di Bruno Scapini
È passata in sordina la notizia della recente decisione assunta dall’Unione Europea di chiudere la procedura di infrazione comunitaria avviata contro l’Italia sul caso Unicredit. Il che non sorprende affatto, dato che la questione, per il modo in cui essa è stata risolta, diventa emblematica, non solo di una sostanziale incapacità dell’Italia – o per lo meno della sua attuale classe politica – di far valere le proprie ragioni presso le istituzioni dell’UE, ma anche, e soprattutto, di una subalternità strutturale dell’Italia ai decisori di Palazzo Berlaymont dalla quale il nostro Paese stenta ad affrancarsi. Il fatto si può spiegare facilmente.
A seguito dell’esercizio del cosiddetto “Golden Power” da parte del Governo, voluto al fine di impedire a Unicredit di acquisire il Banco BPM – in conformità con la normativa del 2012 che consente allo Stato di sottoporre a un potere di veto operazioni di rilevante interesse strategico nazionale – la Commissione UE aveva minacciato di aprire contro l’Italia una procedura di infrazione nel presupposto che la condotta del nostro Governo avrebbe ostacolato la libera circolazione dei capitali, violando in tal modo la stessa normativa comunitaria.
Peraltro – è d’uopo aggiungere – il nostro Governo avrebbe posto il veto all’operazione di Unicredit, giudicandola – e giustamente – pregiudizievole per gli interessi strategici nazionali. Indurrebbe a tale valutazione la circostanza che oggi l’Istituto bancario non potrebbe più considerarsi soggetto a vocazione nazionale italiana, considerato che il suo azionariato è ripartito in quote tra USA per il 49%, il Regno Unito per il 20% e i Paesi europei per il 18%, lasciando all’Italia uno scarso misero 7%.
La posizione del Governo sarebbe stata più che fondata, dunque, e giustamente sarebbe intervenuto per opporsi a una tale operazione che avrebbe sottratto il controllo di Banco BPM all’Italia per concederlo a un prevalente azionariato straniero. Ma evidentemente a Bruxelles non la pensano allo stesso modo, e i demiurghi di Palazzo Berlaymont, in nome della libertà di circolazione dei capitali, si sarebbero opposti minacciando una procedura di infrazione avverso il nostro Paese.
Tuttavia, e questo è il punto dolente dell’intera vicenda, anziché opporsi con convinta determinazione alle pretese dell’UE, il Governo Meloni ottiene da Bruxelles la rinuncia alla procedura di infrazione in cambio di un riprovevole atto di pura sottomissione politica: accetta di modificare la normativa sul “Golden Power” subordinando il ricorso a tale strumento – uno degli ultimi emblemi della sovranità dell’Italia – al preliminare parere favorevole degli organi di Bruxelles (BCE e Commissione).
Orbene, ancora una volta, di fronte a tali condotte governative, il popolo italiano viene chiaramente e profondamente tradito. Gravissima è, infatti, la menomazione che deriverebbe per la sovranità nazionale da tale sviluppo. E ciò a fronte di una “europeizzazione” forzata e imposta all’Italia discriminandola, peraltro, rispetto ad altre grandi potenze, come la Francia e la Germania, che continuano imperturbabilmente a utilizzare lo stesso strumento ma a loro modo, e nel loro interesse. Una conclusione è allora certa e inconfutabile.
La decisione “accomodante” così adottata dal Governo viene a svuotare di efficacia il nostro strumento del “Golden Power” e lo subordina di fatto alla volontà di Bruxelles sostanziando di tal guisa una ulteriore sottrazione di sovranità da un Governo legittimamente eletto e democraticamente rappresentativo di un popolo, per conferirlo impunemente ad organi sovranazionali non direttamente eletti dal popolo e, pertanto, privi di qualsiasi legittimità democratica.
Un precedente, questo, infine anche pericolosissimo, se vogliamo, in quanto costituirebbe un insidioso precedente: oggi varrebbe per le banche e le assicurazioni, ma domani potrebbe del pari valere per tutti gli altri settori considerati come strategici dallo Stato. Tanto ormai la strada è stata tracciata e l’Italia, rinnegando se stessa e i legittimi interessi del suo popolo, ancora una volta riconosce la primazia di un’Europa in piena deriva autocratica che si impone senza un esplicito e pieno mandato politico da parte dei suoi cittadini. La Commissione UE non è un parlamento, eppure fa le leggi. E il Parlamento UE, benchè eletto, non è un vero parlamento, in quanto privo di una funzione legislativa in senso proprio.
Qualche perplessità? Questa è la realtà dell’Unione Europea, non mera opinione!
Bruno Scapini


Tutti vogliono ‘questa’ Europa a conduzione germanica (tedesca, olandese etc., anche inglese che non c’entrerebbe molto nell’UE dato che se ne è andata e preferenze varie), ci resta l’enfatizzazione della bandiera, degli stendardi, cose di questo tipo, la cucina (ben sapendo che tutti i prodotti da forno, ossia più o meno tutta la cucina italiana a prescindere dal Patrimonio dell’Unesco che considero solo ridicolo se non fosse un aspiradenari) produce acrilammide in quantità ed è corrispondentemente cancerogena, pane compreso in primis e anche non dorato, solo bianco, prodotti da forno che verranno segnalati sulle etichette dei cibi come cancerogeni. Anche con i governi precedenti le cose non andavano meglio, credo che sia una cosa italiana, del nostro bel carattere, ci sono eccezioni certo, ma le eccezioni non fanno testo, come si dice. Si può solo disfare ‘questa’ Unione Europeanon si può rappezzare, occorre farne un’altra diversamente impostata, non ci sono altre soluzioni, un’altra che soprattutto, ma non solo, non sia a conduzione tedesca, né franco-tedesca. Abbiamo un’Unione Europea che fa acqua da tutte le parti e ce la teniamo tutti contenti e ce la prendiamo con chi è contro. Tuttavia credo che i giochi siano ormai finiti, rien ne va plus, non si può più cambiare niente di niente o, detto con la nostra cultura, il dado è tratto da gente incapace di alzare la testa.
Refuso alla riga 5 del pezzo di cui sopra: davanti a ‘produce’ manca il “che”. Grazie e scusate. Rita Mascialino