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Vincenzo De Luca, Ambasciatore d’Italia: “La diplomazia è stata per me una straordinaria esperienza di arricchimento culturale e professionale, che ho sempre interpretato come un servizio al sistema Paese e ai cittadini italiani nel mondo”

Redazione by Redazione
19 Marzo 2026
in Interviste
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Vincenzo De Luca, Ambasciatore d’Italia: “La diplomazia è stata per me una straordinaria esperienza di arricchimento culturale e professionale, che ho sempre interpretato come un servizio al sistema Paese e ai cittadini italiani nel mondo”
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Raccontare la carriera dell’Ambasciatore Vincenzo De Luca significa attraversare più di trent’anni di diplomazia italiana nel mondo, tra crisi globali, trasformazioni geopolitiche e la costante ricerca di equilibrio tra dialogo e interessi nazionali. Entrato in carriera nel 1989, alla vigilia del crollo del Muro di Berlino, De Luca ha vissuto in prima linea le grandi transizioni internazionali: dal Sudan in guerra civile a Tunisi, dalla Parigi dell’Ocse alla Shanghai della modernizzazione accelerata, fino all’India — dove, da Ambasciatore d’Italia dal 2019 al 2024, ha guidato una delle sedi più strategiche in un’epoca di potenze emergenti.

La sua traiettoria professionale — nutrita anche da esperienze nei ministeri economici, nei grandi gruppi industriali e alla guida della Promozione del Sistema Paese — racconta un diplomatico che ha sempre cercato di coniugare visione internazionale e concretezza operativa. Una figura che ha interpretato il ruolo con un approccio profondamente contemporaneo, capace di leggere le trasformazioni globali senza perdere il senso del servizio allo Stato.

Non sorprende, dunque, che parlando delle crisi attuali richiami con forza che “ci deve essere sempre spazio per la diplomazia!”, o che, osservando le dinamiche mediorientali, sottolinei come “non è chiaro quale sia l’obiettivo finale” di alcune operazioni militari che stanno ridisegnando gli equilibri internazionali. E quando riflette sulla tradizione italiana, rivendica una caratteristica che considera identitaria: “La diplomazia italiana è sempre stata una diplomazia che costruisce ponti”.

Tra i ricordi intensi — come l’assistenza ai connazionali durante la tragedia del Covid in India — emerge il ritratto di un diplomatico acuto, capace di attraversare il mondo con lucidità, umanità e un profondo senso di responsabilità verso il Paese che rappresenta.

Ambasciatore, comincerei chiedendole una riflessione su quanto sta accadendo in Medio Oriente. “Si tratta di una delle crisi più gravi degli ultimi decenni. Una crisi iniziata con un’azione al di fuori di ogni sistema multilaterale e delle regole internazionali da parte degli Stati Uniti e di Israele, che non hanno consultato nessuno degli alleati prima di avviare un’operazione che sta avendo effetti molto pesanti sui mercati energetici e sull’economia globale. E della quale, ad oggi, non si intravede una soluzione. Nella stessa strategia degli Stati Uniti non è chiaro quale sia l’obiettivo finale, né quale sia la exit strategy. All’appello di Trump per inviare navi e presidi militari nello Stretto di Hormuz, nessuno degli alleati — né in Europa né in Asia — ha risposto positivamente. I Paesi chiamati in causa, pur avendo ovviamente interessi nel Golfo e nello Stretto per via degli approvvigionamenti petroliferi, si sono trovati coinvolti in una guerra per la quale non erano stati neppure consultati, in un contesto incandescente dal punto di vista dell’escalation militare. La prima reazione è stata quindi: “Cerchiamo una via diplomatica per uscire dall’impasse, creiamo pressione, utilizziamo anche la cornice delle Nazioni Unite”. Purtroppo ricordiamo le Nazioni Unite solo quando le crisi sono già esplose. Sarebbe invece buona regola, per un sistema multilaterale efficiente, tenere sempre presente il quadro delle regole e la cornice dell’ONU”.

C’è ancora spazio per la diplomazia? “Ci deve essere sempre spazio per la diplomazia! Le guerre si concludono comunque con un accordo, e per arrivarci bisogna muovere i canali diplomatici, anche quando si sono preferiti strumenti militari e di forza. Lo spazio per la diplomazia deve per forza esserci per uscire da crisi così gravi”.

