C’è una linea sottile, quasi impercettibile, che unisce la storia personale di George Gabriel Bologan al cuore spirituale e geopolitico della Santa Sede. Una linea fatta di studio rigoroso, servizio instancabile e una rara capacità di leggere i simboli, le culture e le anime dei luoghi in cui ha rappresentato la Romania. Dottore in Relazioni Internazionali, formatosi tra filosofia, teologia e sicurezza internazionale, docente universitario e diplomatico che ha percorso ogni gradino della carriera fino ai più alti incarichi, Bologan porta oggi in Vaticano un bagaglio umano e professionale che parla di profondità, visione e responsabilità.
Il suo ingresso come Ambasciatore straordinario e plenipotenziario presso la Santa Sede e il Sovrano Militare Ordine di Malta, come prassi, è avvenuto in due momenti carichi di significato: la presentazione delle Lettere Credenziali a Papa Francesco il 14 dicembre 2024 e, poche settimane dopo, l’incontro con il Gran Maestro Fra’ John Dunlap. Due gesti solenni che hanno segnato l’inizio di una missione che lui stesso descrive come un privilegio e un impegno morale.
Il diplomatico restituisce l’immagine di un rapporto bilaterale vivo e in continua crescita: “Siamo testimoni di una relazione profonda, consolidata ed effervescente”, afferma, ricordando le visite storiche dei Pontefici in Romania e la fraternità che lega i due popoli. Ma è quando parla del suo ruolo che emerge la cifra più autentica della sua visione: “Un diplomatico in Vaticano non deve perdere di vista che qui si lavora anche con la grazia di Dio, non solo con i trattati e gli accordi”. Una frase che racchiude l’essenza di una diplomazia che non si limita alla tecnica, ma si apre alla dimensione spirituale, etica e umana.
Nelle sue parole, la Romania appare come un ponte naturale tra Oriente e Occidente, un Paese che cresce nell’innovazione senza perdere le proprie radici cristiane, un attore credibile nel contesto europeo e globale. E soprattutto, emerge la convinzione che la fede – personale e collettiva – possa ancora essere una forza trasformativa: “La fede è una forza interiore che può cambiare noi e il mondo”, ricorda, indicando nella dignità della persona e nel dialogo autentico i pilastri di ogni costruzione diplomatica duratura.
Ambasciatore insignito delle più alte onorificenze europee, George Gabriel Bologan ha fatto della cultura, della memoria e dell’incontro la sua bussola interiore. E, tornando a Roma, il diplomatico ha ritrovato non solo un luogo, ma un orizzonte.
Ambasciatore, come descriverebbe oggi lo stato delle relazioni tra la Romania e la Santa Sede? “Siamo testimoni di una relazione profonda, consolidata ed effervescente. Abbiamo una tradizione di cui siamo orgogliosi e onorati. Guardiamo con fiducia al futuro ed al raggiungimento dei nostri obiettivi comuni, partendo dai valori che condividiamo. Gli eccellenti rapporti di cui godiamo oggi sono il risultato di uno sforzo costante nel tempo, della cooperazione e della buona fede. Rimarranno sempre nella nostra memoria collettiva momenti storici come le visite di Papa Giovanni Paolo II nel 1999, la prima di un Pontefice in un paese a maggioranza ortodossa e di Papa Francesco nel 2019, che hanno messo in luce l’affetto, il rispetto e la fraternità che ci uniscono”.
Qual è stata la sua emozione nel presentare le Lettere Credenziali al Santo Padre? “Il Santo Padre è un leader mondiale unico. È il solo a lasciare le porte del dialogo aperte a tutti. L’incontro con il Pontefice non è un incontro qualunque, in quanto Sua Santità, oltre ad essere il Capo dello stato territorialmente più piccolo a livello globale, è successore di Pietro, vicario di Cristo e rappresenta quasi il 18% della popolazione mondiale. Si tratta di elementi che mostrano quanto sia eccezionale il ruolo di un ambasciatore accreditato presso la Santa Sede. Un diplomatico in Vaticano non deve perdere di vista che qui si lavora anche con la grazia di Dio non solo con i trattati e gli accordi”.

