Il Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ad Addis Abeba, ha tenuto un intervento alla riunione plenaria della 39esima sessione ordinaria dell’Assemblea dei Capi di Stato e di Governo dell’Unione Africana.
Di seguito il testo dell’intervento tradotto in italiano:
Signori Presidenti, Signori Primi Ministri, Autorità, Signore e Signori,
è un grande onore per me essere qui con voi oggi e ringrazio di cuore, ancora una volta, il Presidente Youssouf e il Presidente Lourenço, così come tutti voi, per questa storica opportunità offerta all’Italia.
L’invito a partecipare all’Assemblea dei Capi di Stato e di Governo dell’Unione Africana, la sede nella quale questa organizzazione discute le sue scelte politiche fondamentali e determina gli indirizzi strategici del Continente, è un riconoscimento che non può che inorgoglire l’Italia e che l’Italia accoglie con rispetto e senso di responsabilità. Si tratta di una dimostrazione di fiducia che non deluderemo.
Ho l’onore di guidare una Nazione che ha incise, nel proprio DNA, alcune caratteristiche che storicamente la rendono un interlocutore stimato e apprezzato: la propensione al dialogo, la capacità di confronto, il rispetto per gli altri prima di ogni altra cosa. Una Nazione che ha costruito un pezzo della sua identità, e la sua politica estera, sul significato profondo di una parola che, in un tempo tanto instabile quanto imprevedibile come il nostro, può essere la chiave di volta per tracciare la rotta. Quella parola è “cooperazione”. La parola cooperazione ha origine dal latino “cooperari”, “lavorare con”. La vera cooperazione, cioè, non vede mai un soggetto attivo e uno passivo, ma esiste solo nel rapporto tra pari, un rapporto nel quale le specificità di ciascuno sono indispensabili per raggiungere l’obiettivo comune. Se guardi i tuoi interlocutori dall’alto in basso, non puoi collaborare con loro. Se vuoi depredare le loro risorse, la tua non è cooperazione. Anche se vuoi solo fare beneficenza, non puoi definirla cooperazione, perché la cooperazione è un’altra cosa.
E ciò che l’Italia vuole fare è cooperare.
Ieri, con molti di voi, eravamo al secondo Vertice Italia-Africa, il primo nella storia a tenersi in questo Continente. Vorrei ringraziare il Primo Ministro etiope, il mio amico Abiy Ahmed, e i vertici dell’Unione africana, per l’accoglienza e la collaborazione nell’organizzazione di tale evento. In quel contesto abbiamo ragionato insieme su ciò che possiamo fare per rendere ancor più forte e radicato uno dei frutti più concreti di questa idea di cooperazione: il Piano Mattei per l’Africa. Il piano di investimenti che l’Italia ha messo in campo in diverse Nazioni del Continente, su materie che vanno dalle infrastrutture all’agricoltura, dalla salute alla formazione. Una strategia che abbiamo costruito insieme, perché noi non concepiamo il Piano Mattei come un piano italiano “per” l’Africa, ma come il contributo dell’Italia alla “vostra” agenda, con un’attenzione particolare dedicata, quest’anno, ai progetti legati all’acqua.
È una piattaforma aperta per mettere il nostro know-how, le nostre tecnologie, i nostri investimenti al servizio degli obiettivi che l’Unione Africana ha fissato nell’Agenda 2063, a partire dalla creazione di un mercato continentale di libero scambio, integrato e prospero. Un traguardo ambizioso, che noi sosteniamo e che per essere raggiunto avrà bisogno di interconnessioni economiche efficienti, sicure e veloci.
Come il Corridoio di Lobito, la dorsale ferroviaria e infrastrutturale che collegherà i mercati africani a quelli globali e che avvicinerà persone, idee, economie. Un progetto strategico che vede l’Italia in prima fila, insieme agli Stati Uniti e all’Unione Europea.
Insomma, il Piano Mattei è una strategia a tutto campo che genera benefici concreti per i nostri popoli e che ambisce ad allargare sempre di più il suo raggio d’azione, potendo contare sull’insostituibile contributo delle maggiori agenzie delle Nazioni Unite – e ringrazio il Segretario Generale António Guterres – ma anche della Banca Mondiale, della Banca Africana di Sviluppo e di tanti altri partner che, sempre di più, condividono la nostra visione.
Due anni fa, a Roma, abbiamo indicato insieme la rotta, e in questi anni l’abbiamo seguita con costanza e determinazione, aggiungendo di volta in volta un nuovo tassello al mosaico, e coinvolgendo ogni anno nuove Nazioni. Lo abbiamo fatto su tanti fronti, a partire da quello che reputo decisivo per costruire un’Africa davvero libera e capace di determinare il proprio destino: affrontare la questione del debito. Anche su questo abbiamo voluto indicare la rotta. Così, l’Italia ha deciso di lanciare un vasto programma di conversione del debito delle Nazioni africane, che prevede, tra i suoi punti principali, la trasformazione integrale del debito dei Paesi più fragili e vulnerabili in investimenti, e il rafforzamento del contributo ai fondi IDA della Banca Mondiale.
