di Bruno Scapini
Le elezioni politiche appena conclusesi in Armenia si inseriscono in un contesto di accese tensioni interne del Paese riconducibili ad un quadro geopolitico regionale altrettanto acceso e caratterizzato da intensa instabilità. Protagonista assoluto di tale critica situazione è, a ben osservare la più recente evoluzione dei rapporti esterni del Paese, l’Unione Europea, o meglio, quella parte di essa costituita dai più “volenterosi”, che appare come votata apertamente ad antagonizzare la Russia con ogni mezzo ed oltre ogni ragionevole motivazione.
Gli europei, pertanto, convinti di dover proseguire “finchè necessario” lo scontro con Mosca sul terreno ucraino – ma gli accenni ad allargare lo spettro d’azione non mancano anche alla luce delle continue provocazioni condotte in altri Paesi confinari – tentano oggi la strada dell’Armenia; un modo da tempo studiato per destabilizzare un altro possibile fronte da aprire in funzione anti-russa.
L’Armenia è, infatti, diventata, dopo la sconfitta (voluta e cercata) nella guerra con l’Azerbaijan del 2020, la pedina più debole e fragile della regione transcaucasica, e come tale più idonea quale candidata ad ospitare un possibile – non solo probabile – colpo di mano che, qualora dovesse riuscire, sgancerebbe definitivamente il Paese dalla sfera di quei rapporti intrattenuti con Mosca in virtù della sua appartenenza alla Unione Euro-asiatica e alla CSTO, alleanza militare, quest’ultima, dalla quale l’attuale Governo già da tempo cerca di allentare il collegamento.
Chiara è, dunque, per sua evidente genesi, la deriva euro-atlantista avviata dal Primo Ministro Pashinyan il quale, salito al potere “per grazia ricevuta” nel 2018 – a seguito di forti ingerenze occidentali di cui l’allora Presidente Sargsyan è stato incredulo destinatario – ha proseguito nella sua azione di consolidamento del controllo interno del Paese, sia attraverso una aperta repressione delle opposizioni (a colpi di mandati di arresto e di condanne penali), sia con una guerra avviata contro la stessa Chiesa Apostolica di Echmiadzin, infierendo con attacchi giudiziari su Arcivescovi e sullo stesso capo supremo della Chiesa, il Catholicos di Tutti gli Armeni, colpevoli di aver sostenuto il popolo nel resistere ad evidenti soprusi e abusi perpetrati dal Governo nella gestione del dopo-guerra con Baku. Quanto grave sia questa condotta di Pashinyan sul piano religioso è del resto reso evidente dall’importanza annessa dagli armeni alla loro Chiesa, unico vero baluardo del Cristianesimo attraverso i secoli e simbolo depositario dei valori storici, soprattutto quelli legati alla memoria del Genocidio del 1915, attorno ai quali si è costruita e conservata nel tempo l’identità della Nazione armena.
Ma la deriva europeista del Primo Ministro non tiene conto del fatto che nelle relazioni internazionali, ogni Paese ha le sue proprie “uniformità storiche”, ovvero, quelle linee direttrici comportamentali che riflettono i tradizionali interessi nazionali, e per l’Armenia, queste “uniformità” non rilevano sul fronte europeista, bensì su quello russo-caucasico. Yerevan ha sempre trovato in Mosca, fin dai tempi più bui della sua Storia, l’unico vero difensore delle cause nazionali, e oggi la Russia, ospitando circa 3 milioni di lavoratori armeni emigrati, fornendo energia a bassissimo costo, e garantendo un alto flusso di investimenti, costituisce il vero primario mercato di sbocco economico per il Paese.
Evidente a questo punto il fine dei “volenterosi” di Bruxelles di destabilizzare l’Armenia, costi quel che costi, pur di mettere in atto una ulteriore provocazione capace di indebolire la Russia sul fronte del Caucaso meridionale. E Pashinyan, in questa prospettiva, si è rivelato la persona più adatta per tale progetto. Sensibile alle false profferte occidentali, reclutato fin dai tempi dei sanguinosi moti di piazza del 2008 che lo hanno visto arrestato, ma poi liberato su pressioni di Bruxelles quale “prigioniero politico”, il Primo Ministro si offre oggi come condottiero di una ingannevole azione politica. Un’azione volta al tradimento del suo popolo solo per servire la causa degli egoismi stranieri interessati non alla prosperità del Paese, ma alla sua strumentalizzazione per farne, sull’esempio dell’Ucraina, un altro progetto in funzione anti-russa. Del resto le più recenti attenzioni di Bruxelles per Yerevan parlano chiaro in termini di ingerenze esterne. Il 4 e 5 maggio i soliti “volenterosi” hanno tenuto a Yerevan, proprio a ridosso delle elezioni politiche – caso unico nella storia armena contemporanea – l’8° vertice della Comunità Politica Europea con il chiaro intendimento di voler “sostenere” la candidatura del loro “pupillo” avverso una opposizione sempre più decisa a fare “scudo” contro tale invadenza di campo. L’UE, peraltro, non manca di mezzi per indurre i Governi ad un forzato esito elettorale. Basti vedere i precedenti in Romania, Georgia, ed altri Paesi per i quali si è fatto ricorso al poco noto, ma pur esistente, progetto denominato “European Democracy Shield”, una cornice normativa strategica adottata da Bruxelles per “proteggere” le deboli democrazie del Continente!
E oggi non mancano i segni prodromici di questa azione protettiva! Da varie fonti informative attendibili, si apprende già della manipolazione dei voti in corso. Elettori deceduti che votano, casi di voto plurimo, più elettori iscritti allo stesso indirizzo di residenza, e ultimo, ma non per questo meno rilevante, l’arresto condotto a poche ore dal varo dell’esercizio elettorale, di importanti figure di candidati dell’opposizione.
Che queste elezioni in Armenia siano critiche non ci meraviglia; ma non ci sorprenderebbe neanche una vasta operazione di manomissione del voto condotta soprattutto nelle periferie del Paese, ove minore è l’attenzione dei media e degli osservatori, con evidenti brogli elettorali in grado di confermare al potere Pashinyan. Questi, peraltro, in caso di vittoria, assumerebbe il mandato (affidato da Bruxelles) di traghettare il Paese verso un definitivo allontanamento da Mosca, recidendo così gli ultimi cordoni di un collegamento storico con la Russia che gli europei chiamano, in disprezzo dei veri interessi di Yerevan, dipendenza!
Al popolo armeno sta ora l’ultima parola. Le opzioni non sono molte: o Pashinyan riuscirà nei suoi intenti manipolatori (col sostegno di presenze esterne che pare provengano addirittura da unità militari ucraine), o gli elettori fedeli alle cause nazionali riusciranno a mandare al Governo un candidato delle opposizioni con però il già preannunciato disconoscimento dell’esito elettorale da parte di Bruxelles.
In ogni caso, la partita politica, qualora la vittoria delle opposizioni non dovesse attestarsi su valori di stragrande maggioranza, e quindi capace di una inoppugnabile tenuta del nuovo Governo, non finirà con le urne, ma proseguirà prevedibilmente con tentativi di reciproche accuse per brogli elettorali fino a configurare il rischio di pericolose tensioni di piazza dai risvolti imprevedibili per l’ordine pubblico interno del Paese.
Bruno Scapini – Ambasciatore d’Italia