Cosa ricorda di più di quel giorno? “Papa Francesco aveva un forte senso dell’umorismo. Ha scherzato e mi ha raccontato che il suo primo contatto con il mio paese è avvenuto a Buenos Aires, tramite un sacerdote romeno greco-cattolico, mons. Ioan Dan. Abbiamo parlato dalla sua visita in Romania nel 2019, della pietà popolare e dell’accoglienza riservatagli, elementi che hanno fatto emergere la profondità della vita interiore dei miei connazionali”.

Quali sono, a suo avviso, le principali aree di cooperazione che meritano ulteriore sviluppo nei prossimi anni fra Romania e Santa Sede? “Le sfide complesse del mondo contemporaneo non possono essere risolte in modo duraturo senza il contributo dei valori spirituali. La Romania offre un terreno particolarmente fertile per il dialogo ecumenico. Rimaniamo aperti alla cooperazione interreligiosa, consapevoli della nostra vocazione ad essere ponte tra Oriente e Occidente. In secondo luogo, la cooperazione bilaterale può essere approfondita in ambito accademico, rafforzando la ricerca congiunta, nonché gli scambi che coinvolgono studenti romeni ed università pontificie al fine di favorire lo sviluppo di una futura generazione di teologi che crei nuovi ponti tra la Romania e la Santa Sede. La nostra cooperazione può trovare nuovi spunti anche in ambito culturale, sulla base del patrimonio comune che ci unisce e promuovendo anche l’unicità e la specificità delle nostre tradizioni. Infine, una delle nostre priorità si trova nella collaborazione e l’interconnessione tra istituzioni dedicate alla cura di chi soffre – a tal proposito incoraggiamo la cooperazione con l’Ospedale Pediatrico “Bambino Gesù” (OPBG) della Santa Sede”.
Quali aspetti della Romania contemporanea ritiene più importanti da far conoscere alla comunità internazionale? “Ritengo essenziale che la comunità internazionale identifichi la Romania come un polo di sviluppo tecnologico molto importante. Negli ultimi anni, il mio paese ha conosciuto uno sviluppo strabiliante nell’ambito tecnologico e delle telecomunicazioni, per via delle competenze di cui i miei concittadini dispongono, nonché per le capacità dei nostri giovani di innovare. Sono numerose le multinazionali e le grandi compagnie che hanno scelto la Romania come luogo ideale per svilupparsi aprendosi a nuovi settori e mercati. Inoltre, penso sia fondamentale valorizzare il ruolo di ponte che il mio paese può svolgere tra Est e Ovest. Nel corso della sua storia, infatti, ha vissuto tra influenze culturali e storiche molto diverse, riuscendo tuttavia a preservare saldamente le proprie radici latine e cristiane. Nel 2026, la Romania celebra il 150° anno dalla nascita di Constantin Brâncuși, conosciuto anche come il padre della scultura moderna. Questo anniversario è sicuramente un punto di partenza per mostrare l’effervescenza del panorama culturale romeno che si sta sviluppando tra tradizione e innovazione. Mi riferisco qui all’arte in tutte le sue forme, dalla letteratura alla musica, passando per il teatro ed il cinema”.
Come “vede” l’evoluzione del ruolo della Romania nel contesto europeo e globale? “La Romania di oggi è un vero e proprio crocevia strategico a livello europeo e globale. Siamo un partner credibile ed affidabile, perfettamente integrato nell’Unione Europea e nella NATO, cardini della nostra azione internazionale. Dal punto di vista economico, abbiamo intrapreso un percorso deciso verso una piena integrazione nell’economia globale. Ciò avviene non solo attraverso lo sviluppo di un settore tecnologico dinamico e un’industria manifatturiera competitiva, ma anche tramite il rafforzamento della nostra presenza nei principali mercati. In tale direzione si inseriscono sia la recente adesione all’Area Schengen, sia il percorso in atto per entrare nell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico. A sostenere e rafforzare queste prospettive vi è una risorsa fondamentale per il futuro del mio paese: i giovani altamente qualificati, formati in ambiti innovativi e pronti a contribuire ad un’economia in continua evoluzione”.
