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“Il (non) senso dell’attacco USA al Venezuela”, l’Editoriale dell’Ambasciatore Bruno Scapini

Redazione by Redazione
3 Gennaio 2026
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“Il (non) senso dell’attacco USA al Venezuela”, l’Editoriale dell’Ambasciatore Bruno Scapini
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di Bruno Scapini

È impossibile non esprimere solidarietà al popolo del Venezuela dopo l’attacco militare di sabato notte condotto dagli USA contro il Paese con l’intento programmato di rovesciarne il Governo. Un intervento concepito e attuato in totale disprezzo dei fondamentali principi di Diritto internazionale identificati e riassumibili nel dovere di rispettare la sovranità e la uguaglianza giuridica degli Stati solennemente proclamati all’artt. 1 e 2 della Carta della Nazioni Unite.  

Se già da tempo si era compreso l’intento di Trump di piegare alla sua volontà il Governo Maduro – peraltro considerato da lui illegittimo fin dalla sua elezione -, il ricorso oggi, dopo una fase di crescente tensione, all’uso della forza sostanzia chiaramente, e senza ombra di dubbio, una vera e propria ingerenza negli affari interni del Paese con parallela violazione della sua integrità territoriale. Ma quello che più sconcerta in questo contesto è il fatto che l’intervento militare americano in territorio venezuelano, anche se più volte minacciato dal Presidente statunitense in un rivisitato approccio in senso neocolonialista alle relazioni inter-americane, incontestabilmente contraddice proprio quei nuovi principi comportamentali che lo stesso Trump si era ripromesso di osservare approvando la sua nuova Dottrina di Sicurezza Nazionale di recente adozione e pubblicazione. In essa, infatti, non si percepisce la prospettazione di una dimensione ideologica nella futura politica estera degli USA, né l’esigenza di proporre e difendere un nuovo ordine internazionale, e neppure l’interesse ad erigersi ancora in futuro a “gendarme“ del Pianeta. Al contrario, si coglie nel nuovo documento programmatico il rifiuto da parte di Trump dell’egemonia della forza su scala planetaria per guardare al futuro economico con concreto realismo (forse anche e persino utilitarismo), non ammettendo contrapposizione tra democrazia e autocrazia, ma una condotta, nel relazionarsi agli altri Stati, improntata al dialogo. Una prospettiva vincente, quindi, e tutto sommato anche confortante per un cambio di paradigma nella gestione delle relazioni internazionali. Quello che sembra contare, infatti, per il Trump della nuova Dottrina, non sarebbe più l’”evangelizzazione” del liberismo economico mascherato dall’esportazione di un modello di democrazia – un paradigma di azione assunto a cardine della politica estera perseguita dai suoi predecessori – bensì il raggiungimento di una cooperazione attraverso il negoziato (peace for business).

Orbene, il recente attacco militare al Venezuela negherebbe tutti questi propositi e ripropone la tradizionale aggressività americana come una riaccensione di imperialismo nella sua forma più tipica e schietta teso al conseguimento degli interessi statunitensi ricorrendo alla penetrazione violenta dei mercati e destituendo governi e regimi contrari con l’uso della forza. Certamente ci sono obiettivi di interesse immediato per Trump che lo avrebbero indotto a questa decisione, come il controllo delle risorse strategiche di cui il Venezuela è ricchissimo, ma esisterebbero anche ragioni geopolitiche di più ampia portata. Ragioni che porterebbero ad immaginare una rivitalizzazione della Dottrina Monroe, di più antica memoria, da attuarsi al fine di escludere dall’area latino-americana influenze di attori ad essa estranei. A questo punto il messaggio di Trump diventa chiaro e palese: il Presidente intima a qualunque Potenza esterna (e più specificamente alla Cina), di guardarsi dal penetrare nelle economie latino-americane a discapito degli interessi perseguiti da Washington; ma il “tycoon” intenderebbe raggiungere tale obiettivo ben evitando lo scontro diretto con i suoi competitori (non per nulla nella sua Dottrina il Presidente preconizza margini di flessibilità nei confronti delle altre superpotenze), per agire invece in maniera più direttamente incisiva, chirurgica si potrebbe perfino dire, sugli stessi Paesi latino-americani comprensibilmente più deboli e, pertanto, più inclini ad accettare i “diktat” di Washington.

