Ci sono carriere che raccontano la diplomazia attraverso gli incarichi ricoperti e altre che la raccontano attraverso i risultati raggiunti. Quella di Peter Taksøe-Jensen racchiude entrambe le dimensioni. Da Washington a Nuova Delhi, da Tokyo a Roma, passando per alcuni dei più importanti tavoli negoziali internazionali degli ultimi decenni, il diplomatico danese ha costruito un percorso segnato dalla paziente ricerca del dialogo e dalla convinzione che anche una semplice conversazione possa diventare il punto di partenza di qualcosa di concreto.
È in questa prospettiva che l’attuale Ambasciatore di Danimarca in Italia, Malta e San Marino interpreta il suo ruolo: favorire connessioni, avvicinare persone e istituzioni, creare le condizioni affinché relazioni promettenti possano tradursi in partenariati, opportunità e progetti condivisi.
E mentre difesa, competitività, sicurezza energetica, innovazione e transizione verde rappresentano oggi i principali terreni sui quali Roma e Copenaghen stanno costruendo una cooperazione sempre più stretta, l’obiettivo resta quello di trasformare il potenziale in risultati tangibili fra due Paesi che, pur partendo da esperienze e sensibilità differenti, condividono una profonda fiducia reciproca e una comune ambizione europea.
Sullo sfondo trovano spazio anche le dimensioni più personali di una vita trascorsa al servizio delle relazioni internazionali. C’è il ricordo dell’accordo sul Mar di Timor, uno dei momenti più significativi della sua carriera, accanto alla commozione ancora viva per la difficile missione in Sri Lanka dopo gli attentati del 2019. E c’è anche il fascino esercitato da Roma, una città dove, come osserva lo stesso Taksøe-Jensen, la storia continua ad accompagnare il presente, e dove il Campidoglio diventa simbolo di quell’Europa costruita sul dialogo e sulla cooperazione tra i popoli.
Ne emerge il ritratto di un diplomatico di grande esperienza, laureato in giurisprudenza all’Università di Copenaghen, insignito dell’Ordine di Dannebrog e protagonista di alcune delle più delicate sfide della diplomazia contemporanea, ma anche di un uomo curioso, appassionato di fotografia, attento osservatore delle persone e dei luoghi. Un ambasciatore che continua a credere nel valore dell’ascolto, della fiducia e dell’incontro umano.
Ambasciatore, come definirebbe oggi le relazioni diplomatiche tra Danimarca e Italia, e quali ambiti ritiene più promettenti per il prossimo futuro? “Danimarca e Italia godono di un rapporto stretto e basato sulla fiducia reciproca. Portiamo al tavolo prospettive ed esperienze diverse, ma condividiamo un forte impegno per la cooperazione europea e per la nostra sicurezza comune attraverso la NATO. L’eccellente rapporto personale tra la Presidente del Consiglio italiana Giorgia Meloni e la Prima Ministra danese Mette Frederiksen ha dato ulteriore slancio alla nostra cooperazione. La questione migratoria ne è un esempio importante: entrambi i Paesi hanno contribuito a introdurre nuovi approcci innovativi nel dibattito europeo, con l’obiettivo di trovare soluzioni comuni efficaci e sostenibili in ambito migratorio. A ciò si aggiunge l’iniziativa congiunta relativa all’avvio di un dibattito politico su alcune convenzioni europee. Le due visite della Prima Ministra danese a Roma nella primavera del 2025 testimoniano l’importanza di tale dialogo. Guardando al futuro, vedo un notevole potenziale nella cooperazione nel settore della difesa, nella transizione verde e nel rafforzamento della competitività europea. Le nostre economie hanno punti di forza complementari e c’è molto da guadagnare nell’avvicinare le imprese italiane e danesi, i nostri ricercatori e le nostre istituzioni. Il nostro compito è trasformare questo potenziale in partenariati concreti a beneficio di entrambi i Paesi”.

