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Roma rende omaggio alla Rivoluzione ungherese: emozione e memoria nel luogo simbolo dei rifugiati del ’56

Redazione by Redazione
22 Ottobre 2026
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Roma rende omaggio alla Rivoluzione ungherese: emozione e memoria nel luogo simbolo dei rifugiati del ’56
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Nel cuore del centro storico di Roma, a pochi passi dal Pantheon, una corona d’alloro deposta su una lapide ha trasformato oggi via dei Cestari in un luogo di memoria condivisa, dove storia, gratitudine e identità nazionale si sono intrecciate nel ricordo della Rivoluzione ungherese del 1956. A settant’anni dalla rivolta con cui il popolo sfidò il dominio sovietico, segnando il destino dell’Europa del dopoguerra, la comunità ungherese in Italia si è ritrovata in una delle cornici più simboliche del rapporto tra Budapest e Roma: il palazzo che tra il 1958 e il 1964 ospitò il Collegio degli studenti ungheresi rifugiati dopo la rivoluzione.

La lapide, sulla quale campeggia la bandiera ungherese trafitta, ricorda proprio quella pagina di solidarietà. L’iscrizione testimonia come l’edificio accolse giovani profughi fuggiti dopo la repressione sovietica, offrendo loro la possibilità di continuare gli studi e ricostruire il proprio futuro. Un luogo che non celebra soltanto una memoria storica, ma conserva le tracce concrete dell’accoglienza garantita dall’Italia a chi era stato costretto a lasciare il proprio Paese in nome della libertà.

Attorno alla targa commemorativa si è raccolta una partecipata rappresentanza della diaspora ungherese proveniente da diverse città italiane. Molti dei presenti provenivano da famiglie che custodiscono ancora il ricordo diretto di quei giorni drammatici, altri erano figli e nipoti di coloro che trovarono rifugio in Italia. Un’atmosfera intensa e composta, scandita dall’alternarsi degli interventi dell’Ambasciatore d’Ungheria in Italia, Andor Ferenc Dávid, e del professor Lajos Pinter, tra i testimoni più autorevoli di quella stagione.

“L’anniversario odierno ricorda la dignità ritrovata del popolo ungherese quando studenti, operai e intellettuali scesero nelle strade per chiedere l’indipendenza dal dominio sovietico e dalla dittatura comunista. È la celebrazione della volontà del popolo ungherese di riconquistare la libertà“, ha dichiarato l’Ambasciatore Dávid a margine della cerimonia.

Il capo missione ha inoltre sottolineato il forte valore simbolico della presenza della comunità ungherese: “Abbiamo visto una grande partecipazione della diaspora oggi. Abbiamo chiesto ai nostri cittadini di raggiungere Roma perché questo è un posto emblematico per la rivoluzione. L’Italia ci dimostrò una solidarietà molto grande. Nel 1956 il governo italiano si schierò con i rivoluzionari ungheresi, condannò l’intervento sovietico e accolse migliaia di rifugiati. Alcuni di loro, come il professor Pinter, hanno vissuto proprio in questo edificio, acquistato grazie all’aiuto del governo italiano e di Papa Pio XII, potendo così continuare qui i propri studi“.

Parole che hanno trovato una naturale eco nell’intervento del professor Lajos Pinter, figura di spicco della Comunità ungherese in Italia, già docente universitario, protagonista di una lunga attività culturale e istituzionale e oggi Console Onorario d’Ungheria a Verona. Ospite d’onore la sera precedente al ricevimento per la Festa nazionale organizzato dall’Ambasciata, Pinter ha riportato la commemorazione sul terreno delle esperienze vissute, trasformando il ricordo storico in memoria personale.

Davanti all’edificio che lo accolse da giovane rifugiato, il suo intervento è apparso come un ponte ideale tra generazioni diverse. “Ho parlato con il cuore, perché è quello che sentivo. Abitare qui, lavorare, studiare… sono ricordi che porto dentro. Aldo Moro mi scrisse personalmente. Poi la Rai organizzò una grande commemorazione della rivoluzione ungherese mandando in onda un documentario. Fu qualcosa di straordinario per l’Italia e anche per noi che ci avevano considerato. Chi eravamo? Eravamo ragazzi scappati. Avevamo combattuto per un ideale, per quella libertà che l’Italia era riuscita a conquistare dopo il 1945“.

Nelle sue parole si è concentrata l’essenza più profonda della cerimonia: non soltanto la commemorazione di un evento storico, ma il riconoscimento di un debito di memoria verso un Paese che accolse migliaia di giovani in fuga e consentì loro di ricostruire le proprie vite.

Al termine della deposizione della corona e degli interventi ufficiali, i partecipanti si sono trasferiti a Via Giulia per il tradizionale ricevimento conviviale, occasione per rinsaldare i legami della Comunità e proseguire il dialogo tra generazioni. Ma il momento più significativo della giornata è probabilmente rimasto quello vissuto davanti alla lapide di via dei Cestari 34, dove la grande storia del Novecento ha incrociato le vicende di uomini e donne in carne e ossa.

Settant’anni dopo la rivolta di Budapest, Roma continua infatti a custodire una delle testimonianze più tangibili dell’amicizia tra Italia e Ungheria. E in quella targa, che ricorda i giovani rifugiati del 1956, la memoria di una rivoluzione continua a parlare non soltanto agli ungheresi, ma a tutti coloro che riconoscono nella libertà un valore da difendere e tramandare.

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