affonda le sue prime radici già dalla fine della Seconda Guerra mondiale allorché l’Occidente si accorge dell’importanza del Paese sia per la posizione geografica, sia per l’ampia disponibilità di risorse energetiche. La sottomissione della dinastia Pahlavi agli interessi americani è del resto ben nota, e viene comprovata, in particolare, dal colpo di Stato ordito nel 1953 dallo stesso scià, Mohammad Reza Pahlavi, per deporre – su istigazione di Washington e di Londra rispettivamente con le operazioni Ajax e Boot – il Primo Ministro democraticamente eletto, il nazionalista Mohammad Mossadeq, fautore di un piano di nazionalizzazione dell’industria petrolifera malvisto dagli anglo-americani e percepito come contrario ai loro interessi economici e strategici. Ecco affiorare allora nell’analisi un primo elemento di giudizio: l’obiettivo degli Stati Uniti e del Regno Unito di detenere il pieno controllo delle risorse energetiche del Paese in chiave neo-colonialista.
Ma un secondo elemento si aggiungerebbe a questo contesto: l’interesse degli anglo-americani in tempo di Guerra Fredda a sottrarre il Paese al rischio di una penetrazione di influenza da parte dell’Unione Sovietica e, dunque, al rischio di un avvento comunista al potere. Un elemento, quest’ultimo, che già definisce con plastica evidenza l’orientamento che gli Stati Uniti avrebbero adottato e mantenuto verso il Paese nei decenni successivi. Tuttavia, il ruolo attivo e preponderante svolto da Washington nel colpo di Stato del 1953, lasciando una pesante negativa percezione dell’ingerenza americana, può ragionevolmente ritenersi uno, se non il principale, tra i fattori che avrebbero condotto, parallelamente al crescente autoritarismo imposto dalla dinasta Pahlavi – intenzionata a condurre una vasta repressione delle forze politiche contrarie, oltre che una ripresa del controllo sulla produzione petrolifera a danno delle compagnie anglo-americane – all’affermarsi successivamente (1979) della Repubblica Islamica in funzione anti-occidentale.
Proprio il contenimento della rivoluzione portata dagli Ayatollah, e il tentativo occidentale di minarne i presupposti politici, avrebbe nel corso degli anni determinato la attuale contrapposizione tra Stati Uniti e Iran trovando nel sostegno alle forze sciite, in favore della causa palestinese, la sua fonte principale di nutrimento e crescita.
Comprensibile diventerebbe a questo punto la profonda conflittualità che contraddistingue i rapporti tra Teheran e Tel Aviv. Una divergenza che si appunta non su elementi di contrasto ideologico-fideistico – peraltro assenti nella Costituzione iraniana – quanto sulla minaccia che un potente Iran costituirebbe al mai sopito progetto sionista di egemonizzare tutte le terre risalenti alla proposta biblica di una Terra promessa da Dio, quella, cioè, che si estenderebbe dal Nilo all’Eufrate per essere “la più bella fra tutte le terre” (Genesi).
Ecco, spiegata così la vera causa di questa guerra all’Iran le cui motivazioni dichiarate dal Presidente Trump, e riconducibili alla necessità di impedire al Paese di dotarsi di armi in grado di nuocere all’esistenza di Israele, non troverebbero nei fatti alcun reale fondamento, giustificandosi, per contro, solo con il vero interesse a demolire fisicamente la Repubblica Islamica quale minaccia in sé come entità statuale votata a contrastare storicamente il ruolo di Israele.
La guerra oggi mossa all’Iran sarebbe, pertanto, l’esito di un progetto preordinato e voluto da tempo, i cui elementi costituenti possono rinvenirsi in alcune azioni precedentemente pianificate e finalizzate a rendere possibile la neutralizzazione delle potenzialità militari iraniane. Tra queste ne rileviamo alcune più significative: l’iniziativa di Trump di assicurarsi preventivamente il petrolio venezuelano – rimuovendo con atto di forza il Presidente Maduro – in vista del prevedibile blocco dello Stretto di Hormuz, la guerra dichiarata dal Pakistan all’Afghanistan appena 24 ore prima dell’attacco all’Iran, con l’intento di impedire un eventuale intervento dei Talebani a sostegno di Teheran, e il progetto, surrettiziamente concordato tra Israele e l’Azerbaijan – comprovato dalle recenti minacce del Presidente Alijev a Teheran – per consentire un possibile attacco all’Iran per via terrestre, attraverso o il Nakishevan ( exclave azera fuori confini) o le stesse frontiere azere. Un’ipotesi, quest’ultima, che troverebbe una valida alternativa con l’Armenia, Paese del pari confinante con la Repubblica Islamica, il cui Premier, come noto – pedina manipolabile in mani occidentali – potrebbe acconsentire, nella sua fallace strategia di solidarizzare con il regime di Baku, ad un uso del territorio armeno per permettere il transito di unità militari israelo-statunitensi destinate in Iran.
