di Bruno Scapini
Da un primo raffronto tra la proposta iniziale di Trump, volta ad avviare un processo di pacificazione in Ucraina, e la contro-proposta europea emergerebbe, con riguardo al modo di abbordare la tematica, un elemento comportamentale che differenzierebbe, anche se in modo non propriamente ostensibile, l’approccio americano da quello tenuto dagli europei: l’ingenuità di Washington.
A confronto sono non soltanto due diverse posizioni negoziali, ma anche due distinte modalità di approccio strategico al problema. Se da parte americana, infatti, la questione viene affrontata nella articolazione dei punti in modo apertamente più diretto, selettivo ed esplicito, da parte degli europei – peraltro risentiti per l’emarginazione imposta da Trump – si fa chiaramente ricorso a quell’“arte teoretica” fatta di astrazioni cavillose e di paralogismi che ha da sempre caratterizzato l’attitudine speculativa del Vecchio Continente. Come mai – è lecito allora domandarsi – questa differenza nel caso della crisi ucraina in merito alla quale tutti dovrebbero essere d’accordo nel trovare una fine alle tante sofferenze di un popolo vittima di una guerra scellerata? La risposta è presto trovata.
A ben osservare, si nota come la proposta di pace avanzata da Trump in 28 punti, rifletta il desiderio da parte americana di chiudere la partita bellica con la Russia enfatizzando un protagonismo degli Stati Uniti quali esclusivi mediatori e arbitri del processo di pace. Confermerebbe tale interesse di Washington il punto 4 del Piano, là ove esplicitamente si afferma che il “dialogo tra Russia e NATO verrebbe mediato dagli Stati Uniti”; e ciò sia per creare le condizioni per una “de-escalation” delle tensioni, sia per gestire le questioni della sicurezza locale e globale.
Ma il protagonismo esclusivo e compiaciuto del Presidente americano si rivelerebbe in maniera ancor più esplicita là ove si ostenterebbe, senza remora alcuna, l’intento di conseguire benefici economici in modo pressoché esclusivo. Basti leggere, per convincersene, il punto 14 del Piano in cui si prevede la realizzazione, con fondi europei e con quote tratte dagli asset russi congelati, di progetti di sviluppo “guidati” dagli Stati Uniti che beneficerebbero del 50% dei profitti ottenibili. Il resto dei fondi russi congelati verrebbe, per contro, utilizzato separatamente in un vettore di investimento bilaterale condiviso tra USA e Russia soltanto.
Stando così le cose, era facile prevedere che il Piano non sarebbe risultato facilmente digeribile da parte europea suscitando – come è avvenuto – quegli effetti avversi che avrebbero indotto il noto gruppo dei “Volenterosi” a proporre un contro-piano. Ne è conseguita una revisione dei punti originari previsti da Trump e – come intuibile – nella rielaborazione del Piano americano si sarebbe ora proceduto a ridimensionare quasi totalmente il primario ruolo di Washington sia sul piano della gestione del dialogo di sicurezza, sia per i progetti di investimento e di ricostruzione dell’Ucraina rimuovendo del tutto dalle previsioni i connessi benefici economici ottenibili in via esclusiva per gli USA.
Ma c’è un secondo ordine di ragioni che spiegherebbe il diverso approccio tra le due sponde dell’Atlantico. Se da parte americana si sarebbe previsto fin da subito il nuovo assetto territoriale dell’Ucraina, con assegnazione immediata alla Russia delle aree di suo interesse (Crimea, Lugansk, Donetzk nella loro interezza, mentre Kherson e Zaporizhzhia solo nelle parti congelate lungo l’attuale linea del fronte), da parte europea si proporrebbe che il definitivo assetto dei territori sia l’esito del processo negoziale; e ciò nella speranza che dalle trattative possa ancora emergere qualche vantaggio a favore di Kiev. Altro punto controverso, e non certamente ininfluente sull’economia dell’intero negoziato, sarebbe, infine, quello dell’adesione dell’Ucraina alla NATO. Dagli USA, un tale sviluppo verrebbe esplicitamente escluso – a garanzia di Mosca – con effetto immediato, mentre i “Volenterosi” intenderebbero subordinare l’eventuale adesione di Kiev all’Alleanza Atlantica al “consenso dei membri”. Una differenza di non poco conto.
E’ chiaro, dunque, da questa sintetica disamina come l’intendimento degli europei sia principalmente quello di frapporsi alla mediazione di Trump per destrutturarne il ruolo nell’esercizio negoziale di pacificazione con Mosca; il che indurrebbe a immaginare come Trump, concedendo agli europei di revisionare il suo Piano, stia in realtà negoziando non con la vera controparte, ovvero la Russia, bensì – e qui risiederebbe l’anomalia della sua trattativa – con quella parte dell’America intenzionata ad ostacolarlo e contro la quale egli stesso starebbe ora lottando sul terreno europeo, operando chiaramente le leadership del Vecchio Continente quali propaggini protesiche di quel “Deep State” duro a morire e che appare tanto determinato a rimuoverlo ad ogni costo dallo studio ovale della Casa Bianca. Eloquente in proposito sarebbe proprio il caso Epstein.
Ma un’ultima osservazione sarebbe d’uopo in tale contesto.
Qualora si raggiungesse pure un’intesa sulla stesura finale del Piano tra tutti i soggetti di parte occidentale, l’obiettivo della pacificazione in Ucraina non sarebbe ancora una volta raggiunto. Oggi stiamo, infatti, assistendo ad un lavoro di minuziosa contabilizzazione dei punti del progetto limandone alcuni ed eliminandone altri, ma il nodo centrale della questione rimane purtroppo ancora del tutto irrisolto: far accettare a Mosca un progetto di pace che soddisfi pienamente le ragioni originarie che avrebbero indotto a suo tempo Putin ad avviare l’Operazione Militare Speciale; ragioni che sinteticamente possono riassumersi nella garanzia che la NATO si impegni – e seriamente questa volta a differenza della promessa fatta da Bush a Gorbachov nel Vertice di Malta del lontano 1989 – a non espandersi ulteriormente ad Est ponendo una diretta minaccia alla sicurezza della Russia. Sul punto, Mosca fa già sapere che la contro-proposta europea non è costruttiva. E c’era da aspettarselo naturalmente, visto l’accanimento dell’Europa a perseguire quella “pace giusta” che implicherebbe la rinuncia della Russia – arduo da immaginarsi oggi dopo quasi quattro anni di guerra – a tutte le conquiste conseguite sul terreno.
Ma da parte dei “Volenterosi” si insisterebbe purtroppo nel mantenere ancora un atteggiamento sanzionatorio nei confronti di Mosca, affermandosi che, anche dopo la cessazione delle ostilità, la Russia comunque permarrebbe un “fattore di instabilità” per l’Europa, ma dimenticando che sarebbe quanto mai preferibile oggi un negoziato su base pragmatica, ma pur sempre dignitoso nelle soluzioni, anziché una sconfitta militare propedeutica ad una trattativa imposta a condizioni di dubbia sostenibilità per Kiev.