Molti oggi si chiedono quale debba essere oggi il giusto rapporto tra politica e diplomazia. “Negli Stati Uniti, se l’amministrazione Trump avesse ascoltato di più alcuni allarmi e segnalazioni provenienti dai propri organi interni e dalla diplomazia — chiamiamola così, o deep State, o comunque l’apparato — probabilmente non si sarebbe avviata un’operazione militare senza prevedere e capire le conseguenze di quell’atto, che sono state ben superiori a quanto inizialmente immaginato. Le ripercussioni sull’intera regione, sui Paesi limitrofi, fino al rischio del blocco dello Stretto di Hormuz, erano state tutte segnalate al Presidente americano, che evidentemente non ha voluto tenerne conto per seguire un’altra strategia, quella di Netanyahu, alla quale si è allineato. Una strategia che ha interessi non perfettamente coincidenti con quelli degli Stati Uniti”.

Cosa distingue, secondo lei, la diplomazia italiana da quella di altri Paesi? “La diplomazia italiana è sempre stata una diplomazia che costruisce ponti. Per la posizione geografica dell’Italia, per i rapporti storici con il mondo arabo, con il Medio Oriente, con l’Africa, con l’Est, nella nostra tradizione c’è sempre stata un’attitudine al dialogo, al superamento delle tensioni e dei conflitti, e all’affermazione del nostro interesse nazionale. Non sempre questo è stato possibile, ma mi auguro — e ci auguriamo tutti — che in questa fase l’Italia possa far valere questa capacità di dialogo con molti Paesi del Medio Oriente, dell’Africa e con altre potenze di altri continenti. Naturalmente siamo in un contesto europeo: fuori da esso è difficile avere un impatto effettivo. L’Italia è parte integrante e fondatrice dell’Unione Europea e deve ragionare in quella prospettiva”.

Che ruolo può giocare l’Europa in questo contesto? “Purtroppo l’Europa per lungo tempo non ha avuto una reale autonomia nelle relazioni internazionali. Siamo sempre stati alleati nell’ambito del Patto Atlantico e abbiamo mantenuto i nostri impegni. Oggi, però, con il venir meno dello stesso impegno da parte degli Stati Uniti, l’Europa deve esercitare una maggiore autonomia strategica, anche nei rapporti con i Paesi asiatici, con il cosiddetto Global South, con l’America Latina e con l’Africa. Deve essere in grado di svolgere la sua funzione in un mondo sempre più multipolare, rilanciando un multilateralismo più efficace di quello attuale”.

Ambasciatore d’Italia in India e Nepal dal 2019 al 2024, con esperienze a Khartoum, Tunisi, Parigi e Shanghai: cosa ha significato per lei rappresentare il nostro Paese nel mondo? “Per me è stato un grandissimo onore rappresentare un Paese come l’Italia, con una tradizione storica e culturale straordinaria, ma anche con una forte capacità di innovazione e creatività. Siamo un Paese molto apprezzato nel mondo. Mi sono occupato molto dei rapporti con le imprese e con il mondo culturale, essendo stato per cinque anni direttore generale della Direzione Generale per il Sistema Paese. Il nome stesso indicava la proiezione del nostro ministero, che negli anni è diventata sempre più forte. Il Maeci oggi ha assorbito anche l’ICE e ha una forte proiezione nei rapporti con le imprese. Ho avuto esperienze anche in altri ministeri — Industria, Energia, Trasporti — e in grandi aziende come Eni ed Enel, che mi hanno arricchito dal punto di vista professionale e manageriale. Per me la diplomazia è stata una straordinaria esperienza di arricchimento culturale e professionale, che ho sempre interpretato come un servizio al sistema Paese, ai cittadini italiani nel mondo, agli operatori economici e culturali. Questa è la diplomazia più autentica”.