La Romania è un Paese profondamente legato alla dimensione spirituale. In che modo questo patrimonio religioso e culturale si riflette nella diplomazia romena? “La Romania vanta una lunga tradizione cristiana, con una maggioranza ortodossa. Accanto alla Chiesa ortodossa convivono comunità cattoliche di rito latino e greco-cattolico, insieme ad altre comunità religiose, segno di un ricco pluralismo. Questo patrimonio si riflette nella diplomazia romena attraverso l’impegno per la dignità della persona, la pace e il dialogo. La Romania promuove una diplomazia culturale attenta al valore del patrimonio religioso, dai monasteri medievali ai grandi luoghi di pellegrinaggio, e sostiene il dialogo ecumenico come via d’incontro tra Chiese e popoli. In tale prospettiva, le visite di San Giovanni Paolo II e di Papa Francesco hanno avuto un valore altamente simbolico e storico. In questo spirito, la diplomazia romena continua a costruire ponti tra fede, cultura e popoli”.
Qual è, secondo lei, il contributo che la fede può offrire oggi al dialogo tra popoli e istituzioni? “La fede è un atteggiamento dell’uomo, il quale aderisce al Signore, e ciò fa sviluppare un comportamento etico. Cosa significa aver fede oggi, nell’era dell’indifferenza, dell’agnosticismo? Significa prendere coscienza della Rivelazione, della Verità. La fede è una forza interiore che può cambiare noi e il mondo. Credo che la fede offra oggi al dialogo tra popoli e istituzioni un contributo essenziale, quello di ricordare il valore della persona umana. In un tempo segnato da tensioni e sfiducia, essa invita al rispetto, all’ascolto e alla ricerca del bene comune, aiutandoci a guardare l’altro non come un avversario, ma come un fratello portatore della nostra stessa dignità. Credo che il contributo più forte della fede si manifesti nel nostro agire. Le parole sono importanti, ma ancor più lo è una fede vissuta nella vita quotidiana, con coerenza ed attenzione per gli altri. Sono questi gli elementi che danno credibilità al dialogo”.

Roma rappresenta indubbiamente un luogo di memoria, cultura e spiritualità. Come sta vivendo il Suo ritorno nella Città Eterna dopo la precedente esperienza di Ambasciatore in Italia? “Con gratitudine e con l’onore di rappresentare il mio paese. Una missione di questo tipo, in un luogo fondamentale per la civiltà e la nostra cultura, ispira, ma al tempo stesso, responsabilizza. Non c’è un altro paese che porti in sé il nome di Roma, centro della cattolicità e della civiltà europea, come Romania. Certo, l’attività presso la Santa Sede e SMOM è molto diversa e peculiare rispetto a un classico rapporto bilaterale. Qui si ha una visione completa del panorama geopolitico e umano universale”.
Console Generale a Milano (2012 – 2016); Ambasciatore in Italia (2016 – 2022); Ambasciatore in Spagna (2022 – 2024); Assessore del Presidente della Romania, Dipartimento per gli Affari Esteri e Affari Europei (febbraio – ottobre 2024). Qual è il suo ricordo più bello legato alla carriera diplomatica? “Difficile dare una risposta sola in quanto ho di tanti bei ricordi. Sono stati molti i momenti che mi hanno regalato soddisfazione ed emozione, mostrandomi l’importanza del saper fare squadra con i governi dei paesi dove sei accreditato per rinforzare i legami e la fiducia necessari a costruire collaborazioni a lungo termine. A livello umano, porto con me il sostegno e l’impegno a favore di alcuni bambini ed adulti che hanno avuto bisogno di cure mediche in Italia o in Spagna. È un’emozione particolare quella che proviamo quando riusciamo a trasformare la disperazione in speranza. A livello politico e diplomatico, sono miei punti di riferimento la prima visita di stato, dopo 45 anni, di un presidente romeno a Roma e la prima riunione intergovernativa tra la Romania e il Regno di Spagna”.
E il più brutto? “Sono stati due i momenti brutti. In primis, il terremoto di Amatrice, dove abbiamo dovuto identificare un bimbo di 9 anni e far sapere alla madre che suo figlio non c’era più. In secundis, la pandemia di Covid-19. Gestire i rimpatri di tanti connazionali, stargli vicino, far fronte alla pressione di dover distinguere tra ciò che è urgente e importante, agire da tramite tra le autorità sanitarie e della protezione civile di entrambi i paesi è stato un lavoro molto impegnativo. La diplomazia è anche gestione delle crisi umanitarie, climatiche, sanitarie e di quelle generate da diverse calamità, in cui la dimensione consolare ha maggior rilievo”.