Un’opzione, questa di un attacco dal fronte caucasico, probabilmente più fattibile atteso l’effetto di maggior deterrenza esercitato dall’Azerbaijan (rifornito peraltro di armamenti dallo stesso Israele), e considerate le gravi implicazioni comportate da un’azione militare condotta dal fronte iracheno per via della presenza in quella regione condivisa di comunità curde non inclini a farsi strumentalizzare per finalità che trascenderebbero i loro stessi interessi.
La probabilità che proprio l’Armenia possa essere richiesta di offrirsi quale retrovia logistica per un attacco terrestre sarebbe, d’altra parte, e nonostante i rischi di esporsi a possibili rappresaglie, un’ipotesi plausibile risultando il suo Governo fortemente condizionato dal sostegno occidentale (soprattutto europeo) per sopravvivere alle prossime elezioni parlamentari che si preannunciano sfavorevoli alla riconferma dell’attuale Primo Ministro Pashinyan. Una prospettiva del resto credibile tenuto conto della crescente opposizione che lo stesso Premier tenderebbe a contenere sia dall’interno, neutralizzando l’azione della Chiesa Apostolica con ibride iniziative di repressione, sia dall’esterno, ricorrendo al solito metodo basato sull’ingerenza di Bruxelles da applicarsi – come avrebbe già dichiarato l’Alto Rappresentante dell’Unione Europea per la Politica Estera, Kaja Kallas – per opporre uno “scudo” ad una eventuale minaccia alla “democrazia” del Paese (vedi il caso della Romania e della Moldova).
Quadro complesso e intricato, dunque, quello offerto oggi dallo scenario mediorientale, in cui – e questo è un dato di fatto incontrovertibile – la ricercata sconfitta strategica dell’Iran apparirebbe sempre più come un obiettivo difficile per gestibilità, arduo nella metodica tattica e ostico per credibilità intenzionale. Del resto, sarebbero proprio le attuali previsioni di parte americana a smentire l’iniziale ottimismo a stelle e strisce. È lo stesso Trump, infatti, che parla oggi non più di una breve guerra contro l’Iran, bensì di un suo prevedibile prolungamento a data non ancora definibile. Anzi, potremmo azzardare la tesi che, qualora si decidesse da parte degli Stati Uniti e di Israele di adottare l’opzione terrestre nel teatro bellico, non bastando i mezzi aerospaziali per sconfiggere Teheran, la guerra potrebbe assumere i tratti di un conflitto di lunga durata godendo gli iraniani sul terreno di indubbi vantaggi, sia per numero di unità militari impiegabili (tra forze regolari e riservisti), sia per esperienza di tattiche terrestri già sperimentate nella guerra con l’Iraq durata dal 1980 al 1988. Una guerra, quella, nota come “guerra imposta” in quanto mirata – ancora una volta su istigazione degli Stati Uniti – a rovesciare il regime degli Ayatollah sfruttandone la iniziale debolezza e strumentalizzando a tal fine il ruolo dell’allora “amico” Saddam Hussein.
Qualora, per contro, non dovessero intervenire altri fattori esterni – come sembrerebbe dall’atteggiamento attendista assunto dalle altre potenze occidentali ed europee in particolare – il conflitto potrebbe comunque estendersi su tempi non certo ravvicinati e con esiti incerti e sicuramente dolorosi per gli avversari. Ma potrebbe, tuttavia, prevalere, data la imprevedibilità delle dinamiche del quadrante mediorientale, e il rischio di un allargamento delle azioni militari fino a coinvolgere altri attori regionali, un orientamento da parte di Washington verso un ravvedimento operoso, discostandosi dalle aggressive intenzioni originarie, per concedersi ad una più ragionevole soluzione di compromesso. Soluzione anche questa, comunque, non facile, né scontata. La ferita che gli Stati Uniti hanno lasciato all’Iran dal loro intervento nel 1953, fa ancora parte della memoria storica del Paese, inducendolo, qualunque sia la matrice ideologica del Governo, a mantenere una profonda diffidenza verso gli USA per percepirli come un Paese inaffidabile e affetto da duplicità comportamentale. Una percezione, peraltro, confermata dal nefasto esito dei recenti negoziati di Ginevra che, benché sostanzialmente riusciti nel raggiungere una convergenza di posizioni, sono stati platealmente rinnegati dal Tycoon spianando la strada verso la già progettata – e preferita – opzione militare.
Bruno Scapini – Ambasciatore d’Italia

