di Bruno Scapini
La Sinistra esulta e già si candida anzitempo per il prossimo Governo. La Destra nasconde le lacrime, ma cerca un capro espiatorio a giustificazione della sconfitta. Ecco in estrema sintesi il quadro politico che si offre per l’Italia all’indomani di un referendum, concepito come mero esercizio di libera scelta su un progetto di riforma giudiziaria, ma trasformatosi in corso d’opera in un vero e proprio “test” di tenuta politica per la maggioranza.
Considerato l’alto indice di affluenza alle urne (circa il 60% dell’elettorato) non si può certamente affermare che sia stato il solito astensionismo strutturale a causare la vittoria del NO. Anzi, va detto, in tutta obiettività, che il voto ora espresso dai cittadini non ha mai riflesso così ostensibilmente come in questa occasione una contrarietà di fondo avverso le linee politiche perseguite da un governo.
Ammessa, quindi, la natura sostanzialmente politica del responso referendario – e non ci sarebbero argomenti validi per affermare il contrario – domandiamoci allora, a meglio comprenderne le cause ontologiche, quali veramente siano state le linee politiche che avrebbero inciso sulla prevalenza del NO. Inteso, questo, non più come un mero rigetto della riforma – peraltro auspicata in passato proprio da quelle forze di Sinistra che oggi farisaicamente la ripudiano – bensì come segno di una disapprovazione netta e lucida per l’azione di un governo di cui chiaramente non si intende condividere le scelte. Ebbene, la domanda potrebbe ragionevolmente porsi allora nei termini di una dicotomica disamina: sarebbero state le politiche interne del governo guidato da Giorgia Meloni o la sua postura in politica estera a determinare prevalentemente il fallimento della sua proposta riformista e, conseguentemente, la crisi “spirituale” della sua maggioranza?
Sul fronte interno, sembra innegabile come le iniziative intraprese da questo esecutivo fin dall’inizio della legislatura siano state scarsamente percepite dagli elettori nella loro quotidianità. Il tenore di vita degli italiani è andato in tutti questi anni degradandosi, e lo comproverebbero vari indici statistici quali: la disoccupazione persistente, il numero delle chiusure aziendali, la ripresa dell’emigrazione giovanile, la stagnazione economica (con un PIL che non accenna a superare la percentuale sottozero), per non citare l’assenza di rimedi alla distruzione dello stato sociale, la perdurante iniquità del sistema fiscale (sempre a beneficio delle banche e delle multinazionali), una inconsistente politica dei redditi, l’irrisolta crisi della sanità pubblica, la lotta alla criminalità ed altro ancora.
Per contro, il governo avrebbe mostrato di impegnarsi attivamente sul piano delle riforme, ad iniziare con la proposta di premierato, senza, peraltro, portarne nessuna a conclusione, ma anzi accentuando un critico scontro con la magistratura e saltuarie tensioni con il Quirinale. Le politiche economiche e di bilancio, poi, quelle effettivamente previste, ma realizzate con progetti “a pioggia”, cioè in modalità sporadica e svincolate da una programmazione predeterminata, coerente e finalizzata in precisi obiettivi di pubblica utilità, si sono dimostrate comunque incapaci di assicurare un decisivo salto di qualità per il livello di vita degli italiani, dando piuttosto l’impressione che il governo puntasse preferibilmente al rafforzamento dell’esecutivo a garanzia di un proprio più stabile futuro. Le misure interne, quindi, risultate insufficienti, non sarebbero riuscite così a catalizzare l’attenzione di una buona parte dell’elettorato esasperando in tal modo lo scontro con una opposizione che, sebbene incapace anch’essa di un approccio riformistico credibile, si è valsa della debolezza propositiva della maggioranza per spingerla nell’angolo del ring politico.
Ma sebbene a prima vista sembri più plausibile riconoscere una maggiore incidenza sul fallimento del referendum delle politiche interne, è sul piano estero che a ben osservare il Governo Meloni risulterebbe aver suscitato la più consistente opposizione dell’elettorato.
In una fase storica caratterizzata da una forte dipendenza delle dinamiche interne da fattori internazionali legati alla geopolitica, dovrebbe essere chiaro a tutti come le scelte di politica estera abbiano ineluttabilmente e in via primaria condizionato la direzione del prevalente consenso dell’elettorato. L’inaspettato avventurismo adottato dalla Meloni nella sua azione all’estero e la rinuncia della stessa a far valere i prioritari veri interessi nazionali dell’Italia sono stati certamente visti come elementi di un ribaltamento delle sue posizioni originariamente assunte nella dichiarata difesa della sovranità del Paese. Un ribaltamento che sarebbe stato percepito dal suo stesso elettorato come un vero e proprio tradimento della fiducia in lei riposta.