In che modo la collaborazione tra i due Paesi contribuisce alla costruzione di un’Europa più resiliente, soprattutto in un contesto geopolitico in rapida evoluzione? “Per me la resilienza europea significa essere in grado di proteggere i nostri cittadini, sostenere la nostra prosperità e agire insieme quando i nostri interessi e i nostri valori sono messi alla prova. Danimarca e Italia possono contribuire lavorando a stretto contatto su difesa, competitività e riduzione delle dipendenze critiche. Un esempio concreto è la Giornata italo-danese della Difesa, che la nostra ambasciata organizza a Roma il 25 novembre 2026. Sulla scia di un’iniziativa analoga svoltasi lo scorso anno presso la Confederazione dell’Industria Danese a Copenaghen, riunirà le principali aziende della difesa dei due Paesi per esplorare opportunità di cooperazione. La organizziamo insieme a partner tra cui il Ministero della Difesa italiano e AIAD, la federazione italiana che rappresenta le aziende dell’aerospazio, della difesa e della sicurezza. Partenariati industriali più solidi possono aiutare l’Europa a dotarsi delle capacità di cui ha bisogno, rafforzando al tempo stesso il nostro contributo alla NATO. Lo stesso approccio pratico dovrebbe guidare la nostra cooperazione in materia di energia, transizione verde e competitività. L’Europa deve trasformare la ricerca e l’innovazione in soluzioni concrete che le imprese possano rendere scalabili e di cui i cittadini possano beneficiare. Mettere in connessione le competenze danesi e italiane può aiutarci a riuscirci”.
Quali dossier bilaterali considera strategici per i prossimi anni, e quali strumenti diplomatici ritiene più efficaci per accelerarne l’attuazione? “L’energia è uno degli ambiti più promettenti per una cooperazione più profonda. Danimarca e Italia hanno un interesse comune a rafforzare la sicurezza energetica europea, a ridurre la dipendenza dai combustibili fossili russi e a portare avanti la transizione verde. Vediamo inoltre opportunità di partenariati più stretti e reciprocamente vantaggiosi con i Paesi africani. La nostra Ambasciata a Roma ha pertanto avviato un’iniziativa che riunisce autorità italiane e imprese energetiche danesi e italiane per esplorare la cooperazione su progetti di energia verde nell’area del Mediterraneo. L’ambizione è sostenere il fabbisogno energetico dell’Europa contribuendo allo sviluppo economico locale, collegando il Piano Mattei dell’Italia con l’impegno della Danimarca in Africa. La diplomazia può aiutare riunendo le persone giuste: autorità pubbliche, imprese, investitori e partner nei Paesi interessati. Il dialogo politico apre nuove porte, ma è solo grazie a un seguito costante che le ambizioni condivise si trasformano in progetti realizzabili. È proprio in questo ambito che un’ambasciata può fare davvero la differenza”.

Come viene percepita oggi l’Italia in Danimarca? “In Danimarca c’è un grande affetto per l’Italia. Per molti danesi, l’Italia è sinonimo di arte e architettura straordinarie, cibo meraviglioso e un’atmosfera unica. Molti tornano nelle stesse città e regioni nel corso degli anni, instaurando legami personali che vanno ben oltre il semplice turismo. In qualità di ambasciatore, vorrei anche ampliare questo quadro. L’Italia è una delle principali economie europee, con notevoli punti di forza nel settore industriale, aziende innovative e un’eccellenza nella ricerca e nell’ingegneria. Esistono preziose opportunità per le imprese danesi e italiane di imparare le une dalle altre e di collaborare. L’Italia è anche un partner politico fondamentale per la Danimarca. Le nostre diverse posizioni geografiche ci offrono prospettive diverse sulle sfide dell’UE, e questo rende il nostro dialogo particolarmente utile. Un’Europa più forte dipende dalla nostra capacità di comprendere le reciproche preoccupazioni e di trovare soluzioni comuni”.
Qual è la presenza danese in Italia e come si è integrata nel tessuto sociale? “La presenza danese in Italia ha profonde radici culturali. Hans Christian Andersen e Bertel Thorvaldsen sono tra gli esempi più noti di danesi il cui incontro con l’Italia ha influenzato profondamente la loro opera. Questa tradizione continua ancora oggi grazie ad artisti, ricercatori e studenti che vengono in Italia per imparare, creare e scambiare idee. Dal 1961, l’Accademia di Danimarca a Roma svolge un ruolo importante in questo rapporto. Intrattiene relazioni tra studiosi e artisti danesi e i loro colleghi e le istituzioni italiane, alimentando un dialogo culturale che giova a entrambi i Paesi. Esiste inoltre un rapporto commerciale significativo. Nel 2024, l’interscambio bilaterale di beni ha raggiunto circa sette miliardi di euro, con un aumento di quasi il due per cento rispetto al 2023. Al di là di queste cifre, vi sono i legami quotidiani costruiti dalle imprese, dai cittadini danesi che lavorano e vivono in Italia e dalle famiglie legate a entrambi i Paesi. Sono queste relazioni a conferire profondità e continuità alla nostra presenza nel Belpaese”.
