Volge al termine la missione dell’Ambasciatore Marcelo Martín Giusto, che lunedì scorso, a Roma, è stato salutato nel corso di un ricevimento che ha avuto il sapore di un abbraccio collettivo, più che di una cerimonia ufficiale. Nelle sale dell’Ambasciata argentina, gremite di colleghi, rappresentanti istituzionali, esponenti del mondo culturale e imprenditoriale e membri della Comunità, si è respirata infatti un’atmosfera di calore sincero, di quelle che nascono quando un percorso condiviso arriva alla sua naturale conclusione.
Giusto lascia una missione intensa, vissuta con dedizione e con un impegno costante nel rafforzare i legami tra Italia e Argentina. Per il suo commiato il diplomatico ha scelto parole misurate, ricordando gli anni trascorsi a Roma come un capitolo “profondamente significativo”, segnato dall’affetto ricevuto e dalla vicinanza degli italiani. Ha parlato di cooperazione, di amicizie nate quasi in sordina e poi diventate solide, di progetti costruiti con pazienza e dialogo. Nessuna solennità di circostanza: solo la lucidità di chi sa che certi periodi della vita restano impressi.
A testimoniare questo legame, la presenza di numerosi rappresentanti del corpo diplomatico accreditato in Italia, che hanno voluto essere presenti non per protocollo, ma per stima. Un gesto semplice, ma eloquente: nella diplomazia, come nella vita, ci sono presenze che parlano più di qualsiasi discorso.

A rendere ancora più intimo l’incontro sono stati gli interventi musicali del pianista Juan Diego Pagano e della bandoneonista Gabriela Galí. Le loro note hanno creato un filo invisibile tra Roma e Buenos Aires, un ponte emotivo che ha accompagnato il saluto con una delicatezza che le parole, da sole, non avrebbero potuto raggiungere.
Il commiato all’Ambasciatore Giusto, vincitore del Premio Gazzetta Diplomatica nel 2024 in qualità di “Ambasciatore dell’Anno”, non ha avuto il sapore di un addio definitivo. È sembrato piuttosto un passaggio di testimone: il momento in cui si riconosce ciò che è stato costruito e si lascia spazio a ciò che verrà. La diplomazia vive di continuità, e il lavoro di Giusto resterà parte di quella trama sottile che unisce Italia e Argentina da generazioni.
La nostalgia che si è percepita non era malinconia, ma gratitudine. E forse è proprio questo il segno più autentico che un diplomatico possa lasciare al termine della sua missione.

