Quando Gandy Thomas posa lo sguardo su Roma, non lo fa da semplice osservatore. La attraversa come si attraversa una storia: in silenzio, con rispetto, lasciandosi sorprendere. “Roma non si visita, si percepisce”, dice, e in questa frase si intuisce l’approccio di un diplomatico che ha imparato a leggere il mondo non solo tramite i dossier, ma cogliendo le “vibrazioni” più profonde dei luoghi. Il suo arrivo nella capitale, nel maggio 2025, è stato per lui un’immersione in una città che “fa convivere la grandezza del passato con le esigenze del presente”, imponendo — quasi esigendo — una forma di umiltà.
La sua carriera, iniziata nel 1991 dopo gli studi in Cile e a Port-au-Prince, è un lungo itinerario attraverso le Americhe: Cile, Cuba, Colombia, Venezuela, poi gli Stati Uniti, da Orlando ad Atlanta, da Miami a New York. Ogni tappa ha affinato una sensibilità che oggi riconosce come essenziale: la capacità di ascoltare la storia mentre si costruisce il futuro. Non sorprende che uno dei momenti più significativi della sua vita professionale sia legato a un atto di memoria, quando — rappresentando Haiti presso l’Organizzazione degli Stati Americani — gli fu chiesto di convocare una sessione straordinaria alla vigilia di un anniversario doloroso. “In tali circostanze, la parola diventa responsabilità”, ricorda.
Roma lo sorprende nelle sue prime ore del giorno, quando la città si risveglia lentamente e il tempo sembra sospeso. È in quella quiete che Thomas ritrova la sua idea di diplomazia: lucida, disciplinata, profondamente umana. Haiti, per lui, è un Paese che si definisce in tre parole, resilienza, creatività e dignità, e che oggi chiede non solo sostegno, ma un partenariato capace di costruire sicurezza in tutte le sue forme: alimentare, climatica e sociale.
Tra cooperazione strategica, diplomazia culturale e una diaspora che descrive come “un’intelligenza vivente di due mondi”, l’Ambasciatore porta in Italia una visione che non è solo politica, ma quasi filosofica: una diplomazia che protegge, proietta e costruisce. Una diplomazia che, come Roma all’alba, non si limita a mostrarsi — si lascia comprendere.
Ambasciatore, come ha vissuto il suo arrivo a Roma nel maggio 2025 e quale aspetto della città l’ha colpita di più? “Il mio arrivo a Roma non è stato un semplice spostamento geografico, ma un’immersione in una memoria vivente. Roma non si visita, si percepisce. Ciò che mi ha colpito è questa capacità unica di far convivere la grandezza del passato con le esigenze del presente. Qui ogni pietra impone una forma di umiltà nell’esercizio della diplomazia”.
C’è un luogo a Roma che considera “suo”? “Ci sono luoghi che non si possiedono, ma che finiscono per adottarti. Per me sono quei momenti sospesi, nelle prime ore del mattino, quando la città si risveglia lentamente. Roma diventa allora uno spazio di riflessione, quasi intimo, favorevole alla riflessione”.
Qual è stata la sua prima impressione dell’Italia? “Un’impressione di raffinatezza e profondità. L’Italia è un Paese che pensa con il cuore tanto quanto con l’intelletto, e che comprende istintivamente il valore della cultura come leva di potenza e di dialogo”.

Quali sono oggi le priorità nella cooperazione tra Haiti e Italia? “Stiamo lavorando per strutturare un approccio integrato attorno al concetto di sicurezza, intesa nel suo senso più ampio: sicurezza dei cittadini, alimentare, climatica e, più in generale, sicurezza delle condizioni di vita. Perché non può esserci né sviluppo sostenibile né stabilità senza sicurezza. La sfida non è più soltanto rispondere alle emergenze, ma costruire sistemi resilienti capaci di proteggere le popolazioni e sostenere il loro futuro. In questa prospettiva, non si tratta di un aiuto nel senso tradizionale, ma di un partenariato strategico fondato su responsabilità condivisa, investimento e co-costruzione”.
Se dovesse descrivere Haiti con tre parole, quali sceglierebbe? “Resilienza. Creatività. Dignità”.
Quali sono oggi le risorse più preziose di Haiti? “Il capitale umano, la cultura, la capacità di innovare nell’avversità — e la sua storia. La storia di Haiti non è solo un’eredità, è una risorsa strategica. Porta con sé una memoria di libertà, resistenza e sovranità che continua a ispirare ben oltre i nostri confini. In un mondo alla ricerca di senso, questa storia conferisce a Haiti una voce singolare e una legittimità particolare. In fondo, Haiti non manca di risorse — deve semplicemente assumerle, strutturarle e indirizzarle”.
In quali settori vede le maggiori opportunità di collaborazione con l’Italia? “In tutti i settori che rafforzano questa sicurezza globale: agricoltura sostenibile, energie rinnovabili, formazione tecnica, ma anche cultura e industrie creative. Perché la sicurezza non si limita all’ordine pubblico — include anche la capacità di un popolo di nutrirsi, creare e proiettarsi”.
Progetti particolarmente significativi in essere? “Diverse iniziative strutturanti illustrano il nostro approccio. Stiamo lavorando alla creazione di un quadro di cooperazione tripartito tra Haiti, Italia e FAO attorno alla transizione verde, volto a rafforzare la sicurezza alimentare, la resilienza climatica e le capacità produttive del Paese. Parallelamente, iniziative culturali di grande rilievo completano questa dinamica. La partecipazione di Haiti alla Biennale di Venezia 2026 rappresenta un atto forte di diplomazia culturale, che afferma la nostra presenza su una scena internazionale di primo piano. Analogamente, il progetto di installare un busto del Re Henry Christophe a Pisa, città in cui visse sua moglie, la Regina Marie-Louise, rientra nella volontà di reinscrivere la nostra storia nello spazio europeo e di ricordare i legami profondi che uniscono le nostre traiettorie. Menziono volentieri, inoltre, la Settimana Haiti–Italia, concepita come uno spazio di incontro tra culture, saperi e
visioni. Queste iniziative, pur diverse, rispondono a un’unica ambizione: strutturare, proiettare e rendere più sicura la presenza di Haiti nel mondo”.
Come viene percepita invece l’Italia ad Haiti? “Come una terra di cultura, eleganza e saper fare — ma anche come un partner strategico ancora da esplorare pienamente”.