C’è un luogo a cui si sente particolarmente legato? “Il luogo della mia infanzia, dove ritorno spesso nel ricordo dei miei nonni che mi hanno insegnato i valori umani e spirituali. È un radicamento spaziale, esistenziale e spirituale”.
Un episodio che ricorda con particolare affetto o che considera emblematico del Suo modo di servire il Paese? “Il mio contributo da semplice diplomatico nell’aver reso possibile l’insegnamento della lingua, della cultura e della civiltà romena nelle scuole pubbliche italiane. Ciò è avvenuto attraverso le nostre ambasciate anche in altri paesi europei dove la comunità romena era numerosa. Investire nell’educazione e nella cultura ci avvicina di più e aiuta a allontanare i pregiudizi. Ne approfitto per ribadire che sono fiero dei miei colleghi che si trovano a compiere il loro servizio con dedizione e onore in tutto il mondo. Ogni progetto emblematico si realizza quando si lavora in squadra, mai da soli e in questo devo dire un grazie ai miei colleghi del ministero e a coloro che hanno lavorato con me”.
Una figura che ha particolarmente ispirato la sua carriera? “Se mi riferisco alla diplomazia romena, sono un ammiratore di Grigore Gafencu, ex ministro degli affari esteri, nonché promotore convintissimo dell’idea dell’unità europea”.
Quali sono i Suoi hobby o attività che Le permettono di ritrovare equilibrio e ispirazione nella vita quotidiana? “La lettura, i film documentari o storici. La lettura ci aiuta molto ad ispirarci, ad acquisire la saggezza di cui abbiamo bisogno. Leggendo un libro siamo più attivi, immaginativi e creativi. Secondo Papa Francesco la letteratura è “una sorta di palestra del discernimento”. Essa “educa cuore e mente, apre all’ascolto degli altri”.

C’è una passione personale che ritiene abbia contribuito a definire il Suo stile diplomatico? “L’interessamento per la storia, la cultura ed i simboli dei luoghi in cui ho prestato servizio. Ad esempio, in Italia ha sorpreso molto la mia conoscenza del pensiero politico europeista e spirituale di Alcide De Gasperi, e l’essere stato a Caltagirone per depore una corona di alloro sulla tomba di Don Luigi Sturzo. In Spagna ho studiato Unamuno, Ortega y Gasset e il pensiero politico europeista e atlantista di Leopoldo Calvo-Sotelo. Un diplomatico deve essere empatico e tra le sue qualità dovrebbe avere quella di suscitare fiducia e rispetto”.
Chiuderei questa intervista chiedendole un consiglio su alcuni libri da leggere… “Il primo è un classico in assoluto e il più diffuso, “La Sacra Scrittura”, ci sono racconti storici con riferimento a popolazioni che non ci sono più, una raccolta di saggi, insegnamenti e ci offre un orizzonte più chiaro rispetto all’aldilà. Qualcuno potrebbe essere interessato a leggere “Il Diario della felicità” di Nicolae Steinhardt (casa editrice Rediviva), un’opera molto profonda e particolare. Il libro è affascinante dal punto di vista spirituale, è una testimonianza autentica di vita sotto il regime comunista in Romania e intreccia riflessioni su letteratura, fede, etica ed identità. Offre una prospettiva insolita sulla libertà interiore e suggerisce che la dignità e la gioia possono esistere anche nelle condizioni più difficili. Nella stessa linea si inseriscono le Memorie del primo cardinale romeno, Iuliu Hossu “La nostra fede è la nostra vita” (EDB). Aggiungerei altri tre titoli secondo me molto importanti per comprendere meglio l’uomo e il tempo, che ho letto grazie alla mia professoressa di letteratura universale: “Alla ricerca del tempo perduto” di Marcel Proust, utile per riscoprire il valore della memoria.“Macbeth” di William Shakespeare, che ci mostra la distruttività della brama eccessiva di potere. “La Montagna incantata” di Thomas Mann, che ci descrive l’Europa e la società malata che porta alla Prima Guerra Mondiale”.
Intervista di Marco Finelli