Ci sono storie, esperienze o profili che l’hanno particolarmente sorpresa legati a connazionali residenti in Italia? “Se posso scegliere un esempio storico, citerei Bertel Thorvaldsen. Ciò che mi colpisce particolarmente è quanto profondamente un artista danese sia diventato parte della vita culturale di Roma nei più di quarant’anni che vi trascorse. Arrivò l’8 marzo 1797 e celebrò quella data per il resto della vita come il suo «compleanno romano». Questo la dice lunga su quanto la città lo abbia segnato profondamente. Roma gli offrì l’accesso alla scultura classica che ispirò la sua opera, trasformandolo in uno dei principali scultori neoclassici d’Europa. Un suo monumento, la tomba di Papa Pio VII nella Basilica di San Pietro, è una straordinaria espressione di tale riconoscimento, una commissione eccezionale per un artista danese protestante. Divenne inoltre un importante punto di riferimento per i giovani artisti danesi che arrivavano a Roma. Roma contribuì a plasmare Thorvaldsen, ed egli a sua volta lasciò un segno duraturo sulla città”.
Lei come vive Roma nel quotidiano? C’è un luogo o un dettaglio della città che sente particolarmente vicino alla sua sensibilità? “Un luogo che mi parla in modo particolare è il Campidoglio. Stando lì, si percepisce la straordinaria ampiezza della storia, a pochi passi dal luogo in cui vennero firmati i Trattati di Roma il 25 marzo 1957. Come ambasciatore danese, trovo questo legame particolarmente emozionante. Qui, nel cuore dell’antica Roma, i leader europei posero le basi di un nuovo capitolo della storia del nostro continente, costruito sulla cooperazione dopo la devastazione della guerra. È un luogo che invita a riflettere su quanta strada abbia fatto l’Europa e sulla nostra responsabilità di portare avanti quella cooperazione. Per me racchiude qualcosa di speciale del vivere e lavorare a Roma: la storia è sempre presente, anche mentre ci occupiamo delle sfide odierne. Ancora oggi, quel documento è uno dei trattati più importanti dell’Unione europea e l’anno prossimo ne celebreremo il 70° anniversario, in Campidoglio”.
Se le chiedessi di selezionare un aneddoto curioso legato alla sua esperienza in Italia, quale sceglierebbe? “Ho un ricordo personale molto vivo che risale al 2004, molto prima del mio incarico a Roma. Ero in viaggio in Toscana per una degustazione di vini con mia moglie e i miei figli. Visitammo la storica tenuta Biondi Santi a Montalcino, la cui famiglia fu pioniera del Brunello di Montalcino. Incontrammo anche Jacopo Biondi Santi, figlio di Franco Biondi Santi, al Castello di Montepò, vicino a Scansano, dove ci accolse a pranzo. L’ambientazione era straordinaria: un castello storico che aveva fatto da roccaforte difensiva nella Maremma. Ci sedemmo nella sala da pranzo, gustando un ottimo pranzo servito dal suo cameriere russo, mentre Biondi Santi parlava con passione in italiano dei suoi vini. Degustammo sia il Sassoalloro che il suo vino di punta, lo Schidione. La combinazione tra la storia del castello, l’ospitalità di Biondi Santi e il suo entusiasmo contagioso rese quel pomeriggio indimenticabile e un ricordo di famiglia davvero speciale”.
Che cosa significa per lei, sul piano umano, guidare una sede così dinamica e complessa come quella di Roma? “È un privilegio, e richiede curiosità, giudizio e una squadra solida. L’ampiezza del rapporto è particolarmente gratificante: il nostro lavoro spazia dalla politica europea e dalla sicurezza all’economia, alla ricerca e alla cultura. La mia responsabilità è dare a questo lavoro una direzione chiara e fare in modo che i miei colleghi abbiano il sostegno e la libertà di mettere a frutto le proprie competenze. Un’ambasciata ottiene i suoi risultati attraverso le persone, la qualità del lavoro di squadra e la fiducia che costruiamo con i nostri partner. Personalmente, trovo grande soddisfazione nell’aiutare una conversazione promettente a trasformarsi in qualcosa di concreto, che si tratti di un nuovo partenariato, di un’opportunità commerciale o di una migliore comprensione tra i nostri Paesi”.