Entrare in carriera diplomatica nel 1989 significava affacciarsi a un mondo in trasformazione. Quali erano le sue aspettative e quali sorprese ha incontrato? “Sono entrato alla vigilia della fine della Guerra Fredda, nel 1989, con il crollo del Muro di Berlino. Si aprivano prospettive estremamente promettenti: un mondo riappacificato, la coesistenza di sistemi diversi, l’avvio della globalizzazione che si pensava potesse diffondere benessere. In parte è avvenuto, in parte ha creato contraccolpi nei Paesi occidentali. Poi sono emerse nuove potenze come Cina e India, e continenti come l’America Latina e l’Africa hanno acquisito un ruolo crescente. Oggi viviamo tensioni e turbolenze che richiedono un nuovo ordine internazionale capace di tenere conto di questa complessità. Noi diplomatici abbiamo sempre operato restando fedeli alla Costituzione, che rifiuta la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie e afferma principi fondamentali per i cittadini. La mia è stata un’esperienza molto variegata: Sudan, in piena guerra civile; Tunisi, Paese fondamentale per l’Italia; Parigi, all’Ocse; Shanghai, in una Cina in grande trasformazione; infine l’India, oggi potenza emergente. Sono molto soddisfatto di aver contribuito allo sviluppo dei rapporti tra Italia e India negli ultimi anni”.

Fra i tanti Ministri degli Esteri conosciuti, ne ricorda qualcuno in particolare? “Negli ultimi anni ho lavorato a stretto contatto con diversi ministri: Gentiloni, quando ero direttore generale del Sistema Paese; poi Moavero, Alfano, Di Maio. Mi sono fermato lì perché poi sono stato in India quando è intervenuta la nomina del ministro Tajani, con cui ho  mantenuto rapporti frequenti per favorire un’elevazione dei rapporti tra Italia e India a partenariato strategico nel 2023.

C’è una figura che ha particolarmente ispirato la sua carriera? “Ricordo personalità che sul campo hanno dato il massimo. Enrico Augelli  quando era in Somalia; e poi, più recentemente, un collega che purtroppo abbiamo perso, Luca Attanasio. Penso anche ai colleghi che operarono nel Cile degli anni ’70 — De Masi, Toscano e altri — che offrirono un servizio straordinario in un periodo di grande travaglio, accogliendo tante vittime del regime cileno. Sono molte  figure che hanno offerto esempi significativi per la mia carriera”.

Come descriverebbe il diplomatico Vincenzo De Luca? “Direi che è un diplomatico sempre motivato a far corrispondere la diplomazia agli interessi più profondi della società italiana, sempre più internazionalizzata e in relazione con il mondo. Questa è la caratteristica che ho cercato di interpretare in tutta la mia carriera”.

C’è un momento in cui ha pensato: “È per questo che faccio questo mestiere”? “Sicuramente in Africa, e poi quando ho lavorato con il mondo delle imprese. Un altro momento importante è stato quando ho avuto il privilegio di coordinare la politica culturale degli Istituti Italiani di Cultura, per dare un’immagine più contemporanea dell’Italia, avviando programmi innovativi e guardando non solo alla tradizione ma anche al contemporaneo”.

Il ricordo più bello della sua carriera? “Gli anni in India durante la tragedia del Covid. Abbiamo assistito 1500 italiani per riportarli in patria. Un momento che ho vissuto intensamente  con mia moglie Paola e i miei figli Francesco e Stefano che sono stati sempre presenti e per me fondamentali in tutte le esperienze vissute in questi quasi  40 anni di carriera. La soddisfazione di aver potuto  aiutare i nostri concittadini  e allo stesso tempo favorire il miglioramento dei rapporti tra Italia e India sono stati momenti molto intensi”.

Ricordo più brutto? “La perdita di colleghi. In particolare la morte di Luca Attanasio, che mi ha colpito profondamente e ha fatto riflettere tutti sul senso della nostra missione”.

Un luogo al quale è rimasto particolarmente legato? “Khartoum, forse perché è stata la mia prima esperienza. Una situazione estrema, senza telefonini né mezzi di comunicazione, ma con una grande solidarietà tra italiani, comunità internazionale, sudanesi e ONG. Fu la più grande operazione di solidarietà internazionale per le popolazioni colpite dalla fame e dagli spostamenti dovuti al conflitto. Un momento davvero straordinario”.

Chiuderei questa intervista chiedendole un consiglio su un buon libro da leggere. “Le suggerisco “Twist” di Colum McCann. È un romanzo che racconta la vita su una nave che posa cavi sottomarini che connettono il mondo. Mi ha affascinato l’intreccio tra la storia vissuta a bordo e il tema enorme di un mondo collegato e integrato, ma anche fragile: basta un cavo per far saltare un’intera interconnessione globale”.

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