Allo stesso modo, abbiamo introdotto nei nostri prestiti bilaterali delle specifiche clausole di sospensione del debito, che consentano alle Nazioni africane colpite da eventi climatici estremi di liberare spazio fiscale utile ad aiutare le popolazioni e ricostruire le infrastrutture essenziali.
Sono scelte basate sulla giustizia e sulla responsabilità, decisive per liberare risorse cruciali per lo sviluppo e per garantire pace e prosperità, anche in quelle aree del Continente che sono oggi scosse più di altre da instabilità, insicurezza e gravissime crisi umanitarie, come nel vicino Sudan o nell’est della Repubblica Democratica del Congo.
Ma la nostra vuole essere anche una collaborazione politica sul piano multilaterale. Vogliamo contribuire a rafforzare il lavoro prezioso che svolge quotidianamente l’Unione Africana, assicurando una maggiore coerenza delle attività di mediazione portate avanti dall’ONU, dall’Unione Europea e dai principali partner internazionali. Continueremo a fare la nostra parte, perché siamo consapevoli che il futuro dell’Italia e dell’Europa dipende anche da un’Africa sicura, prospera e in pace.
Si dice molto spesso, nelle tante analisi del tempo travagliato e complesso che stiamo vivendo, che la storia abbia ripreso a correre. È vero. E la mia opinione è che oggi corre qui. L’Africa non è un capitolo a margine di questa storia, tutt’altro, e chi non comprende questo scenario rischia di restare indietro. Ma chi comprende questo scenario vede la realtà: un Continente dalle mille peculiarità e dalle mille istanze, alcune delle quali molto diverse tra loro.
Un Continente ricco di risorse, materie prime, e terre coltivabili e che può contare su una forza dirimente nell’epoca del sapere, ovvero il capitale umano. Ragione per cui l’Italia ha concentrato molte delle sue energie su progetti di formazione per i giovani, anche in ambito di intelligenza artificiale.
Il nostro punto di vista, insomma, è che l’Italia e l’Europa non possono ragionare di futuro senza tenere nella giusta considerazione l’Africa. Perché il nostro futuro dipende anche dal vostro.
Consapevole di ciò, l’Italia intende continuare a essere un ponte privilegiato tra Europa e Africa, mettendo a disposizione la forza delle sue Istituzioni, la sua grande tradizione di dialogo, la competenza delle proprie imprese. Vogliamo farlo, anche per raggiungere un altro obiettivo che consideriamo tutti epocale. Garantire agli uomini e alle donne di questo Continente una libertà spesso negata: la libertà di poter scegliere di restare nella loro Nazione, per contribuire alla sua crescita senza essere costretti ad abbandonarla, spesso pagando trafficanti senza scrupoli per rischiare la vita nel tentativo di attraversare il Mediterraneo.
“Chi ritiene le migrazioni necessarie e indispensabili compie di fatto un atto egoistico. Se i giovani lasciano la loro terra, il loro popolo, rincorrendo la promessa di una vita migliore, che ne sarà della storia, della cultura, dell’esistenza del Paese che hanno abbandonato?”. Parole non mie, né di un leader politico, ma di un figlio orgoglioso dell’Africa e che ha a cuore il futuro dell’Africa, il cardinale guineano Robert Sarah.
Chiaramente, per garantire il diritto a non dover emigrare occorre offrire opportunità concrete di formazione e lavoro, valorizzare il capitale umano e migliorare la qualità dell’istruzione, investire in competenze e sistemi educativi, creare partnership industriali e joint venture capaci di generare occupazione stabile e di qualità sui territori.
È questa la nostra missione, che sta trovando declinazione concreta nelle tante iniziative che l’Italia sta promuovendo, anche insieme all’Unione Africana. E quello che mi piacerebbe veder nascere oggi, in questa sede solenne dedicata ad un altro grande figlio di un’Africa libera e orgogliosa, come Nelson Mandela, è una grande alleanza tra di noi per mettere la formazione, la ricerca, l’università, l’innovazione al centro del nostro impegno comune. Un’alleanza finalizzata non a sottrarre talenti, ma a moltiplicarli e a costruire un modello di sviluppo che sappia rispettare le persone e valorizzare le differenti identità.
Presidenti, Primi Ministri, cari amici,
Plinio Il Vecchio, uno dei più celebri storici dell’Antica Roma, diceva che “dall’Africa sorge sempre qualcosa di nuovo”. Ecco, l’augurio che faccio ad ognuno di noi è che dall’incontro di oggi possa davvero nascere qualcosa di nuovo.
Qualcosa che nessuno si aspetta, o che in molti consideravano impossibile, perché “impossibile” è solitamente la parola che usano le persone senza coraggio. Qualcosa capace di stupire il mondo e di rendere, di colpo, banale tutto quello che abbiamo visto finora.
Vi ringrazio.

