di Bruno Scapini
Il Diritto internazionale si dice sia oggi in crisi. Ma a meglio valutare i fatti c’è da credere che l’ondata emotiva in tal senso affermatasi, nata dal disfattismo di qualche individuo nei confronti delle Nazioni Unite, abbia sovradimensionato l’entità del fenomeno. Una prova? La spavalda tracotanza con cui Netanyahu rigetta le Risoluzioni dell’ONU e il modo in cui disprezza Guterres, suo Segretario Generale. Ma anche Trump non sembra essere da meno, viste le critiche acide che il “tycoon” indirizza al Palazzo di Vetro di New York.
Ma attenzione! Non bisogna confondere l’ordine normativo derivante dalle Nazioni Unite con l’ordinamento giuridico internazionale. Quest’ultimo è ben altra cosa e vive e sopravvive con una esistenza sua propria, condotta in maniera nettamente disgiunta da quella delle Nazioni Unite; e ciò qualunque possa essere la posizione assunta dai leader di un governo.
La prova di questa dicotomica separazione tra Diritto internazionale e ONU ce la offre proprio la recente Risoluzione del Consiglio di Sicurezza con cui si condanna inopinatamente l’Iran per gli attacchi ai Paesi arabi del Golfo, definendoli “illegali”, e ignorando, per contro, la realtà dei fatti e lo stesso diritto di Teheran alla legittima difesa.
Che l’Iran sia vittima di una guerra di pura aggressione, avviata da Stati Uniti e Israele, in disprezzo delle norme internazionali che tutelano la sovranità e l’integrità territoriale di qualunque Stato, è innegabile. E lo comprova la stessa contraddizione in cui sarebbero caduti due degli Stati membri permanenti del Consiglio, la Francia e il Regno Unito, per aver precedentemente dichiarato come questa guerra si ponesse al di fuori dei limiti di legalità internazionalmente ammessi e riconosciuti.
Sia chiaro! Teheran sta combattendo questa guerra a titolo esclusivamente difensivo e in linea con il legittimo diritto all’autotutela come previsto dalle norme di Diritto internazionale bellico e dallo stesso art. 51 della Carta dell’ONU. Anzi, più specificamente andrebbe rilevato come, a fronte del suo dovere di intervenire ogni qualvolta abbia luogo un attacco armato contro un Membro delle Nazioni Unite (nel caso di specie l’Iran), il Consiglio di Sicurezza ha adottato – presumibilmente su istigazione degli Stati aggressori, USA e Israele – una Risoluzione di condanna per azioni militari condotte da Teheran avverso quegli Stati del Golfo e del Mediterraneo che, per il solo fatto di ospitare basi militari americane, ad uso logistico nella guerra, sono da considerarsi a tutti gli effetti complici dell’aggressione e, dunque, passibili di essere trattati come legittimi obiettivi militari. Un principio, quest’ultimo, chiaramente ribadito anche dalla Commissione di Diritto Internazionale che afferma (v. Articles on the State Responsibility) come il fornire aiuto o assistenza sotto qualunque forma ad uno Stato aggressore è motivo di equiparazione in termini di responsabilità per l’aggressione. Il caso dell’Iran, dunque, dovrebbe insegnare qualcosa all’Italia. Se gli Stati arabi del Golfo oggi si sentono minacciati per via della presenza di una base americana, cosa dovrebbero pensare gli italiani?
L’Italia è costellata di basi NATO e statunitensi. Sul suo territorio, tra quartieri generali, poligoni di esercitazione, centri radar, strutture logistiche e depositi di armamenti, se ne contano oltre 120; per non parlare poi delle basi che ospitano testate atomiche americane, come Ghedi e Aviano che, oltre a rappresentare un legittimo obiettivo nel caso di una eventuale rappresaglia, per il solo fatto di insistere sul nostro territorio costituirebbero fondata ragione per ipotizzare la violazione dello stesso Trattato di Non Proliferazione Nucleare!
Appare chiaro a questo punto il gravissimo rischio che l’Italia concretamente corre col partecipare ad operazioni militari che implichino l’uso delle sue basi. La loro presenza ci rende automaticamente complici di possibili aggressioni ( cosa peraltro già avvenuta in passato con la Serbia, con l’Iraq e la Libia) qualora dovesse a qualche partner della NATO o membro dell’Unione Europea (in virtù dell’art. 42.7 del T.U.E.) saltare in mente di promuovere una guerra facendo della nostra Italia una retrovia logistica o un avamposto per il lancio di operazioni belliche!
Se, allora, la Risoluzione ora adottata dal Consiglio di Sicurezza contro l’Iran, priva di qualsiasi credibile fondamento normativo, appare più un mero esercizio di strumentalizzazione politica che un atto dotato di intrinseca validità giuridica, a noi italiani dovrebbe insegnare qualcosa, ovvero che l’uso delle basi militari ospitate non dovrebbe mai essere consentito al di fuori dello stretto perimetro della legalità derivante dal legittimo ricorso al diritto di autotutela. Ma fra le condizioni d’uso delle basi e la loro liceità esiste purtroppo a casa nostra un disallineamento costituzionale che mina e pregiudica ogni credibilità nella sovranità del nostro Paese (v. l’art. 11 della Costituzione sul ripudio della guerra). Una sovranità che potrà essere garantita – almeno per quella parte residuale che ancora ci rimane – solo ed esclusivamente da uno status di neutralità permanente dell’Italia, costituzionalmente adottata e riconosciuta dal Diritto internazionale.
Per fortuna non tutti i governanti pensano come Netanyahu o come Trump. C’è ancora una solida maggioranza di Paesi che, a dispetto di qualche leader più incline alla simulazione che alla verità, ancora mantiene ferma la fede nell’ordinamento giuridico internazionale; e ciò nel convincimento della universale superiorità dei suoi valori etici e morali.
Bruno Scapini – Ambasciatore d’Italia