Fuori dal lavoro diplomatico, coltiva qualche hobby in particolare? “La fotografia e la musica sono i miei due principali interessi fuori dal lavoro. La fotografia mi spinge a rallentare e a notare i dettagli: la luce, un paesaggio o una scena di vita quotidiana. Roma offre infinita ispirazione, ma lo stesso vale per il resto dell’Italia, dai bellissimi paesaggi della Toscana e del Piemonte alle vette spettacolari delle Dolomiti e ai colorati borghi delle Cinque Terre. Esplorare l’Italia con una macchina fotografica è un modo meraviglioso per apprezzarne la varietà. La musica offre uno spazio di tipo diverso, un’occasione per rilassarsi e godere di qualcosa che va oltre le preoccupazioni della giornata lavorativa”.
In generale, qual è il suo ricordo più bello legato alla carriera diplomatica? “Ci sono stati molti momenti importanti, ma se dovessi proprio sceglierne uno, sarebbe la conclusione della conciliazione sul Mar di Timor tra Timor Est e l’Australia. Ebbi il privilegio di presiedere la Commissione di conciliazione. Nel marzo 2018, presso la sede delle Nazioni Unite a New York, assistetti alla firma da parte delle parti del trattato sui confini marittimi, alla presenza del Segretario Generale dell’ONU, António Guterres. Vedere quell’accordo firmato dopo un intenso processo di dialogo e negoziato fu profondamente gratificante. Per me ha racchiuso ciò che la diplomazia può ottenere: aiutare i Paesi a risolvere pacificamente divergenze difficili e a porre le basi per un rapporto migliore. Aver contribuito a quel risultato resta uno dei più grandi privilegi della mia carriera”.
E il più brutto? “Il mio ricordo più difficile è quello di aver guidato una delegazione danese in Sri Lanka dopo gli attentati terroristici del 21 aprile 2019. Il nostro compito era assistere i cittadini danesi e contribuire a individuare chi aveva perso la vita. Esisteva ancora il rischio di nuovi attacchi e la città era in stato di emergenza. Fu una situazione estremamente dolorosa e impegnativa. Dovevamo sostenere persone spaventate e in lutto lavorando in circostanze difficili e incerte. Quell’esperienza mi ha lasciato un segno duraturo, non solo per la tragedia in sé, ma anche per la dignità e la solidarietà dimostrate da chi ne era stato colpito. Mi ha ricordato che la diplomazia non consiste solo nel rappresentare il proprio Paese in occasioni formali. Significa anche esserci quando le persone sono in difficoltà, assumersi delle responsabilità e fare tutto il possibile per aiutarle”.
Fra le tante personalità conosciute, ne ricorda qualcuna in particolare? “Bill Clinton spicca fra tutte. Lo incontrai per la prima volta al vertice NATO di Bruxelles del gennaio 1994, dove erano presenti anche Helmut Kohl e François Mitterrand. Fu il vertice in cui la NATO lanciò il “Partenariato per la Pace”, aprendo un nuovo capitolo di cooperazione con tutti gli Stati europei e a tutti i membri dell’ex-Patto di Varsavia. Ricordo ancora che sedeva nella sala riunioni con la sua tazza di caffè. Il suo carisma riempiva la stanza. Anche tra tanti leader di primo piano, la sua presenza era impressionante. Molti anni dopo, mentre ero ambasciatore a Washington, ebbi il piacere di accoglierlo nella residenza danese per lo scoprimento del suo ritratto realizzato dall’artista danese Gugger Petter. Non aveva perso nulla di quel carisma. Rivederlo in un contesto così diverso mi riportò l’impressione che mi aveva fatto tanti anni prima. Un ricordo molto diverso è quello della presentazione delle mie credenziali al Re del Bhutan. Prima della cerimonia, sette ambasciatori, tra cui io, percorsero in processione il tragitto fino al palazzo reale di Thimphu, accompagnati da venti o trenta monaci tibetani in vesti colorate. Fu un modo suggestivo e memorabile di iniziare la cerimonia”.