In che modo la diaspora haitiana in Italia può diventare un ponte ancora più forte tra i due Paesi? “La diaspora haitiana non è semplicemente un legame tra due territori — è un’intelligenza vivente di due mondi. Comprende codici, sfumature e aspettative, e li traduce con una finezza che le istituzioni da sole non possono raggiungere. Figure come Stella Jean ne sono un esempio emblematico. Stilista riconosciuta a livello internazionale, si è distinta nell’universo esigente del Made in Italy, affermando al contempo le proprie radici haitiane. Attraverso le sue collezioni, mette in dialogo le culture, valorizza saperi spesso invisibili e inscrive la diversità al cuore dell’eleganza. Recentemente, vestendo la delegazione haitiana ai Giochi Olimpici invernali del 2026, ha offerto al mondo un’immagine forte, dignitosa e contemporanea del Paese — dimostrando che la cultura può essere un potente strumento di proiezione internazionale. In questo senso, incarna una diplomazia che non si proclama, ma si vive. La diaspora non colma una distanza — crea una dinamica. In fondo, non è un ponte. È una potenza di proiezione”.
C’è una figura che ha segnato il suo percorso? “Al di là delle persone, è stata una certa idea di responsabilità a guidarmi: quella di servire con coscienza”.
Un momento particolarmente significativo della sua carriera? “Servire come Ambasciatore presso l’Organizzazione degli Stati Americani, in un momento in cui, su istruzione della mia Cancelleria, mi è stato chiesto di convocare una sessione straordinaria alla vigilia dell’anniversario di un evento del 1937 che ha profondamente segnato la nostra storia. Non era una semplice iniziativa diplomatica, ma un atto di memoria. In tali circostanze, la parola diventa responsabilità. Questo momento mi ha insegnato che la diplomazia non consiste solo nel gestire il presente, ma anche nell’assumere il peso della storia”.
La situazione più complessa che ha dovuto affrontare? “Accogliere a New York, in qualità di Console Generale, un Capo di Stato in un momento in cui i costumi evolvevano più rapidamente delle pratiche, in un contesto segnato da una certa opacità e da uno scarto rispetto alle aspettative della comunità. In questi momenti, la diplomazia non consiste nel preservare le apparenze, ma nel ristabilire senso. Il silenzio non è mai neutralità — è una scelta. E la responsabilità del diplomatico è semplice: fare in modo che, anche nella complessità, la linea resti diritta”.

Coltiva qualche hobby? “Sì — la moda, l’arte culinaria, la dimensione umana e la profondità culturale. In Italia, tutto è linguaggio. Il modo di vestirsi, cucinare, accogliere — tutto partecipa a un’estetica del quotidiano. La gastronomia è una forma di diplomazia silenziosa, all’interno della quale le culture dialogano con rara sincerità. La storia ci ricorda che questi scambi non sono nuovi. Caterina de’ Medici, attraversando le frontiere, non ha solo portato con sé uno stile di vita — ha trasformato le culture che ha incontrato. L’Italia mi ha insegnato che l’eleganza non è ostentazione, ma padronanza. E che, in fondo, non è una scelta — è una disciplina”.
Quale eredità desidera lasciare nel nostro Paese al termine del suo mandato? “Quella di una diplomazia impegnata, lucida e strutturante — una diplomazia che protegge, proietta e costruisce. Una diplomazia che non si misura solo nelle parole, ma nei progetti che lascia. Una diplomazia che comprende che la sicurezza, in tutte le sue forme, è il fondamento di ogni ambizione duratura”.

Come immagina il ruolo della comunità internazionale per Haiti? “Oggi è quantomai necessario accompagnare Haiti nel rafforzamento della sua sicurezza globale. Questo implica superare approcci frammentati e privilegiare strategie integrate, costruite con Haiti e non per Haiti. Perché un Paese non si stabilizza dall’esterno — si rafforza dall’interno”.
Chiuderei questa intervista, come consuetudine, chiedendole un consoglio su un buon libro da leggere. “Diplomacy di Henry Kissinger resta per me un modello: insegna a vedere il mondo per quello che è. Mentre Memorie di Adriano di Marguerite Yourcenar insegna a comprendere sé stessi nell’esercizio del potere. Se Kissinger insegna a pensare la diplomazia, Yourcenar insegna a incarnarla. E tra lucidità e coscienza si trova forse l’unica via possibile per un diplomatico”.
Intervista di Marco Finelli