Diverse, dunque, le scelte di politica estera che avrebbero giocato un ruolo incisivo nel determinare il grave inciampo politico della Premier. Vogliamo vederne qualcuna? Il forte e inusitato allineamento con la NATO, attuato nella folle azione di contrasto alla Russia in disprezzo di una maggioranza contraria della pubblica opinione del Paese, il controverso sostegno militare all’Ucraina che ha implicato, oltre ad una perdita di risorse finanziarie, una pericolosa complicità del nostro Paese in una guerra né sentita, né voluta dal popolo italiano, l’assecondamento offerto alle politiche comunitarie dell’UE, rivelatesi dannose e fallimentari per l’Italia come in tema migratorio, rendendo il Paese una terra di transito permanente per flussi di clandestini, il rafforzamento delle relazioni con gli Stati Uniti, condividendo con Washington azioni politiche inconsulte per favorire misure sanzionatorie contro Paesi tradizionalmente amici dell’Italia (vedi la Federazione Russa e l’Iran), l’allineamento con Trump nella guerra contro Teheran, col rischio reale di fare dell’Italia un avamposto logistico per il lancio di operazioni militari condotte da altri Paesi (forniture di armi e uso della basi militari), la cessione a Israele della gestione della nostra “cybersecurity”, l’appoggio garantito a Israele contro Hamas, ignorando ipocritamente la repressione delle legittime istanze del popolo palestinese, l’adozione, ancora in iter parlamentare, di un controverso DDL per contrastare l’antisemitismo anche sotto forma di critiche allo Stato di Israele, la sottomissione a Bruxelles in tema di politica agricola e commerciale (v. l’accordo Mercosur e quello già concluso con l’India), la riprovevole genuflessione a Ursula von der Leyen per poter ricorrere al “Golden Power” in tema di tutela degli interessi strategici nazionali. Ebbene, queste sarebbero solo alcune delle azioni che il Governo Meloni avrebbe intrapreso capovolgendo i termini della originaria campagna politica della Premier. Né varrebbe a smentire il ruolo della politica estera come prevalente causa del fallimento referendario la frammentazione di un fronte maggioritario che avrebbe dovuto agire coeso e compatto nel sostegno al SI’. E né avrebbe senso giustificare il negativo esito dell’esercizio di voto la bassa salienza mediatica del tema giudiziario. Materia tecnica, certamente, e probabilmente poco appetibile ai non addetti ai lavori, e soprattutto poco comprensibile, perché formalmente complessa, per quella parte dell’elettorato rappresentato dalle più giovani generazioni; proprio quelle che sarebbero risultate più determinanti nella configurazione del risultato finale dell’esercizio di voto.
Non c’è dubbio. Il NO del referendum ha decretato il fallimento delle politiche governative, e, in particolare, di quelle che, avendo attinenza a tematiche di rilievo internazionale, non hanno rispecchiato i veri interessi nazionali del Paese. Il NO non è, dunque, spiegabile con il solo rigetto, a tutela della Costituzione, di una formula giuridica riformista che in altri tempi avrebbe sicuramente incontrato il favore del più largo elettorato, ivi incluso quello di Sinistra, né con l’inidoneità delle politiche interne proposte e adottate. Per contro, la ragione primaria del fallimento risiederebbe proprio in una malpensata postura di politica estera – segno di immaturità politica – con cui il Governo Meloni avrebbe, da un lato, lanciato l’Italia nell’avventurismo di un ruolo euro-atlantista dal quale il nostro Paese è sempre storicamente uscito sconfitto, o per lo meno umiliato, e, dall’altro, favorito una accondiscendenza verso le istanze di Bruxelles – probabilmente in virtù di una scelta di campo sbagliata tra gli schieramenti europei – consacrando ancora una volta la subalternità dell’Italia ai decisori d’oltralpe.
Ma a cambiare per il meglio la situazione nel futuro non servirebbe comunque una alternanza al Governo con le forze di opposizione. Vano sarebbe ogni tentativo di sfratto da Palazzo Chigi della Meloni. L’esito tornerebbe identico. Anzi peggio. Impregnate di ispirazioni globaliste, di progressismo assertivo e di falsi presupposti ideologici, le forze che chiamiamo oggi di opposizione riprenderebbero la loro azione di svendita dell’Italia già avviata col Governo Amato fin dal 1992 e tuttora in corso; ma quel che è peggio, si tornerebbe con questa opposizione all’antico progetto, mai da nessuno abbandonato, votato alla progressiva distruzione di quell’ideale politico di sovranità popolare che dovrebbe sottendere i più genuini e veri interessi nazionali del nostro Paese.
Una terza via andrebbe trovata e sostenuta. Una via che prescindendo da posizioni ideologiche preconcette, sia in grado di catalizzare il più vasto consenso dell’elettorato nazionale, senza compromessi, né cedimenti a ricatti di sorta. Ma occorrono uomini di sana integrità morale per riportare in asse l’equilibrio del Paese e per restituire al popolo, unico vero soggetto sovrano, le decisioni ultime sui suoi futuri destini. Certamente uomini di tal genere ancora esistono da qualche parte nel Paese. Ma sta alla responsabilità di ciascuno di noi saperli distinguere e sostenere.
Bruno Scapini – Ambasciatore d’Italia

