di Stefano Benazzo* (ripreso da www.barbadillo.it)
In occasione della recentissima tragedia di Crans – Montana e di numerose altre vicende nelle quali sono coinvolti da decenni connazionali presenti a vario titolo in diversi paesi, i media hanno menzionato il ruolo dell’Unità di Crisi del Ministero degli Affari Esteri in relazione ai sempre più frequenti eventi naturali e politici, ai sequestri a danno di connazionali, nonché alle tragedie che purtroppo si susseguono nel mondo, e che coinvolgono cittadini italiani. Ovviamente, non vengono volutamente approfondite dai media le descrizioni circa le modalità di azione dell’Unità, che opera senza dare pubblicità alle proprie iniziative, di concerto con altre Istituzioni.
Vorrei pertanto fornire alcuni elementi per descrivere come nacque l’Unità di Crisi, che ho avuto l’onore di vedere sorgere a seguito di una mia iniziativa: anche se sono passati quaranta anni, può essere di interesse conoscere i dettagli sull’origine di tale struttura, mai prima resi pubblici.
Fra settembre 1983 e settembre 1986, di ritorno da tre anni presso l’Ambasciata a Mosca, fui assegnato alla, Segreteria Generale del Ministero degli Affari Esteri, che era allora il centro nevralgico di tutta la corrispondenza che giungeva e partiva dal Ministero del Esteri, oltre a coordinarne l’intera attività, alle dipendenze del Segretario Generale.
La tragedia dello stadio di Heysel a Bruxelles, il 29 maggio 1985, poco prima dell’inizio della finale di Coppa dei Campioni tra la Juventus e il Liverpool, provocò la morte di 39 persone, di cui 32 italiani; oltre 600 persone rimasero ferite.
Quando successe la tragedia, ero di turno di “chiusura”, verso le 21.00, alla Segreteria Generale, nel cosidetto “Stanzone”, che apriva alle 7.00 di mattina e chiudeva alle 22.00, e nel quale di giorno operavano almeno 6 funzionari diplomatici, oltre al personale di supporto. Durante le fasce estreme di tale orario era sempre presente almeno un funzionario diplomatico. Quella sera il turno era toccato a me.
Avendo (ovviamente) varie stazioni televisive italiane ed estere in trasmissione continua (era compito anche della Segreteria Generale rimanere aggiornata sugli eventi di rilevanza in tutto il mondo, per poterne informare la gerarchia ministeriale e, al vertice, il Ministro degli Affari Esteri), mi resi conto di quanto stava succedendo a Bruxelles.
Decidendo di agire subito per dare ai cittadini italiani la consapevolezza che le Autorità italiane erano al corrente della tragedia in atto ed erano in grado intervenire e raccogliere le richieste degli italiani di conoscere la sorte dei propri cari, riuscii a far passare sulle reti televisive nazionali (con notevole riluttanza da parte dei rispettivi Direttori) tutti i numeri telefonici fissi della Segreteria Generale, invitando a chiamare quei numeri per registrare i propri quesiti presso il Ministero degli Esteri. Pochi minuti dopo, i “sottopancia” delle reti che trasmettevano la partita riportavano i numeri che avevo chiesto di trasmettere, così come i telegiornali e le edizioni straordinarie dei notiziari, nonché, l’indomani, i quotidiani.
Diedi contemporaneamente istruzioni ai Carabinieri all’ingresso del Ministero di bloccare e mandare alla Segreteria Generale tutti i funzionari diplomatici in uscita dall’ufficio, in età non superiore a circa 35 anni. All’epoca, non era inusuale che i miei colleghi rimanessero in ufficio ben oltre le 20.00.
Invitai subito i miei colleghi (inizialmente perplessi, ma immediatamente consapevoli dell’importanza della nostra missione) a gestire tutti i telefoni (allora esistevano solo le linee fisse) della Segreteria Generale (circa 20 linee) e il Ministero fu così in grado di essere immediatamente raggiungibile per tutti coloro che si preoccupavano di sapere se i loro congiunti erano vivi e di dare i propri recapiti. Tutte le linee della Segreteria Generale furono pertanto immediatamente a disposizione dei nostri connazionali, compreso il telefono privato del Segretario Generale.
I miei colleghi prendevano nota degli estremi dei richiedenti, assicurando che il Ministero avrebbe fatto quanto in suo potere per cercare elementi sulle vittime (morti, feriti, dispersi, congiunti) della tragedia e dare a tempo debito una risposta.
La struttura rimase in funzione in questa forma per quasi 24 ore, passando poi la “fiaccola” alla Direzione Generale competente. Successivamente, le Autorità nazionali competenti furono chiamate a collaborare.
Fu l’embrione della struttura che divenne poi l’Unità di Crisi. Allora, fu una novità che l’Amministrazione fosse in grado in tempo reale di seguire un evento tragico e di offrire immediatamente la propria collaborazione ai cittadini.
L’indomani ricevetti i complimenti del Segretario Generale Renato Ruggiero e del Ministro degli Esteri Giulio Andreotti.
Purtroppo, tragedie o incidenti analoghi si susseguono con inquietante frequenza: l’Unità di Crisi dimostra quotidianamente e continuerà a dimostrare la propria importanza. E ogni volta che la sento nominare, sono fiero di avere contribuito alla sua nascita.
*Ambasciatore d’Italia (a riposo), www.stefanobenazzo.it

