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Il silenzio del ghiaccio e il rumore della storia: la Groenlandia come specchio dell’Occidente

Redazione by Redazione
19 Gennaio 2026
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Il silenzio del ghiaccio e il rumore della storia: la Groenlandia come specchio dell’Occidente
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di Gianni Lattanzio*

C’è una frase di Tucidide, nel celebre dialogo dei Meli, che risuona oggi con inquietante attualità tra i fiordi ghiacciati dell’Artico: «I forti fanno ciò che possono e i deboli soffrono ciò che devono». Tuttavia, la partita che si sta giocando in queste settimane sulla Groenlandia non riguarda un impero contro una piccola isola, ma ridefinisce l’anatomia stessa dell’Occidente. La più grande isola del mondo, per secoli Terra Incognita o periferia coloniale dello sguardo europeo, è divenuta improvvisamente l’epicentro di una tettonica politica che rischia di fratturare l’Alleanza Atlantica più velocemente di quanto il cambiamento climatico stia fratturando la calotta polare.

Siamo di fronte a un paradosso che interroga la natura stessa della nostra koinè diplomatica. Se Washington e Bruxelles sono, come la retorica ufficiale recita, i pilastri gemelli dell’ordine liberale, la questione non dovrebbe porsi. Tra alleati, le risorse si condividono, le strategie si allineano, la sicurezza è un bene comune. Se invece la Casa Bianca sceglie la via dei dazi punitivi e della coercizione economica per forzare la mano su una sovranità territoriale, allora dobbiamo avere l’onestà intellettuale di chiederci se non stiamo assistendo a una mutazione genetica del concetto di alleanza. Forse, il “Re è nudo”: e sotto il mantello della NATO, gli Stati Uniti stanno tendendo la mano ad altri, o quantomeno stanno abbracciando una logica puramente transazionale dove l’Europa non è più partner, ma cliente — o ostacolo.

La geografia è destino: il tesoro sotto il permafrost
Napoleone amava ripetere che «la politica di uno Stato è nella sua geografia». Mai come oggi, la geografia della Groenlandia è la sua benedizione e la sua maledizione. Mentre le temperature salgono e i ghiacciai piangono acqua dolce negli oceani — innalzando i mari e ridisegnando le coste globali — ciò che emerge dalla criosfera è la tavola periodica del futuro.

Nel complesso intrusivo di Ilímaussaq, in siti come Kvanefjeld e Tanbreez, la natura ha concentrato in quantità “world class” quelle terre rare che sono l’ossigeno della modernità digitale e della transizione verde. Neodimio, disprosio, uranio: non sono solo minerali, sono sovranità tecnologica. La Cina lo ha capito decenni fa; l’Europa, con il suo Critical Raw Materials Act, cerca di recuperare il tempo perduto tessendo partnership industriali rispettose. Ma l’approccio muscolare dell’Amministrazione Trump, che vede in quelle rocce solo asset da bilancio aziendale, ignora la complessità di una terra che non è vuota.

È qui che la storia bussa alla porta. La Groenlandia non è più la colonia danese del 1953. È una nazione inuit che ha percorso un cammino faticoso e dignitoso verso l’autodeterminazione, culminato nel Self-Government Act del 2009. Ignorare la volontà di Nuuk, pensare di poter comprare un popolo o aggirare le sue leggi ambientali con la clava dei dazi, significa non aver compreso che il tempo del colonialismo cartografico è finito. La “Greenlandization” è un fatto storico irreversibile: la gestione delle risorse è competenza groenlandese, e ogni calcolo che escluda il fattore umano è destinato al fallimento strategico.

Le nuove rotte di Magellano e la sentinella di Thule
Se guardiamo la mappa dal Polo, come suggerirebbero i geopolitici classici alla Mackinder, la Groenlandia è il “pivot” che controlla i varchi tra i due emisferi. Lo scioglimento dei ghiacci sta trasformando il mito del Passaggio a Nord-Ovest in una rotta commerciale concreta, capace di bypassare i “colli di bottiglia” di Suez e Panama. Chi controlla i porti groenlandesi controllerà i flussi del XXI secolo.

Non è un caso che la base di Pituffik (già Thule), incastonata nel nord profondo, rimanga l’occhio vigile dello US Space Command. È la sentinella che guarda verso l’Eurasia, cruciale per la deterrenza nucleare e la difesa missilistica. Ma la sicurezza militare non può essere disgiunta dalla sicurezza politica. Se l’America usa la sua forza economica per minacciare gli stessi alleati che ospitano le sue basi, la deterrenza perde la sua base morale. La militarizzazione dell’Artico, da spazio di cooperazione scientifica (“l’eccezionalismo artico”) a teatro di competizione, è un rischio che l’Europa non può correre passivamente.

L’Europa e lo scudo di Archimede: lo Strumento Anti-Coercizione
Di fronte all’offensiva dei dazi — un atto che Hugo Grotius avrebbe faticato a inserire nel diritto delle genti tra nazioni amiche — l’Unione Europea si trova davanti al suo Rubicone. La risposta non può essere solo l’indignazione retorica. L’attivazione dello strumento anti-coercizione (Anti-Coercion Instrument) non è burocrazia: è la presa di coscienza dell’Europa come attore geopolitico.

Questo regolamento è lo scudo moderno con cui Bruxelles può dire “no”. Difendere la Danimarca e la Groenlandia significa difendere l’integrità stessa dell’Unione. Se accettiamo che un partner, per quanto storico e indispensabile, possa dettare la politica interna di uno Stato membro tramite il ricatto commerciale, allora l’idea di Europa politica evapora. L’ACI è la risposta necessaria per ristabilire un equilibrio: l’amicizia si fonda sul rispetto, non sulla sottomissione.

Conclusioni: l’Occidente allo specchio
La crisi della Groenlandia è, in ultima analisi, una crisi di identità dell’Occidente. Se gli Stati Uniti, campioni del libero mercato e della democrazia, adottano gli strumenti del mercantilismo aggressivo tipici delle autocrazie, il messaggio che arriva a Pechino, a Mosca e al Sud Globale è devastante: la forza è l’unica legge.

Forse, come accennato, c’è qualcosa sotto. Forse Washington, sentendo il fiato sul collo della competizione asiatica, sta sacrificando la coesione atlantica sull’altare di un realismo cinico, cercando accordi o equilibri altrove, o semplicemente blindando il Nord America come fortezza autosufficiente. Ma la storia insegna che le fortezze, alla lunga, diventano prigioni. Per l’Europa, la sfida è duplice: restare atlantista senza essere subalterna, e guardare alla Groenlandia non come a una miniera da sfruttare, ma come a un partner con cui costruire un futuro sostenibile. Perché se il ghiaccio si scioglie, la nostra dignità politica deve restare solida.

*Segretario generale ICPE (Istituito Cooperazione Paesi Esteri)

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