di Romolo Martelloni
L’operazione militare che ha portato all’uccisione del boss del narcotraffico Nemesio Oseguera Cervantes, detto “El Mencho”, segna una svolta nel crimine organizzato in Messico e apre oggi possibili nuovi scenari sulla ricerca dei desaparecidos a Jalisco. Affacciato sul Pacifico, lo Stato è sede di località turistiche come Puerto Vallarta, che attira oltre sei milioni di visitatori all’anno, e la capitale Guadalajara, seconda città del Paese per dimensioni, ricca di patrimonio coloniale e legata a tequila e mariachi.
Ma Jalisco è tristemente noto anche per essere uno dei centri storici del crimine organizzato moderno.
Tra la fine degli anni Settanta e gli anni Ottanta, infatti, trafficanti provenienti da Sinaloa si rifugiarono proprio a Guadalajara dopo un’offensiva antidroga. Nacque così il locale Cartello, che controllava traffico di marijuana, eroina e cocaina, rafforzando il ruolo del Messico come snodo verso gli Stati Uniti. Al tempo, la frammentazione nei circuiti criminali permise progressivamente a Joaquín “El Chapo” Guzmán, cofondatore del Cartello di Sinaloa, di emergere a livello locale, mentre nel 2010, sempre a Guadalajara, prese forma il Cartello Jalisco Nueva Generación (CJNG), guidato da “El Mencho”, inizialmente alleato del Sinaloa, poi suo principale rivale.
Nei giorni scorsi, la sua morte ha rappresentato un colpo fortissimo al vertice del CJNG, creando contestualmente incertezza sulla successione e rischi concreti di violenza interna.
La centralità di Jalisco nel crimine ha lasciato già profonde ferite nella storia, e non a caso lo Stato è oggi al primo posto in Messico per sparizioni forzate. Se a livello nazionale i desaparecidos sono ufficialmente circa 133 mila (ma secondo alcune stime il numero reale sarebbe più alto) solo a Jalisco superano i 15 mila, con un aumento significativo nell’ultimo anno. Purtroppo però la ricerca delle persone scomparse non è mai stata una priorità politica, e di fronte all’inerzia delle autorità, i familiari hanno sempre continuato a organizzarsi come potevano, formando collettivi capaci di indagare, raccogliere prove e cercare fosse clandestine.
Poster con le foto dei desaparecidos sono da tempo affissi su muri, chiese, piazze, anche attraverso pannelli dedicati, con il fine di raccogliere informazioni e mantenere viva l’attenzione dell’opinione pubblica.
Appena un anno fa, nel marzo del 2025, il collettivo Guerreros Buscadores de Jalisco ha scosso l’intero paese con la macabra scoperta del campo di addestramento di Aguirre, proprio nello stato di Jalisco, gestito dal CJNG. L’ingresso del collettivo nella proprietà, sotto sequestro della procura da mesi, ha infatti permesso di scoprire centinaia di resti umani insieme a vestiti, scarpe, valigie e giocattoli, confermando purtroppo le indiscrezioni secondo cui l’addestramento per entrare nel cartello criminale prevedeva tra l’altro l’uccisione di amici o conoscenti e l’eliminazione di chi non superava le prove. Oggi c’è anche chi parla del ritrovamento di forni, che il collettivo riterrebbe usati per cremare i corpi, ipotesi tuttavia mai confermata dalle autorità locali. Tutti i video che riprendono gli oggetti rinvenuti sono stati prontamente pubblicati online, affinché altri collettivi potessero verificare eventuali riconoscimenti, suscitando profonda indignazione e rabbia in tutto il Paese.
La morte di “El Mencho” apre oggi una fase complessa, con la temporanea vulnerabilità del CJNG che potrebbe finalmente consentire alle autorità di intervenire e ai collettivi di ampliare le ricerche dei desaparecidos in territori finora inaccessibili. Ma i rischi restano elevati, soprattutto con l’avvicinarsi dei Mondiali 2026, che si svolgeranno tra Messico, Stati Uniti e Canada, e che tra l’altro vedranno Guadalajara proprio tra le città ospitanti.
Il CJNG rimane un’organizzazione transnazionale, fortemente armata e nota per l’uso spettacolare della violenza, mettendo a dura prova il Governo, che se da un lato dovrà garantire sicurezza, dall’altro deve considerare il fatto che ogni confronto diretto con i criminali potrebbe portare inesaorabilmente a violenze prolungate.
In questo scenario resta oggi il rammarico dei collettivi di familiari, che devono fare i conti anche con il divieto di affissione dei loro poster negli spazi pubblici per motivi estetici, previsto da un emendamento di legge in discussione in questi giorni. Una misura severa che rischia di rappresentare un duro colpo per intere famiglie già profondamente segnate dal dolore e dall’estenuante ricerca dei propri cari che, se approvata, andrà inesorabilmente a limitare il principale strumento a disposizione dei collettivi per mantenere viva la memoria e alimentare la speranza di ritrovare i proprio familiari.