Se le chiedessi si selezionare un episodio della sua carriera — un incontro, un viaggio, un momento inatteso — che considera particolarmente emblematico? “Sceglierei l’incontro a Ilulissat, in Groenlandia, nel maggio 2008, quando i rappresentanti dei cinque Stati costieri dell’Artico adottarono la Dichiarazione di Ilulissat. Essi ribadirono che il diritto internazionale, in particolare il diritto del mare, costituiva il quadro di riferimento per la cooperazione nel Mar Glaciale Artico e per la composizione ordinata delle rivendicazioni sovrapposte. L’iniziativa venne dalla Danimarca, e il mio collega Thomas Winkler e io preparammo una bozza e svolgemmo una diplomazia itinerante per negoziare il testo con gli altri Stati costieri. Era il tipo di lavoro che spesso si svolge lontano dagli occhi del pubblico: ascoltare con attenzione, comprendere le diverse preoccupazioni e trovare una formulazione che tutti potessero accettare. Assistere alla cerimonia a Ilulissat il 28 maggio, dopo tutto quel lavoro preparatorio, fu un momento molto speciale. Mi fece capire come un testo negoziato con cura possa offrire a Paesi con interessi diversi una base comune di cooperazione. È un aspetto della diplomazia che ho sempre trovato particolarmente gratificante”.
Come è cambiata la diplomazia negli ultimi decenni? Quali competenze ritiene oggi indispensabili per rappresentare un Paese in modo efficace? “Il ritmo è cambiato enormemente. Le informazioni viaggiano istantaneamente, la politica interna ed estera sono sempre più intrecciate e i diplomatici si confrontano con una gamma molto più ampia di interlocutori, dagli imprenditori ai ricercatori, passando per la società civile e l’opinione pubblica più in generale. Questo rende il giudizio particolarmente importante. Quando le informazioni abbondano, il valore di un’ambasciata sta nello spiegare cosa conta, perché conta e che cosa si può fare al riguardo. È necessario comprendere il Paese in cui si presta servizio, comprese le prospettive diverse dalle proprie. Le competenze essenziali rimangono la curiosità, l’integrità, l’ascolto attento e la capacità di instaurare un rapporto di fiducia. È inoltre necessario comunicare in modo chiaro e agire con decisione quando le circostanze lo richiedono. La tecnologia può aiutarci enormemente, ma la fiducia richiede comunque tempo, presenza e impegno personale”.
Quali consigli di viaggio si sentirebbe di dare agli italiani interessati a scoprire la Danimarca? “Cominciate da Copenaghen, ma concedetevi il tempo di esplorare anche i luoghi al di fuori della capitale. La Danimarca è un paese che si scopre al meglio con calma, in bicicletta, lungo la costa o nelle sue piccole città e isole. Consiglierei in particolare Bornholm, un’isola nel bel mezzo del Mar Baltico meridionale, con i suoi paesaggi caratteristici, i villaggi e le tradizioni gastronomiche. Offre un’esperienza diversa da quella di Copenaghen e dimostra quanta varietà ci sia in un paese relativamente piccolo. Il mio consiglio è anche quello di immergersi nella vita quotidiana danese; visitate un porto, provate una panetteria o una caffetteria locale e godetevi le lunghe serate estive. Questi momenti possono dirvi tanto sulla Danimarca quanto le sue attrazioni più famose. E portatevi un capo in più: l’estate danese è meno prevedibile di quella italiana!”.
Chiuderei questa intervista, come ormai consuetudine, chiedendole un consiglio su un buon libro da leggere… «Viaggiare è vivere», come disse Hans Christian Andersen. Con questo spirito, consiglierei il suo romanzo L’improvvisatore, ispirato al suo primo viaggio in Italia, che gli diede la notorietà già prima del grande successo delle sue fiabe. Pensate al giovane Andersen che approda a Roma nel 1833 e incontra la città attorno a Piazza del Popolo, all’inizio di un’esperienza che avrebbe influenzato profondamente la sua scrittura. L’Italia aprì un mondo nuovo alla sua immaginazione, ed egli iniziò a scrivere il romanzo durante quel soggiorno romano. Per un lettore italiano, offre il piacere di vedere un Paese familiare attraverso gli occhi di un giovane scrittore danese alla scoperta del Bel Paese. Ci ricorda che viaggiare può cambiare il modo in cui vediamo il mondo”.
Intervista di Marco Finelli