L’operazione militare eseguita da Trump in Venezuela, avrà indubbiamente dei costi. Gli USA perderanno innanzitutto di credibilità internazionale, vanificata dall’impressione che le buone intenzioni del loro Presidente siano scritte con inchiostro simpatico! Ma soprattutto cederanno terreno in termini di leadership morale e di consenso presso gli stessi Paesi latino-americani, costringendo i loro Governi a cercare strategie di riequilibrio con attori d’oltre oceano e rafforzando in tal modo un pericoloso asse anti-USA nella regione. L’attacco al Venezuela sembrerebbe, quindi, gravido di cupe prospettive, non solo per le reazioni contrarie cui potrebbe dar adito, ma anche perché capace di innescare un modello emulativo di condotta utile per altri Paesi in grado di rivendicare “manu militari” diritti e situazioni oggi ancora in sospeso. Vediamo quale esempio lampante il caso di Taiwan per la Cina o quello della rimozione degli Ayatollah in Iran per Israele.   

Esprimiamo, dunque, solidarietà al popolo e al Governo del Venezuela, e speriamo che il senso di riprovazione di cui l’opinione pubblica internazionale si potrà fare interprete nel condannare tale odiosa aggressione americana, induca Trump a rivedere la sua posizione, non solo nel circoscrivere l’attacco ad un episodio singolarizzato, ma anche nel rimuovere dal suo orizzonte politico il metodo dell’uso della forza e della minaccia dell’uso della forza, confermando quella coerenza tra principi e azione in cui le sue recenti dichiarazioni ci avevano indotto a credere.

Non è più tempo, infatti, di “regime change” forzati e imposti ad altri Paesi con le armi (e lo ha dichiarato la stessa Tulsi Gabbard, Direttrice della U.S. National Intelligence), né di appropriarsi di risorse economiche di altri popoli tramite il ricorso alla violenza. L’Umanità ha bisogno per sopravvivere di politici responsabili e soprattutto convinti che l’unica via per evitare lo scontro è quella della coesistenza pacifica. Ma la pace, si sa, non è una mera opzione; essa è un percorso di maturazione spirituale prima che traguardo programmatico, ovvero, una precisa scelta politica da assumersi con senso di profonda e consapevole responsabilità.   

Bruno Scapini

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Comments 4

  1. Perillo Gabriele says:
    3 giorni ago

    Trump è l unico presidente , nella storia degli USA , che vuole combattere il narcotraffico ; spero che invada anche la colombia: LA COCAINA NON DEVE ARRIVARE IN EUROPA: I metaboliti della cocaina sono in abbondanza nelle acque reflue delle più grandi città europee, VIVA IL PRESIDENTE TRUMP

    Rispondi
    • Rita Mascialino says:
      3 giorni ago

      Sono d’accordo. Qualcuno deve affrontare il problema della droga che rovina sempre più giovani, preferibilmente dei Paesi che qualcuno magari vuole indebolire nel futuro. La lotta contro i narcos è cosa buona, ovviamente non può essere realizzata offrendo il vermouthino e il té con i pasticcini. Se non si raggiunge niente con le buone, con la diplomazia, allora nel caso della lotta contro la droga si può o forse si deve passare a una guerra più che santa. Ma come si può accettare che tanti giovani siano rovinati e tirare in ballo il diritto internazionale a sproposito? È più importante invocare il diritto internazionale che nessuno mi pare tiri in ballo per tutti o la prosecuzione della vita sulla Terra? Mi pare che la risposta sia solo c erta, a estremi mali, estremi rimedi, come si dice. Sempre che la diplomazia non abbia esiti positivi, è chiaro, ma finora non ha avuto mai nessun esito positivo nell’ambito della coltivazione e diffusione delle varie droghe, per altro sempre più dannose a quanto sembra..

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  2. Paola Plet says:
    3 giorni ago

    Grazie dell’articolo che descrive con chiarezza le reali scelte di questa amministrazione USA e l’ipocrisia delle sue dichiarazioni. Ora ancora di più siamo orfani del Diritto Internazionale, della democrazia e della politica di dialogo e anche del confronto economico tra stati. Siamo orfani del più grande simbolo o tentativo di democrazia che è stato l’USA. Mi auguro che lunedì nella sede del Consiglio di sicurezza dell’ONU si esprimi una condanna unanime. Ancora di più mi auguro che l’altra parte dell’USA – che ancora esiste – possa scatenare il dissenso e rinascere.

    Rispondi
  3. GoffrrdooSottile says:
    3 giorni ago

    Condivido,
    Anche se Maduro ,penso, sia un delinquente

    Rispondi

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